Il lessico delle città intime – Poeti ucraini contemporanei /2

da | Giu 6, 2014

Roma, 2006

Scrivere di Roma è come scrivere in generale. Qualunque cosa inizierai, c’è sempre l’immensità. Di qualunque cosa scriverai, non riuscirai a circoscriverlo. Se ti poni l’obiettivo di scrivere un Romanzo romano (1), occorre chiedere al Signore un po’ di immortalità – altrimenti non finirai mai. E chissà se poi comincerai. Al mondo esistono New York, Londra, Mosca, Parigi: anche con queste città è straordinariamente complicato; anche esse appaiono immense, ma hanno coordinate di senso, grazie a cui possono avere una descrizione definitiva, sia pure semplificata. È diverso con Vienna e Praga: benché possano generare narrazioni gigantesche, almeno non oppongono resistenza; nel loro caso si tratta piuttosto della tenacia e dello zelo di colui che descrive. Di Berlino è noto che è un taccuino. Non giudicherò di Tokyo, Deli o Mexico City. Anche se ricordo tutta l’immensità oceanica delle luci giù, quando il nostro aereo atterrava nell’aeroporto dell’ultima. Ma d’altro canto, che diavolo c’entra il numero degli abitanti? A Roma sono quasi cinque volte di meno rispetto a Istanbul, tuttavia entrambe le città sono pari per l’immensità. Semplicemente Roma è cinque volte più densa – ecco tutto.
Non voglio entrare in questa lotta disperata col materiale e con la sua entità, quando la parola “entità” appare assurda dal punto di vista dell’immensità.
Pertanto, tra tutte le vacanze romane che ho fatto finora, scelgo una giornata umida di fine febbraio. E non un giorno in quanto tale, ma solo minuti, minuti e secondi di quella giornata. Tuttavia prima mi concedo qualcosa a mo’ di introduzione.
Quando ancora ero in corrispondenza con I., una volta convenimmo che le città si dividono in “canine” e “feline”. Non si trattava di un’allegoria, ma della concreta supremazia nel paesaggio cittadino di una delle due specie. “Berlino è indubbiamente una città canina, – scrivevo. – E, forse, tutta la Germania è un paese canino”. La Berlino di quei tempi era piena di labrador e retriever, ma non solo di queste razze. I. rispondeva che anche Mosca negli ultimi anni si riempiva di significativi segnali di “caninità”.“E Leningrado all’inizio degli anni Ottanta era decisamente felina, tanto che quei gatti ci sembravano sorprendentemente grandi e nutriti, una delle mie amiche li chiamava per questo grandi russi (2)”, – continuavo lo scambio di opinioni, contravvenendo del tutto alla mia tesi della lettera precedente, la cui sostanza era che tutto dipende dalla latitudine geografica; cioè le città meridionali sono feline, quelle settentrionali canine. “Atene, Jalta, Lisbona!” – citavo senza sosta esempi. “Soči!” – conveniva I. “Rejkiavik, Stoccolma, Amburgo!” – scrivevo io, anche se purtroppo non ero mai stato nella prima, e come mi sarebbe utile per questo libro! “Ojmjakon, Anadyr’!” (3) – rispondeva I. Rimaneva da chiarire la sorte delle città che non sono né meridionali, né settentrionali. Che fare, diciamo, con L’viv? “A L’viv sono alla pari”, – mi tranquillizzò I. Quindi, Leningrado, come la ricordo io, è un’eccezione.
E Roma è una conferma. Forse, non è nemmeno così. Forse tutte le altre città meridionali feline sono una conferma di Roma? Forse, sono una sua eredità, una replica felina?
Ricordo che, passeggiando al Palatino (sempre a febbraio, ma del 2004), accompagnati dai rispettabili signori Renzo e Gega, ci fermavamo sempre ad alcune decine di metri da una solida signora anziana. Facevamo attenzione a lei non tanto per il suo strambo berretto e gli stivali di gomma campagnoli sotto l’impermeabile elegante, ma trasandato, quanto per gli insoliti gorgheggi, che di tanto in tanto emetteva. “La mamma dei gatti, – ci spiegò uno dei signori. – In tal modo li chiama dal folto”. Guardavamo i movimenti di quella donna stramba. Passeggiando di rudere in rudere, lei si fermava un po’ e prendeva qualcosa dalla grande borsa di tela cerata. Poi