Giuseppina Biondo, Canto con versi meccanici

Canto con versi meccanici è un poemetto inedito di Giuseppina Biondo, che fa parte di un libro di prossima uscita.

Ho provato a cantare con versi meccanici
metamorfosi e distrazioni,
ero su una nave Palermo-Genova,
ero sulla sedia di una camera da pranzo,
ero sul marciapiede di un lungomare del Mediterraneo,
ero sulle vie meno sazie di salsedine e
ancora ero nella città di Milano,
sulla metro e tra le pietre e i chiostri
degli atenei e delle abitazioni che le appartengono,
a cui apparteniamo.

Ma ora vorrei cantare con versi meccanici
le folle e i suoi palazzi,
gli uomini, gli edifici e le montagne dai colori del cielo,
il cielo e il suo orizzonte colore della terra,
e l’occhio verde di Madre Natura
che ci osserva, metà bianca, metà nera,
questo, questo sì, vorrei cantare
con versi meccanici.

Noi ci muoviamo senza capire i colori,
come formiche seguiamo percorsi e ci scontriamo,
tra marciapiedi, meraviglie e metropolitane.

Noi ci muoviamo senza capire i colori
con cappotti e cappelli, e intanto
le punte dei monti si fanno blu e rosa; e intanto
il cielo è come il cappello marrone
di una guardia forestale, è la
chiesa di Moscova sottosopra,
è parte del volto bicolore della grande Madre;
e il bianco del dipinto è la strada su cui
ho corso per settimane al Parco Sempione.
Ma noi ci muoviamo senza capire i colori.

A girare il paesaggio, a roteare l’iride,
a rinominare il Nord e il Sud,
si accende un canto e la poesia.

Questo vuol dire essere impazienti
e questo vuol dire essere detenuti: essere liberi.
La libertà che fuoriesce dalla nostra natura,
che rompe il quadrato della nostra architettura
– lo schema sociale, il confine della famiglia e del consorzio –,
sùbito uno nuovo ne forma.
Possiamo far cedere quadrato dopo quadrato
questo domino di perimetri dopo perimetri,
e ogni volta liberi ci sentiremmo,
e ogni volta impazienti,
e ogni volta detenuti
ci sentiremmo.

Metà natura, metà costruzione:
siamo oggetti di natura e artificio, di libertà ed educazione,
siamo bestie meccaniche ed esseri viventi civili
ricchi di manopole e schermi.
L’intelletto stesso è pensiero di natura e come macchina evoluta.

Canto con versi meccanici anche il ricordo di un uomo specifico.
Ero per le vie di questa città, impaziente e detenuta,
tra navigli e camere, amiche, collegi e nuovi appartamenti,
tra colleghi, libri e storie, file da correggere e prolungare,
campanelle e cambi d’ora e cambi d’aula e nuovi testi,
quando incontrai la mia guida spirituale,
il teologo Pierluigi Lia.

Egli, dalla rara mente, dagli occhi vivi e di fine intelligenza elettrica,
con cappello, cravatta e ombrello, di Varese
e parroco di San Cristoforo sul Naviglio a Milano,
colpiva per lo sguardo fermo e la grande oratoria,
mi appariva come la personificazione di quella frase latina:
rem tene, verba sequentur.

La sua barba corta, bianca, curatissima seguiva
la mascella in una candida forma inusuale.
E controcorrente forniva concetti, saperi, intuizioni;
e dopo tornavo sazia a casa, di una pienezza
unicamente immateriale. L’anima colma di genio, accesa.

E sento che anche i versi sono mutati al ricordo
di quest’uomo che il mondo intero ha perso
– era il ventinove aprile duemiladiciannove
e le gole si attanagliarono e gli occhi come tergicristalli
tagliarono le lacrime per due lunghi giorni,
due settimane di smarrimento esistenziale:
non avrei potuto più porgli le mie domande –.
Ma è proprio lui che mi apparve accanto, unicamente immateriale,
ieri in Duomo, e giorni fa parlando di esami con giovani studenti.
Mi apparve, ricordato, ed eccolo ora guida del viaggio
di questi versi meccanici d’impazienza e detenzione,
di ambiente, natura e di ciò che l’uomo ha costruito.
Ma egli era muto e non proferiva ancora parola,
allora mi alzai e muovendomi tra la folla:
«La commemoro!» dissi e lui scomparve alla vista.
Questo, questo è l’uomo della città
mista d’acqua di Darsena e pietra di chiesa.

