Il canto delle parole

da | Set 30, 2026

Pubblichiamo in anteprima l’ultimo capitolo del saggio “ll canto delle parole. Le avventure della voce e della poesia” di Gian Mario Villalta appena uscito per Garzanti. Lo stesso capitolo si può ascoltare, letto dall’autore, sui siti di pordenonelegge (Leggere la poesia ad alta voce 2026 : pordenonelegge) e di Treccani (Il canto delle parole – Treccani – Treccani).

 

Arriviamo alla fine di molte pagine che hanno puntato tutte insieme a uno scopo principale: invitare alla lettura della poesia, ascoltando la voce del testo, incoraggiando inoltre in ogni modo la lettura a voce alta come esercizio di comprensione e di confronto. Proviamo a riassumere alcuni temi che abbiamo attraversato, al fine di dare materia di riflessione su quanto sia importante l’esperienza di una lettura della poesia che tenga conto del “suono del pensiero”, e cioè del fatto che non c’è una parola silenziosa nella nostra mente, ma che sempre ritmo, intonazione, melodia fanno parte dell’espressione verbale e del suo portato di intenzioni e di emozione. Paul Valéry ha scritto: «Una poesia è un discorso che esige e realizza una connessione continua tra la voce che è e la voce che viene e che deve venire. E questa voce deve essere tale da imporsi ed eccitare lo stato affettivo di cui il testo è l’unica espressione verbale. Togliete la voce, e la voce necessaria, e tutto diventa arbitrario. La poesia si trasforma in una serie di segni legati solo in virtù del fatto di essere materialmente tracciati l’uno dopo l’altro». Aggiunge, ancora più esplicito: «La poesia è l’esecuzione della poesia. A parte ciò, queste sequenze di parole curiosamente assemblate sono invenzioni inspiegabili». Osiamo, con un po’ di ironia, precisare: “esecuzione” è da intendersi in senso musicale, non penale (con il conseguente decesso della poesia medesima).

Assuefatti alla scrittura, dimentichiamo che la poesia è dare forma a una voce. Infatti, diciamo “scrivere una poesia”. Mentre sarebbe più giusto e forse più bello usare il verbo “comporre”. E quando pensiamo di leggere una poesia, abbiamo in mente quale voce risuona nei versi o pensiamo che sia qualcosa che riguarda soltanto gli occhi?
La vicenda della poesia nasce con la voce e prosegue attraverso la scrittura, con essa si trasforma e diventa quello che oggi ancora è. Ancora oggi, nella vita di ogni essere umano, c’è un tempo indispensabile per completare l’accesso alla lingua, nel quale le caratteristiche musicali e imitative della voce sono necessarie per attivare una predisposizione genetica che viene dal più lontano passato dell’umanità. In questo tempo si imprime nei sensi biologici la sensibilità emotiva, prima, e poi simbolica, nei confronti delle forme del mondo che frequentiamo. Nei nostri primi anni di vita facciamo esperienza di ciò che la poesia ancora oggi porta fino a noi: il canto che ha fatto emerge la lingua dalla coralità dell’espressione vocale, innanzitutto. E poi il canto che ha dato forma al “manufatto orale” composto con le parole.

La forma del canto è corale, dapprima, per i nostri lontanissimi antenati, ed è asemantica, cioè formata da vocalizzi. In seguito a una nuova ondata migratoria out of Africa, a questa prima modalità si sovrappone una forma monodica – una sola voce – che intona delle formule verbali, cioè parole che portano un significato, scandite dal ritmo del canto e intonate ai suoi accenti. È nata la poesia. «Manufatto orale» è l’espressione usata da Giorgio Raimondo Cardona per segnalare che la parola è un artefatto, qualcosa che si fa con il corpo (corde vocali, apparato respiratorio e masticatorio), come con il corpo si fanno le pitture rupestri e si scheggia la selce (dita, mani e braccia). L’homo faber è anche homo loquens, l’evoluzione dell’uso abile delle mani e della formazione della parola è coerente ai muta menti anatomici che rendono possibili l’uno e l’altra. L’aveva intuito ancora una volta Paul Valéry: «Il linguaggio [è] scaturito dalla voce, piuttosto che la voce dal linguaggio».

