Otto poesie in anteprima da “Il latte dello stato” di Edoardo Mosiewicz, appena uscito nella collana ‘obtorto collo’ di Industria & Letteratura.
«Era in grado di creare un mondo per te
con i vivi occhi azzurri, con la carne sua azzurra degli occhi,
che muoveva veloci e furbi, là sulla collina, in alto.
I criofanti pattugliavano la città bassa,
ma noi non avevamo paura.
Era un’erba antica che faceva solo per te,
che sognava al posto tuo scegliendo accuratamente le parole»
*
«Ivàn giunse in ritardo alla stazione,
e il treno era in procinto di partire.
Le porte erano già chiuse. Il suo
sguardo vagò, perso e allucinato,
disperando ormai di rivedere Oksana.
Tentava di farsi largo tra la gente, sgomitando e spintonando,
abbassando lo sguardo solo al passaggio
di un gruppo di trubyèlovi col loro distintivo fosforescente in bella vista.
Quand’ecco che da un finestrino, come fosse una cosa da nulla,
vide una figura avvolta in un cappotto viola.
“Oksana Anatòlyevna! Oksana Anatòlyevna!” gridò Ivàn correndo.
“Ivàn Trofìmovic! Voi qui!?”
“Oksana Anatòlyevna, non avrei potuto fare diversamente. Quando vi ho vista
andar via, e sono rimasto solo con i miei contadini, i miei operai,
ho capito quello che non avevo capito prima”
“Voi mi fate confondere, Ivàn Trofìmovic!”
“Mia amata Oksana Anatòlyevna, credo di aver trovato qualcosa
A cui sacrificherei financo il socialismo”
“E cosa?”»
*
«Le strane cose che ci porta la natura,
le creature rare che sembrano sempre sul
punto di estinguersi
ma esistono, e di notte capita
che una falena delle dimensioni di un uccello
piova sul tetto di una macchina nel
parcheggio di un cinema,
avviene che un bambino di nove anni
è stato morso a Prato da un tasso idrofobo,
quest’anno trenta automobilisti
perirono nello schianto contro un cervo.
Il dottor Mattèl ritiene
che molti sforzi debbano essere compiuti
per preservare l’ordine simbolico del mondo»
*
«Nel deposito, col compressore fermo,
il quadro elettrico incomprensibile senza Gerard,
ma soprattutto riuscire a riparare i moschetti,
un paio d’ore di sonno e di nuovo per le strade.
Siamo dove non parlano le parole
ma la vita delle azioni, degli oggetti. La vite,
la zappa, il sandalo tracciavano vettori,
sono un sedimento di malizia.
Nel cortile c’era un vecchio olivo sacro:
gli scrivemmo un verso: “Come sei bello”
diceva. I suoi rami però
erano rimasti non potati, si era persa
la forma del candelabro, ed era
isterico, un frattale. Avrebbe trovato un equilibrio,
ma molto dopo, presi i nostri zaini e
avendo portato via il nostro sguardo»
*
«Un uomo in prigione sovrascrive una Bibbia.
Manda all’Italia parole terribili, a chi sa coglierle.
Gli inermi, i nati infelici, gli abusati:
il male che si fa ci può dare tanto,
è meglio. Scrive: “Accogli
nel Tuo Regno” coi nomi delle vittime.
Marco si sente un operatore del bene,
la guerra gli appare chiara»
*
«Dai sorrisi e dalle intese, da questa luce di mattino
ci sembrò che davvero si fosse
ad una svolta: quella persona aveva occhi
che portavano quiete sulla loro posa,
parole giuste, un cervello veloce
che guidava con lui nella chiarezza.
Pensammo “Il mondo degli affari
è fatto di buonsenso e calma”.
Poi, ecco, il curriculum non era verificato,
un altro ci disse “È tutto sbagliato:
così vi fate del male. Non è così
che risolleverete le sorti
della vostra azienda”. Una bruttura
nelle corde fini dell’industria,
estinzione, l’abbandono. Fino a noi,
alle nostre sale-riunione è riuscito ad arrivare.
Provammo vergogna, da quel giorno in poi
fu guerra sempre
alla base del mondo»
*
«È ormai acclarata l’esistenza di una
corrispondenza segreta
tra Carmelo Bene e Berlusconi:
più di centocinquanta lettere scritte
tra il millenovecentonovantaquattro ed il duemila.
Il contenuto di molte, oltre a far rizzare i peli
e procurare tremori alle mani, verte
su temi quali: i maestri fiamminghi,
Tommaso Moro, l’Antico Testamento.
In una di esse Berlusconi scrive:
“Produciamo infatti in noi lo Stato sempre, nel lavoro,
nella famiglia e nei nostri
più disparati interessi”»
*
«Mi guardi, Karen, nuda se non fosse
per il fitbit e il chronospinner. Io sono
bello e rassegnato, libero.
Le tende svolazzano, ti coprono
a tratti, dietro ti indovino: sei
perplessa. Non capisci il mio ottimismo.
Forse si può crescere nell’arco del pomeriggio.
Alla presentazione le luci erano perfette
e la mia mano sembrava irreale.
Intorno a me c’era il nero e il rosso:
sono i colori che saranno ricordati
da chi ripenserà a questa giornata.
È rosso il logo dell’evento, sul nero
di una nera sala congressi. Credo mi assoceranno
a questi due colori, mi penseranno
mentre cerco di spiegare che il progresso
non è un gioco a somma zero,
che non voglio fotterli o impoverirli:
non sto vendendo niente.
Forse poi sarò infine una macchia rossa, o nera.
Sorrido, mi scordo anche di dover morire
in quei venticinque minuti.
Conosco i limiti della didattica,
però vorrei che anche i più duri artisti
e amari, disperati, capissero
che ho ragione io, lo provano i modelli.
La nostra speranza non sarà tradita:
la mia interiorità vale quanto la vostra:
la vita è fondamentalmente tragica.
Il progetto scriverà nella pietra il nome di mille umani,
la specie avrà il suo mare di stelle
e le briglie nel nucleo del sole.
Qualcuno si fiderà di me,
andranno a casa più rilassati:
sarà stato un giorno bello per loro»