Pubblichiamo in anteprima tre lettere inedite di Andrea Zanzotto dal carteggio, a cura di Silvia Volpato e Giovanni Zanzotto, che presenta la corrispondenza dal 1937 al 1947 tra Zanzotto e Attilio Zambon, da poco uscito con introduzione di Francesco Zambon per Molesini editore.
N. 5
Carissimo Attilio,
Antonio Viezzer deve essere stato un po’ pazzo quando ti disse che io avevo intenzione di andar prete. Io parlai con lui di questa cosa come di una lontanissima prospettiva, che forse, tra anni, sarebbe maturata, o caduta. Tu conosci bene il mio carattere, i miei pensieri e specialmente i miei sentimenti: certo se un giorno Dio si manifestasse, non sarei sordo, ma tuttora ho ben altro per il capo. La vita che conduco è la più infernale che esista. Quando sono in casa voglio uscire, quando sono uscito voglio ritornare a casa, se leggo voglio scrivere, se scrivo leggere: è una cosa insopportabile. Credo che questo sia effetto di quel mio dolore che, ora, non distratto dalle preoccupazioni di studio, acquista un vigore nuovo. Di giorno in giorno divengo più magro, e diminuisco di peso, come le mie forze si fanno deboli sempre più. Ho un grande vuoto, una sofferenza così intensa, che tu non puoi immaginarla. Tu non mi deriderai, vero, sapendone i motivi… sono forse più seri che tu non creda. Ecco… dovrò passare i giorni così? Dovrò consumare così questo tempo che è il migliore? Spesso dispero: trovo un po’ di consolazione se passo qualche ora in camposanto. Andai a Praderadego ma ne ritornai più morto che vivo: i ricordi mi schiacciarono… e trovai là degli allegri universitari che mi fecero mille scherzi, anche antipatici… ebbi una reazione così violenta che non dormii, la notte, e piansi amarissimamente. Difficilmente così tornerò lassù. Non so dove battere il capo, perché ho sempre come due dita che mi stringono il cuore. Mio padre e mia madre sono mesti e impensieriti vedendomi così… ma che posso farci? Non desidero neppure morire, pure odiando il vivere. Sto leggendo con pena la “Storia di un’anima”. Scrivo di quando in quando qualche poesia che straccio subito, disperatamente. Ogni giorno è per me un cupo anniversario e i sentimenti di allora mi rivivono moltiplicati. Oh! Ella è per me necessaria, se voglio vivere! Sento di non poter rivedere la valle Agordina. Sarebbe troppo per me. Torna a casa, scrivimi.
Andrea
Da: Andrea Zanzotto – [Senza luogo né data: probabilmente da Pieve di Soligo, nella mezza o tarda estate 1938]
A: Attilio Zambon – [probabilmente Gosaldo]
N. 6
Carissimo Attilio,
Le tue parole mi furono molto care. Tu sai bene che nei dolori13 le uniche consolazioni (se così si possono dire) vengono dal sentirci compresi da altri. Io sono così stanco, così stanco in questi giorni, che non ho forza di far quasi nulla. Don Giuseppe che ora starà qui alcuni giorni viene spesso a prendermi per far qualche passeggiata e ciò mi distrae assai. Fuggo però la compagnia, come fuggo di restar solo. È vero che la solitudine è terribile! Come sento in tutta la sua gravità il “vae soli!” Non vorrei ricordare nulla, mettere un velo sul passato, su tutto, ma, ogni cosa, ogni paesaggio, ogni istante di giorno mi ricorda qualcosa con uno spasimo indicibile. Ma questo dolore lo amo, perché il passato lo amo. Io non voglio l’oblio, ma la gioia, sì, me ne rendo conto. Sento più forte la sventura, così, tutto chiuso in me. Passeggiando solo, sul tramonto, o di notte, osservando le nuvole da un cantuccio solitario… corse affannose in bicicletta, per la valle di Follina, Tarzo, Refrontolo, così per sentire quelle impressioni che avevo l’anno scorso, più ingenue e istintive, oggi più coscienti e violente. Io sento che, anche se questa nube passerà, non potrà passare un richiamo, acre, insistente, doloroso “perché ora, perché con questo sole, con questa gioia che mi fu intorno, io soffrii?” Anzi, più grave e più lancinante allontanandosi nel tempo con gli anni. Non ho sentito mai come ora il dramma del tempo che passa. La mia sete di immortalità, di immobilità, di eternità, meglio, è grandissima, né mi lascia riposo. Tutte le cose caduche piangono in me la loro caducità, specialmente ciò che è bello, perché la bellezza è degna di eternità. Ma io non credo quasi completamente. La mia fede si affievolisce sempre più. Leggo la “Storia di un’anima” e invidio dal profondo la santa. Non so se mi trovi davanti a una pazzia o ad una smisurata grandezza. Non vorrei fare legge, illusione del mio desiderio: non vorrei credere nell’immortalità dell’anima perché la desidero, per quanto tu sai che io sia per l’illusione. Io confido al diario questi miei dolori, quanto vani! Vedersi morire a poco a poco è il mio: assistere alla caduta inesorabile della fede in me, in un mio destino che spero [possa] strapparmi dall’oblio dopo la morte, unica immortalità in cui credo. Non si può rassegnarsi a ciò, non si può. Ti saluto affettuosamente
Andrea
Da: Andrea Zanzotto – [Senza data né luogo: probabilmente da Pieve di Soligo, in data di poco posteriore alla precedente]
A: Attilio Zambon – [probabilmente Gosaldo]
N. 15
Cara Zoila,
Mi rivolgo a lei, certo che avrà tutta la comprensione necessaria al mio caso, per un favore. La presente contiene inclusa una copia delle mie poesie, scarso ed incerto frutto di anni di sincero lavoro. Ho pensato che, in un anno duro che forse vedrà la distruzione dei nostri paesi e che mette in rischio gravissimo tutte le esistenze specie di noi giovani e uomini, che non sarebbe stato inopportuno affidare a qualche persona amica questi miei componimenti, che se pure non avranno gran valore di fronte al mondo, desidererei restassero in memoria di me. Per ogni eventualità ne ho fatto quattro copie, una delle quali credo essere in ottime mani se lei vorrà accettare questo leggero fardello. E, poiché anche lei non è ignara delle suggestioni delle Muse. Conto dunque sulla sua discrezione e sulla sua amicizia.
Aff.mo Andrea Zanzotto
[Da: Andrea Zanzotto – Pieve di Soligo
A: Zoila Zambon – Venezia]
[Brutta copia; annotata autografa a matita, probabilmente in tempi posteriori, da Zanzotto: III-1945]