Giuseppe Ungaretti, Mio fiume anche tu

In occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Giuseppe Ungaretti, pubblichiamo un commento di Alberto Fraccacreta alla poesia Mio fiume anche tu.

 

Giuseppe Ungaretti, Mio fiume anche tu

1
Mio fiume anche tu, Tevere fatale,
Ora che notte già turbata scorre;
Ora che persistente
E come a stento erotto dalla pietra
Un gemito d’agnelli si propaga
Smarrito per le strade esterrefatte;
Che di male l’attesa senza requie,
Il peggiore dei mali,
Che l’attesa di male imprevedibile
Intralcia animo e passi;
Che singhiozzi infiniti, a lungo rantoli
Agghiacciano le case tane incerte;
Ora che scorre notte già straziata,
Che ogni attimo spariscono di schianto
O temono l’offesa tanti segni
Giunti, quasi divine forme, a splendere
Per ascensione di millenni umani;
Ora che già sconvolta scorre notte,
E quanto un uomo può patire imparo;
Ora ora, mentre schiavo
Il mondo d’abissale pena soffoca;
Ora che insopportabile il tormento
Si sfrena tra i fratelli in ira a morte;
Ora che osano dire
Le mie blasfeme labbra:
«Cristo, pensoso palpito,
Perché la Tua bontà
S’è tanto allontanata?»

2
Ora che pecorelle cogli agnelli
Si sbandano stupite e, per le strade
Che già furono urbane, si desolano;
Ora che prova un popolo
Dopo gli strappi dell’emigrazione,
La stolta iniquità
Delle deportazioni;
Ora che nelle fosse
Con fantasia ritorta
E mani spudorate
Dalle fattezze umane l’uomo lacera
L’immagine divina
E pietà in grido si contrae di pietra;
Ora che l’innocenza
Reclama almeno un’eco,
E geme anche nel cuore più indurito;
Ora che sono vani gli altri gridi;
Vedo ora chiaro nella notte triste.

Vedo ora nella notte triste, imparo,
So che l’inferno s’apre sulla terra
Su misura di quanto
L’uomo si sottrae, folle,
Alla purezza della Tua passione.

3
Fa piaga nel Tuo cuore
La somma del dolore
Che va spargendo sulla terra l’uomo;
Il Tuo cuore è la sede appassionata
Dell’amore non vano.

Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello che t’immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l’uomo,
Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi,
D’un pianto solo mio non piango più,
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri.[1]

 

 

Poesia monumentale nel range conclusivo della quinta parte (Roma occupata) di Il Dolore, silloge a cui Giuseppe Ungaretti era più affezionato,[2] Mio fiume anche tu è una suite in tre tempi, infarcita di endecasillabi e settenari che scandiscono perfettamente il tempo interiore, trenodico creato ad hoc per mettere in rilievo la tragedia dell’occupazione nazista e delle deportazioni dell’8 ottobre del ’43 a Roma. Poesia, quindi, in certo modo politica ma — come per La primavera hitleriana di Eugenio Montale, con la quale potrebbe istituirsi un interessante confronto tematico — venata di un irriducibile sostrato religioso che allarga il discorso lirico dall’analisi dei fatti storici entro una precisa (a differenza di Montale) prospettiva metafisica. Il titolo della composizione è un riferimento interno — metapoetico — all’opera stessa di Ungaretti: già nei Fiumi[3] dell’Allegria, infatti, erano comparsi l’Isonzo (in cui, durante la Prima guerra mondiale, egli si era riconosciuto «docile fibra/ dell’universo»), il Serchio («di gente mia campagnola/ e mio padre e mia madre»), il Nilo («che mi ha visto/ nascere e crescere») e la Senna («in quel suo torbido/ mi sono rimescolato»). Il Tevere si aggiunge ai fiumi del cuore, introiettando però una corrente luttuosa e, al contempo, una diversa consapevolezza dell’esperienza del dolore nell’euripideo salto dal pathos al mathos. La storia che il fiume «fatale» (ossia percorso da antico lignaggio) racconta in sottotraccia, è relativa al crudele rastrellamento degli ebrei («Ora che prova un popolo/ Dopo gli strappi dell’emigrazione,/ La stolta iniquità/ Delle deportazioni»), alle torture nei confronti degli «agnelli» fino agli orrori dei lager, alla lacerazione dell’«immagine divina» e alla perdita dell’elevata identità umanistica della quale Roma era portatrice («Tanti segni/ Giunti, quasi divine forme, a splendere/ Per ascensione di millenni umani»), adesso privata della sua dignità culturale.