Ma chi volevo commemorare? Lui o infine la Natura?
Egli era la Natura della Lingua, ma scomparso lui
vi è una Natura che ci prega, che prega noi peccatori
di fermarci – sta morendo! –,
perché, come quando una donna è troppo truccata,
ha perso la sua autenticità; perché più che donna,
è manichino; perché ha assunto le sembianze
di Cosmicomiche e Città invisibili,
e di divertente e di mirabolante non c’è nulla.
Rimediare e non arrivare a dire:
«Non avrei potuto più».

Due alberi rossi, stagliati e spogli, reggevano le sorti
di famiglie e dei ceppi di molte storie. Una donna
dai capelli biondi, ricci e corti, vi passò attraverso
e così apparvero due signore.
Una era il Giardino, l’altra il Salotto,
una dimora di natura, l’altra soggiorno di souvenir e oggetti.
Il messaggio riportato fu chiaro: mito e modernità,
realismo e scadenza: era questo il richiamo fatto ai poeti nuovi
del terzo millennio – ventunesimo secolo dopo Cristo.
E sottintese c’erano sensibilità e prudenza.
Ciò avveniva in un punto nel mondo,
dove campagna e città erano in perfetto equilibrio
e dove la mia mente poteva vedere.

Canto ora con versi meccanici la povertà dei poeti contemporanei,
di quelli che rubano, che temono, che non sognaggregano,
che agiscono al pari di uomini aridi e livorosi.
E canto con versi meccanici ancor di più la ricchezza
di altri autori, e il bisogno di un’Unione Ambientale,
tra continenti, popoli, mari e lingue.
Ma i miei versi meccanici stanno per concludersi.
Whitman, Conte, Cavalli, Coleridge, Masters,
date ordine a ciò che è stato già scritto,
prolungate le impressioni, le ore insonni ispirate.

Bruciano gli alberi dell’Amazzonia,
bruciano gli alberi, i tronchi, le foglie, gli animali,
bruciano in Siberia e nelle Canarie,
nell’Africa subsahariana, in Libano.
Mantelli di plastica ricoprono le acque
e oggetti si infiltrano, sprofondano magmatici:
nei fondali, tra gli stomaci e le bocche dei pesci.
Gli orsi bianchi amati da bambini,
sono adesso secchi. Siamo esseri indifferenti,
eppure in grado di corteggiare, di amare,
di sognare, desiderare; e di lottare, volere,
potere, di cercare serenità e sistemazione.
Eppure siamo esseri indifferenti,
che lasciamo che tutto accada,
che chiunque uccida il prossimo,
che chiunque commetta femminicidio,
che chiunque commetta infanticidio,
che chiunque rimanga indifferente;
permettiamo che chiunque muoia nel Mar Mediterraneo,
che chiunque venga deportato nello Stato da cui è fuggito;
lasciamo che bambine subiscano mutilazioni genitali,
che bambine e bambini vengano rapiti, sfruttati, seviziati;
permettiamo che chiunque non è parte della nostra famiglia
possa non essere salvato;
permettiamo che chiunque possa rimanere indifferente.
Perché anche se quel chiunque è solo qualcuno,
è come se fosse chiunque e di chiunque il grido.
E così tutto ha potere su di noi, tranne noi,
non siamo più capaci di curare la nostra terra,
una sola rima.

O popoli che venite bombardati,
o popoli che vivete nella nostra indifferenza,
abbiate pietà di noi – Rifiorite!
O popoli che bombardate, o popoli indifferenti,
che possiate inciampare o
ravvedervi – È ormai il tempo!
Fermatevi!

A cosa serve scrivere un canto con versi meccanici
se la Terra è diventata questa? Chi mai leggerà
una lingua terrestre, se non invertiamo
le nostre vite adesso? Se tra cento anni
la Natura non sarà diversa? – È permesso? –

Questi versi meccanici stanno per concludersi.
È tempo di agire, di mutare.

(dal 18 al 21 ottobre 2019, Milano)

 

Immagine: Laure Prouvost, the wet wet wanderer, 2017.