Giovanni Raboni, Dal vecchio al nuovo

Beh, certo, una buona ripulita… La fabbrica
(corpi bassi e staccati, di mattoni)
è coperta di rampicanti, di muschio
o è come se lo fosse. Qualche sera – d’estate
con in testa un cappello da fattore –
è capace d’aspettare che gli operai, saranno
cinque o seicento, passino il cancello: buonanotte,
buona festa eccetera. Sa lui, lui solo
che guanti usare volta a volta, il ricatto morale,
la concione nel refettorio, la minaccia
di licenziamenti o serrata. “Bisogna
rimetterci le mani…”
(passando anche noi il cancello, col motore
che va su di giri): piazzare
due o trecento cronometristi, un ingegnere al posto
di stivali e frusta e di tante parole
viscide, mielate. Persino
le macchine, se dài retta a loro, sembra che vadano
a soffio, a parole… Sì, presto
una buona ripulita, con gli operai
un rapporto finalmente preciso, virile, si sappia
chi sfrutta e chi è sfruttato, un rapporto preciso
è sempre il più pulito. “Dunque andiamo
verso la mezza stagione” mi sembra di dire, al buio
della corsa – in città per la cena – cercando
di vedere la forma delle case.