L’imponente cattedrale anaforica del primo e del secondo movimento — contrassegnata dall’iterazione temporale di «Ora che… Che…» ai vv. 2, 3, 7, 9, 11, 13, 14, 18, 22, 24, 29, 32, 36, 42, 45; nonché dalla ripetizione di versi interi o emistichi («Vedo ora chiaro nella notte triste./ Vedo ora nella notte triste, imparo») e dall’epanalessi avverbiale («ora ora») — dà l’idea di una vera e propria preghiera o invocazione che Ungaretti, in prima istanza, rivolge a sé stesso attraverso il Tevere, fluido e cangiante come l’io autoriale, e poi a Dio. È infatti dal fluviale prolegomeno subordinato — lungo quarantacinque versi! — della presa di coscienza della situazione presente in cui il poeta è immerso, che si origina il vederci chiaro nella notte, ossia il giungere a un’importante conclusione relativa all’esperire (in senso fenomenologico) il dolore. Ora che è accaduto tutto questo, finalmente ho capito. Significativa è la similitudine degli agnelli dei vv. 4-6: «E come a stento erotto dalla pietra/ Un gemito d’agnelli si propaga/ Smarrito per le strade esterrefatte»; il gemito straziante provoca un senso di iniziale compassione e di partecipazione addirittura oggettuale a metà tra la personificazione e l’ipallage. Un po’ come Admeto nell’Alcesti («ἄρτι μανθάνω», «ora me ne rendo conto» v. 940), Ungaretti giunge per speculum in aenigmate a una cognizione che cambierà la sua vita e il guardare nitidamente le cose. La silloge presenta leopardianamente almeno tre tipologie di sofferenza, declinate in una climax ascendente: 1. la poesia incipitaria, Tutto ho perduto, dedicata al fratello Costantino, ha il valore di distruzione del passato e della memoria; 2. Giorno per giorno e Il tempo è muto, che raccontano la triste vicenda del figlio Antonietto, spezzano la radice dell’io presente e futuro; 3. Mio fiume anche tu e le altre poesie sono invece ispirate «dalla tragedia di questi anni».[4] Si assiste, dunque, al passaggio soffuso da un dramma privato a una concezione universale del dolore che può avere senz’altro più di un legame con il celebre «giardino» dello Zibaldone leopardiano, al quale comunque va aggiunto il decisivo apporto teologico che conferisce forma e significato all’avvicendarsi degli affanni. La terza parte del dolore sarà infatti nodale per mettere pienamente a fuoco le esperienze precedenti.

Cosa comprende allora Ungaretti in questo fondamentale transito dal personale allo storico e al cosmico, dal soggettivo all’esteriore? «So che l’inferno s’apre sulla terra/ Su misura di quanto/ L’uomo si sottrae, folle,/ Alla purezza della Tua passione». Quattro, essenziali versi. Ossia: l’enfer, c’est les autres, la sofferenza annienta e tutto diviene tragicamente insopportabile — appannaggio di quel male «senza requie» e «imprevedibile», ripetuto icasticamente ter — nella misura in cui e se ci sottraiamo, «Cristo, pensoso palpito», alla purità della misericordia divina. Diversamente da Leopardi, Ungaretti non cerca l’origine del dolore, ma la strada corretta per viverlo. Poiché esso fa parte della condizione umana, qual è il modo giusto di sopportarlo? Detto in altri termini: non è possibile affrontare la sofferenza e il male nel mondo senza quell’«amore non vano». L’amore non vano della trascendenza che accetta liberamente di soffrire, diviene «sede appassionata» del piano soterico. Ecco allora che l’allucinata interrogazione inziale («“Cristo, pensoso palpito,/ Perché la Tua bontà/ S’è tanto allontanata?”»), ricalcante Mt 27,46 e Mc 15,34, trova la sua risposta. Dal cuore di una simile e coraggiosa professione di fede, alla quale si può benissimo applicare la formula della «primitività lirica»[5] proposta da Gargiulo, nasce il nuovo vedere del poeta. L’immolarsi di Cristo «per riedificare/ umanamente l’uomo» coincide con l’allargamento e, dunque, con la condivisione della «somma del dolore» che fa percepire non unico il proprio pianto («D’un pianto solo mio non piango più»). Come si diceva, è sensibile la distanza dalla Clizia montaliana della Primavera hitleriana, la donna-iddia

che aveva lasciato l’oriente per illuminare i ghiacci e le brume del nord, torna a noi come continuatrice e simbolo dell’eterno sacrificio cristiano. Paga lei per tutti, sconta per tutti. E chi la riconosce è il Nestoriano, l’uomo che meglio conosce le affinità che legano Dio alle creature incarnate, non già lo sciocco spiritualista o il rigido astratto monofisita.[6]

Entrambi gli autori reagiscono ai terribili tumulti della storia opponendo nella loro poesia un tu di salvezza, screziato metafisicamente. Ma Montale traspone nella destinataria femminile empirica i simboli della divinità in una dimensione strettamente privata, simile al Dio personale di Kafka. Ungaretti, lungi dal creare il personaggio lirico del roman, si rivolge di petto e al di fuori della creazione letteraria all’oggetto di fede. Due diverse concezioni di poesia: l’una legata all’avventura e alle metamorfosi della lirica provenzale, l’altra alla lauda e al netto realismo di Jacopone da Todi.

 

[1] Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo. Tutte le poesie, testi secondo l’edizione “I Meridiani” 2009 a cura di Carlo Ossola, cronologia di Leone Piccioni, con studi di Leone Piccioni, Giuseppe De Robertis, Alfredo Gargiulo, Piero Bigongiari, Mondadori, Milano 2016, pp. 268-270.

[2] Cfr. Nota a cura dell’autore e di Ariodante Marianni, in ibidem, p. 604: «Il Dolore è il libro che di più amo, il libro che ho scritto negli anni orribili, stretto alla gola. Se ne parlassi mi parrebbe d’essere impudico. Quel dolore non finirà più di straziarmi».

[3] Ibid., pp. 81-83.

[4] Nota a cura dell’autore e di Ariodante Marianni, in ibidem, p. 604.

[5] Alfredo Gargiulo, Premessa al «Sentimento del Tempo», in ibidem, p. LXVII.

[6] Eugenio Montale, Sulla poesia, a cura di Giorgio Zampa, Mondadori, Milano 1997, p. 568.