Il movimento elementare

da | Feb 25, 2026

Pubblichiamo le prime tre sequenze del romanzo in versi “Il movimento elementare” di Fabiano Alborghetti, appena uscito per Capelli editore.

 

Il faccia a faccia
dell’essermi padre
dell’essergli figlio
inizia nel luglio millenovecentosettanta.
C’è ancora il Carosello, i Camaleonti
Don Backy, i Dik Dik
mio padre guida ancora la Fiat millecento
(è la stessa del viaggio di nozze)
ma tra poco passerà alla Ford Anglia, i fari a pinna
la carrozzeria che è bicolore.
Quello fu l’anno del blitz invernale
nel cuore dell’estate si vide persino la neve
ma questo è già dopo.
La storia vera ha un inizio diverso
c’è una storia precedente che ci ha portati fin qui.
I dati essenziali:
millenovecentoquaranta, Varallo Sesia. Mio padre
è figlio di una valle dai climi severi
e di un fiume che troppo spesso è solo pietrame
ma è lì che imparerà a pescare alla mosca.
Di mio padre il padre:
del Regio Esercito un sopravvissuto
è tornato azzoppato
ed è squadrato
come un blocco di granito, le mani a badile
il carattere sopito, ma solo talvolta, dal vino.
Di mio padre la madre:
fragile come una pioda di gneiss
ma altrettanto tagliente
al marito legata per un bene antico, inspiegabile adesso
ma forgiato da devozione come sempre fu per quei tempi.
Un fratello. Una sorella. Lui è quello di mezzo
e nonostante, è il figlio dell’inesperienza
un accadimento del caso più che volontà.
Gli addendi:
quando nasce
mio padre è circondato da schiene indurite
Mussolini alla radio inneggia conquiste
si fantastica mondi, si odia i tedeschi
e di sbieco soprattutto il Podestà
perché le bocche non trovano il pane
nonostante i bollini della carta annonaria.
Quando cresce
suo padre è nascosto in soffitta
scappato -a piedi- da un campo di concentramento.
Quando prende coscienza di sé
mio padre annaspa in realtà sconosciute
e suo padre è nascosto in osteria.

*

Dell’armistizio mio padre non ha memoria
ha solo tre anni
e così è per la Repubblica della Valsesia
ne ricorda appena qualcosa
ma solo perché il pane è tornato
e quando si mangia ciò che è stato è passato.
La guerra è finita
gli stenti non tanto
in quello che adesso è il dopoguerra
nonostante i preludi
di ciò che, dopo, si chiamerà il boom.
Alle spalle hanno anni tristi, troppo spesso cattivi
anni che hanno imbruttito
ma adesso, forse, quel tempo è finito.
Galleggiano tutti, qualcuno dice
ci si barcamena, ma la fame ancora zittisce
ogni canto; ogni cosa
è però più squillante
si conta il poco che viene
ma c’è molto di più che non viene sottratto.
Gli opifici riaperti impiegano gente
taluni offrono anche la mensa
si convertono i macchinari
che tornano a fare ciò che dovevano fare
e non più le ogive né del conflitto gli altri apparati
tutto sommato ci sono bei segni
ad Alagna -ad esempio- si fa l’ovovia.
Siamo ancora piuttosto lontani dall’oro in bocca
nonostante il Piano Vanoni 
nonostante non sia spianato il cipiglio
né smorzato è il taglio a una generazione
che la guerra ha dimezzato. Però la postura rialza
gli occhi anche, ci vorrà tempo, si sa.
Per casa circolano ancora i residui
lasciati indietro dagli Alleati, stoffe, razioni, oggetti celati
attrezzi talvolta, imboscati
lungo il corso del tempo, nascosti guardinghi
brandendo occasioni.