Per secoli, fino alla tarda romanità e alla perdita della quantità, la poesia è di per sé stessa canto. La metrica è la ritmica e, insieme, l’intensità e l’altezza delle sequenze vocali. Abbiamo sottolineato l’importanza del passaggio dal mondo della poesia orale, con la composizione formulare, che avviene nella testa dell’aedo, alla poesia creata da un autore che governa la scrittura. Nel nostro cervello sono attivi due tipi di memoria: a breve termine (o di lavoro) e a lungo termine. Nessuno potrebbe imparare a memoria interi episodi omerici e ripeterli senza variazioni se non ci fosse la scrittura che li congela su una superficie (dal 1877 c’è anche la registrazione su disco). La voce dilegua: tratteniamo frasi brevi, o particolarmente incisive, il resto passa, ci lascia il senso narrativo del discorso, i passaggi logici, certo, però non di più. La composizione formulare antecedente la scrittura aveva il compito di lavorare una quantità di parole più ampia di quella che la memoria a breve termine riuscirebbe a comporre. Tutto cambia quando compare la scrittura e soprattutto dopo che è diventata lentamente parte delle pratiche culturali correnti, dopo che si è iniziato a scrivere sulle tavolette di cera. La scrittura permette di operare in uno spazio più ampio di quello della memoria di lavoro, e si può «volgere lo stilo» come suggerisce Orazio, cioè correggere. Mentre si trascrivono i poemi omerici sotto dettatura, inizia un’altra stagione del canto tramandato con la scrittura.

Per lungo tempo, però, il rapporto tra la scrittura e la lettura è diverso dalle nostre abitudini attuali. La scrittura fissa qualcosa che ora non attua più i procedimenti della composizione formulare, ma si è trasformato in composizione strofica: si possono lavorare i versi in parte a memoria e poi perfezionare il testo su tavoletta di cera, prima di licenziare la trascrizione sul costoso volumen. Si legge sempre a voce alta. Ci si esercita a leggere per restituire la voce dell’oralità allo scritto e, al di là delle resistenze culturali alla scrittura che puntualmente ritornano, si trasferisce alla scrittura una parte importante di operatività creativa e di riflessione sul la creatività.

La nuova poesia in volgare (metrica sillabico-accentuativa e rima) vive una doppia vita: una con la musica propria del testo poetico e l’altra con la possibilità divenire musicata in una specifica forma cantata. Due sono i riscontri probanti: il primo, che pure essendo considerata “canto”, la poesia circola e viene imitata e riproposta in forma scritta, soltanto scritta, senza notazioni musicali; il secondo è che uno stesso testo viene musicato in occasioni diverse in modi diversi. Però è il testo che detta la musica. È dal testo poetico che i musicisti iniziano a lavorare. Ne è prova il fatto che ancora nel Settecento alla corte di Vienna chi scrive il testo per i grandi musici sti è il “poeta cesareo”. Nel giro di pochi decenni la musica prenderà il sopravvento e chi scrive i testi per il canto diventerà il librettista, e poi il paroliere, a sancire un rovesciamento di potere e l’asservimento delle parole allo spartito musicale.

La poesia però non dimentica di avere il suo fondamento nel canto. Anche perché queste radici piantate nel canto sono ancora qui, nella vita di tutti. La nostra nascita biologica ci getta nella vita con un cervello formato solo per un quarto, totalmente inetti alle necessità della sopravvivenza. Dopo un tempo minimo di due anni, quando abbiamo appreso la competenza linguistica e formato la memoria di lungo termine, nasciamo al mondo, cioè alla dimensione simbolica dell’esistenza. Solo allora abbiamo un “io” e questo “io” abita in una lingua. Non abbiamo imparato a parlare però con la grammatica in una mano e il dizionario nell’altra. Abbiamo avuto accesso alla lingua in una relazione speciale con qualcuno che aveva cura di noi e accompagnava la musica delle parole ai gesti, alle carezze, al calore dell’abbraccio. È l’IDS (infant-directed speech), cioè il modo in cui tutte le madri del mondo hanno parlato e parlano ai bambini da quando c’è homo sapiens. Si esagera l’espressione del viso, si enfatizzano i gesti, ma soprattutto si fa tesoro della potenza emotiva della voce. Ci sono ritmi, intonazioni, melodie
persuasive, per calmare, richiamare l’attenzione, condividere una gioia, che diventano di per sé significanti. E c’è pure una fase di libertà, per il bambino, prima di raggiungere la competenza e accettare le norme della comunicazione sociale… Il bimbo dice memela per dire “caramella”, ame memela… (“dammi la caramella”) ame memela… le parole sono vicine al loro gusto e al loro desiderio. Una creatività che porta l’immediatezza ideativa a fare libero uso dei suoni. Come se fossimo noi stessi a decidere quale suono migliore abbia la lingua rispetto al nostro sentire. «Reusement!» dice il bambino in un libro di Michel Leiris; il fratello maggiore, pedante, si sente in dovere di richiamarlo al modo giusto di esprimersi, e lo corregge: «Heureusement…». Quanto è forte, vera, “Reusement!”, un perfetto lucky strike; quanto è noiosa “Heureusement”, quasi burocratica.