riponeva quel qualcosa (fagioli neri, come si sarebbe chiarito dopo) su un frammento di colonna o su un pezzo di muratura. Poi andava oltre e di nuovo emetteva quello stesso segnale. Intanto cominciavano ad apparire i primi gatti. A differenza nostra, loro si orientavano stupendamente in quello che stava accadendo: la loro mamma, come sempre a quell’ora, gli aveva portato da mangiare. A ogni nostro passo, da tutte le parti ne arrivavano sempre più: grandi e piccoli, rossi, tigrati, grigi, bianchi, pelosi e spelacchiati, grossi e magri, con accenno a una razza o senza, neri. Mentre scendevamo verso il Circo Massimo, camminando involontariamente sulle tracce della loro nutrice, il loro numero attorno a noi raggiungeva ormai le centinaia.
Dopo due anni, di nuovo a febbraio (eccola, quell’umida giornata piovosa), ci organizzò qualcosa di simile Petruccio. Allora viveva a Roma e, invitandoci a casa sua, scrisse all’incirca così: “Ci incontreremo sui gradini del Teatro di Pompeo, dove Cesare fu assassinato, e dopo alcuni passi prenderemo il primo caffè nella piazza, dove Giordano Bruno fu bruciato”. Nei luoghi dove gli capita di vivere, Petruccio inevitabilmente rovista tutto fino all’ultima fessura. A Roma questo è impossibile, ma lui ha lottato e si è dato da fare, finché, stremato, non se n’è andato. In verità Petruccio non è Petruccio. È ungherese, non italiano, cioè in tutto va fino in fondo.
Fissai l’incontro con lui a Piazza Venezia, di fronte al monumento monumentale al re liberatore, tuttavia Pat e io arrivammo un po’ in anticipo e per la pioggia ci rifugiammo nella grande libreria Feltrinelli a Torre Argentina. Proprio lì ci cercò il nostro tenace timoniere Petruccio, in verità dopo che avevamo preso l’ultimo esemplare dell’album di Etta Scollo, “Canta Ro’”: quello dove canta Rosa Balistreri. “Dato che siamo già qui, – disse Petruccio, scrollandosi di dosso le gocce di pioggia, quasi fosse l’unico cane di Roma, – vi farò vedere qualcosa”. Non si poteva dirgli di no – anche con una tale intemperie.
Di fronte alla libreria (dove, propriamente, è piazza Torre Argentina), egli ci condusse al parapetto su un altro frammento dell’antica Città. Esso giace in profondità di qualche metro sotto la città odierna, ma all’improvviso esce fuori e non si lascia più dimenticare. Tutti quei frammenti visibili dell’antica Roma (nel 44 a.C. vi si contava un milione di abitanti!) si distinguono sempre per due gamme cromatiche: il grigio–giallastro–bianco delle rovine e il sempre verde della vegetazione. Stavamo sotto la pioggia e guardavamo giù: ecco, un’altra attrazione, di nuovo quei templi pagani, i loro frammenti, i gradini, i perimetri, di nuovo la vegetazione, il verde del sud. Allora Petruccio chiese: “Quanti gatti vedete?”. “Nessuno”, – rispondemmo. “E là?” – indicò con la mano. “Uno. No, due gatti. Anzi, due gatte. No, tre. Quattro. Ecco, in verità cinque!”. Cominciammo a vederli davvero. Vagavano in tutti i possibili nascondigli nelle vecchie mura, tutte le tane, tutte le fessure. Cominciammo a contarli, impiegammo un sacco di tempo, spesso confondendoci, ma il conto ormai superava le decine. “In tutto qui sono circa 500”, – disse Petruccio e propose di andare oltre. “E in tutta Roma?” – chiesi. “Circa 5000”, – Petruccio non batté ciglio e dall’alto gettò loro una manciata di fagioli neri.
Nell’antica Roma simili gatti venivano nutriti per le feste dei lemuri – i morti notturni, che, vagando nelle tenebre, attiravano nelle tombe i vivi incauti.

Note:

1) In italiano nel testo.

2) “Grandi Russi”, espressione con cui nella Russia zarista si indicavano i Russi veri e propri, per distinguerli dai “Piccoli Russi” (gli Ucraini).

3) Ojmjakon, città della Jakutija orientale; Anadyr’, porto nella Čukotka. Entrambe le città sono nell’estremo nord della Russia.

Immagine: Renato Guttuso, Piazza del Popolo, Roma.

Oleksandr Irvanec’- Poeti ucraini contemporanei /1

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).