*

Mio padre per ora è soltanto un corpo
uno strumento per il racconto: vive
un’infanzia normale, come è per chiunque:
troppo piccolo per ricordare la guerra
o grande abbastanza per sapere che tutto è cambiato.
In quella terra dove il tempo è alla giornata
le attribuite geografie sono quindi rifare l’attorno
un fortino, la giungla, il “facciamo che ero”
la beata incoscienza che non ha tregua
i campanelli suonati per fare uno scherzo
gli amichetti tutti assieme scappare ridendo
o lo scivolare, dal sagrato alla strada
quando è tutta ghiacciata
o la bicicletta, dal Sacro Monte in picchiata
sfidandosi a chi non toccherà mai i freni
a rotta di collo per arrivare fino all’incrocio
del fiorista la vetrina sfondata
passando il negozio da parte a parte
quella giornata dove sentì forte il coraggio.
È l’orizzonte dentro gli occhi di un bambino
è l’età che conosce solo i desideri
e che ancora non ha assaggiato i rimpianti
e mio padre di desideri ne ha tanti, soprattutto
di sapere le cose, le cose dentro, tutte quelle nascoste
dei meccanismi i prodigi
(da un racconto: la penna stilo a Natale
smontata di notte, la notte prima
per “vedere dentro com’è”).
Si circonda di chiodi, martelli, pezzi legati
per costruire altre cose, durevoli il tempo
slabbrato e spavaldo, del rifare daccapo
e daccapo rifà. Ripara
per gli amichetti giocattoli, aggeggi, inventa varianti
in cambio chiede una mela, talvolta qualcosa di più
le caramelle dell’oratorio ad esempio
così rare, costose, e deliziose perché sono dolci.
Il suo primo -vero- mestiere
è dal calzolaio, pagato a monete e calci in culo.
Poi l’apprendistato
in un grande opificio, la manifattura che lavora la lana.
Quando è messo al lavoro ha quattordici anni
ha la licenza elementare e che basti e gli avanzi
per la vita mite alla quale è assegnato
il denaro è un vangelo, e non si prega mai abbastanza.
Sa leggere e scrivere, almeno un poco, e va bene così
che tanto le mani non hanno gli occhi
e per lavorare non serve la lingua.
Si cresce in fretta
se la resistenza è animale e centrata ai bisogni
se l’educazione è del secolo scorso.
Lui traghetta così: va dal tempo delle croste ai ginocchi
a quello delle mani callose
in filanda, come la chiama il padrone
in fabbrica, come è per la gente.
Le mani fini manovrano i rocchetti, i paniséll 
ma ha l’occhio distante, come è per l’età.
Le operaie lo chiaman compasso
per le gambe diritte e sottili
il resto del corpo è un secchio d’ossa
qualcuna ridendo gli chiede se faccia mai l’ombra.
Lavora e tace. Chiede sempre permesso.
Resta al lavoro più del tempo che deve
non va neanche al cesso:
a casa vive sempre di profilo per schivare i ceffoni
è meglio quindi lo stare in filanda che nelle bufere di casa
è meglio quell’entusiasmo che solo a lui appartiene
la lontananza, lo spazio privato, l’assenza di pene.
Diventa l’ombra dell’elettricista
è lui che amministra lo spazio
e i macchinari, è l’uomo che viene e che va
è l’uomo che sa
e che parla al padrone senza aver la cravatta.
A mio padre, un bel giorno, con quel suo chiedere “posso?”
è consentito di finire il lavoro
conosce gli attrezzi, conosce i pezzi
e tutto ciò ch’è nel mezzo. È portato
ha l’occhio fine ed è delicato
non come quei muli che dopo anni
stanno ancora a sfinire al cilindro dentato. 
Impara l’alta tensione, la spina dorsale dell’intera filanda
ci mette mano, pur se per legge non avrebbe l’età.
Non tarda il padrone a cambiargli mestiere
e lui il mestiere lo impara, più in fretta, ed è promosso
all’uso del lungo calzone, un lusso: s’è fatto uomo.
Il giorno di paga
fa appena in tempo a gustarsi l’idea
che suo padre requisisce il guadagno
perché i soldi li beve
e a casa lo riportano a braccia. Inclinazione
naturale, radicata in famiglia:
così fa suo padre
così il fratello
così la sorella
così pure la madre
per sopportar tutto questo.
E così pure mio padre, quando fa un tentativo
per emulazione, o per devozione
trovandosi a mollo nel fiume Sesia
la bicicletta piegata, la testa nel caos.
Vomiterà anche il cuore.
Avrebbe tanto voluto sentirsi un eroe.