La poesia forma una voce che attinge alle profondità della memoria della lingua e della sensibilità umana. Nascere al mondo significa nascere nel mondo degli altri: ereditiamo tutto, anche una lingua, come l’ha ereditata chi ci ha fatto nascere. Dentro questa lingua la poesia – di generazione in generazione – trasmette il canto che è diventato parola (altra cosa dal canto che è diventato musica). La sua forma ha in sé qualcosa del passato dell’umanità e dell’inconscio della vita attuale.

La poesia è una seconda voce, che la forma poetica crea per propiziare un incontro. Per condividere in comunione ciò che la comunicazione sociale tende a ridurre a efficacia tecnica.
Non ci si appropria di questa seconda voce; non la si restituisce. Le si va incontro, facendo risuonare la nostra voce che la accoglie con la seconda voce di chi ha composto il testo poetico. Quella seconda voce che è da sempre la memoria segreta della chiamata che sospende il respiro in attesa di una risposta. Un incontro nella lingua, se la nostra voce di lettori saprà riconoscere a sua volta la seconda voce che risuona con il testo.

Ecco riassunto, forse un po’ troppo velocemente, il contenuto del libro. I riferimenti culturali e storici, gli esempi, i ragionamenti interni che ho creduto utili per segnare il percorso sono molti, troppi per poterli riassumere. Non posso però trascurare il richia mo a un aspetto fondamentale, che ho sempre tenuto presente, a proposito delle motivazioni più sentite che hanno guidato le diverse argomentazioni. Ci sono moltissimi appassionati di poesia che in forma solitaria e a volte clandestina lavorano su una perdita, un vuoto, una mancanza di continuità nella trasmissione del sapere poetico. Hanno incontrato la poesia, sono stati chiamati da questo incontro a leggere ancora, forse a comporre a loro volta, ma sentono la mancanza di strumenti, di una modalità di confronto comune. Ciò che riguarda i “chiamati” trova frequente conferma, purtroppo, nella pratica scolastica, non tanto nella scuola dell’infanzia e nel primo ciclo, ma soprattutto nei successivi. La maggior parte degli italiani, l’abbiamo segnalato, incontra la poesia a scuola. Sempre di meno a dire il vero, ma per quasi tutti è comunque l’unico posto dove la possono incontrare.

Ecco il sogno segreto di questo libro: un discorso di conoscenza, certo, ma soprattutto di liberazione, che suggerisca un ascolto della composizione poetica vero, personale e condiviso. Ho cercato di indicare alcune vie di avvicinamento, ho provato a proporre qualche utile forma di attenzione, qualche esperimento per attivare l’esercizio. La lettura a voce alta della poesia (anche però con la voce non silenziosa della mente) come “esecuzione” del testo poetico, porta a domande e tentativi che sono formativi di una predisposizione all’ascolto. Insegnano che prima siamo un “noi”, e poi diventiamo un “io”. E che quell’“io” chiama e attende una chiamata: nella lingua, che non è stata “inventata per comunicare” – come capita di sentir dire – ma che ha fatto emergere dalla comunione della vita l’abilità di comunicare.

Il canto delle parole, quello che nasce dalla voce che parla, è ancora riconoscibile e vivo nella poesia, diverso dalla voce che canta, dove le parole sono note dello strumento musicale vocale, a volte meravigliosamente fuse con la musica, a volte non più che funzionali alla performance. È una distinzione che non può essere assoluta, anzi, è discutibile (spero) e riporta in primo piano la difficoltà di distinguere nettamente la dimensione del parlare da quella del cantare. Ma proprio questo è un motivo per considerare in quale misura, la parola che nasce dal canto, poi diventata sempre più utile e complessa nella comunicazione sociale, conservi ancora, grazie alla poesia, memoria e richiamo, evocazione e sostanza emotiva della sua origine.