Il rapimento di Proserpina

da | Mar 2, 2026

Pubblichiamo in anteprima due estratti dal libro I de’ “Il rapimento di Proserpina” di Claudiano, nella traduzione in prosa di Milo De Angelis, appena uscito per La nave di Teseo.

 

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Gli elementi, in preda alla discordia, stavano ormai per rompere il patto e per ricominciare una nuova guerra; i Titani, devastando la loro prigione e spezzando le loro catene, si preparavano a rivedere lo splendore celeste; Egeone, sanguinando come prima, ancora più gigantesco, stava per slegarsi e per scagliare in cielo con le sue cento braccia i fulmini lanciati contro di lui. Ma le Parche si opposero a queste minacce. Preoccupate per la sorte del mondo, sciolsero i bianchi, sacri capelli e si prostrarono davanti al trono del loro sovrano. Piangendo, supplicando, accostarono le mani alle sue ginocchia, quelle mani che dettano legge su ogni cosa, tessono con il pollice la trama dei destini e dipanano dai fusi di ferro lunghi secoli.
Lachesi, sciogliendo i suoi capelli arruffati, fu la prima a parlare. Davanti al crudele sovrano esclamò: “Per te che governi le ombre, supremo Signore della notte, faticosamente lavorano i nostri fusi. Tu assegni a ogni uomo una fine e un’origine, bilanciando l’alternarsi della nascita e della morte. Comandi su entrambe e tutto ciò che la materia produce, in ogni parte del mondo, è tua creatura; è tuo dono; spetta a te, che in ogni corpo fai rinascere l’anima quando si compie il giro stabilito del tempo. Non frantumare le solide leggi di pace che noi abbiamo dato e che il nostro fuso ha intessuto, non incrinare i patti fraterni con gli squilli della guerra civile. Perché vuoi sventolare un vessillo così infame? Perché riportare alla luce Titani incestuosi? Rivolgiti a Giove e ti sarà data una sposa.”

[…]

La cima dell’Etna si può raggiungere solo con lo sguardo: ogni scalata è impossibile. Tutto il vulcano è pieno di alberi, tranne la vetta, dove non c’è traccia di coltivazione. In certi periodi sprigiona dall’interno i suoi vapori, con una nube di pece che offusca e comprime la luce del giorno; in altri sfida le stelle con scosse terrificanti e sacrifica la sua stessa materia per alimentare il fuoco. Ma, nonostante il traboccare della lava incandescente, è in grado di salvaguardare le sue nevi e le sue fiamme. In mezzo a tanti vapori, il ghiaccio riesce a indurirsi, protetto da un gelo misterioso, e la fiamma con il suo fumo persistente lambisce le nevi vicine senza fonderle. Da quali catapulte sono scagliate queste rocce? Quale forza immane si addensa nelle grotte? Da quale sorgente scorre questo fiume vulcanico? Forse il vento, dibattendosi tra le pareti in cui è prigioniero, si scatena incollerito dentro le rocce finché non trova un varco tra le fenditure e, nello sforzo di liberarsi, soffia alla cieca disintegrando quelle putride caverne. O forse il mare, infiltrandosi nelle viscere di questa montagna di zolfo, comincia a ribollire per la pressione delle acque e proietta in aria i massi. Cerere, senza il minimo sospetto, nasconde qui la figlia per tenerla lontana da ogni pericolo e si avvia tranquillamente verso la sua casa in Frigia, tra le torri di Cibele, guidando i draghi dalle forme sinuose, che in volo sfiorano agilmente le nubi e bagnano le briglie con i loro innocui veleni. Hanno la fronte coperta da una cresta, mentre il dorso è chiazzato di macchie verdi e sulle squame brillano riflessi d’oro. Con le loro spire passano attraverso i venti e, a volte, abbassando il volo, solcano i campi: in una scia di polvere bianca, le ruote fendono il terreno e lo fecondano, facendo nascere spighe d’oro, steli di grano che si sollevano e nascondono le tracce del carro, messi che accompagnano e rivestono il suo viaggio. Ormai l’Etna è lontano e tutta la Trinacria a poco a poco scompare alla vista della dea. Quante volte, presentendo la tragedia, ha macchiato le sue guance, ha sentito il peso delle lacrime! E quante volte si è voltata a guardare il suo palazzo: “Addio, terra amatissima. Ho preferito te al cielo e ti affido la gioia del mio sangue, la dolce opera del mio grembo. Ti attende un premio degno di te. Non conoscerai più il dolore di essere zappata e di essere squarciata a colpi di aratro: i tuoi campi fioriranno da soli e i contadini non avranno più bisogno di buoi, diventeranno più ricchi, contempleranno ammirati il dono delle messi.” Con queste parole Cerere raggiunge l’Ida sui suoi draghi rossi. In questo luogo solenne abita la Dea e sorge il suo venerabile tempio, una sacra caverna all’ombra di un pino ricco di fronde: anche se il bosco è riparato dal vento, i suoi rami carichi di pigne sprigionano una musica stridente. All’interno del tempio si ode il lamento spaventoso dei tiasi, tra grida invasate e acclamazioni di ogni genere. Gli ululati di Bacco riempiono l’Ida e fanno vacillare le indifese foreste del Gargara. Ma alla vista di Cerere il suono dei cembali si smorza, i cori si fanno silenziosi, i Coribanti depongono le spade, non si sentono più né flauti né bronzi e i leoni abbassano mansueti la criniera. Cibele, soddisfatta, esce dal santuario e offre la corona perché venga baciata. Giove che dall’alto dell’Olimpo ha appena assistito alla scena, rivela a Venere il suo segreto progetto: “Ti confesserò, dea di Citera, ciò che mi preoccupa e che non ho detto a nessuno. Già da tempo è stato deciso di dare in moglie al re del Tartaro la bella Proserpina, secondo gli ordini di Atropo e le profezie dell’antica Temi. Adesso che sua madre è lontana, è il momento migliore per agire. Scendi in Sicilia e domani, quando l’alba mostrerà il suo rosso chiarore, fa in modo che la figlia di Cerere esca a giocare in mezzo ai campi. E usa quelle armi ingannevoli con cui sai accendere una fiamma d’amore dentro ogni creatura, spesso anche dentro di me. Perché lasciare nel torpore i regni infernali? Nessun luogo, nessun cuore, nemmeno tra le ombre, deve restare indifferente alle fiamme di Venere: l’aspra Erinni dovrà sentire i suoi fuochi e l’Acheronte, insieme al severo e inflessibile cuore di Dite, dovrà provare la tenerezza delle sue morbide frecce.”