Giorgio Caproni, Il mio Enea

Da poco uscito per Garzanti, Il mio Enea di Giorgio Caproni raccoglie una testimonianza completa sull’importanza della figura di Enea nell’opera e nel pensiero di Caproni, sul suo valore letterario, storico e politico. Dal volume, a cura di Filomena Giannotti, con Prefazione di Alessandro Fo e Postfazione di Maurizio Bettini, pubblichiamo alcuni frammenti dal Passaggio di Enea (1956) e da tre interviste a Giorgio Caproni (1972, 1981, 1986).

da Il passaggio d’Enea. Prime e nuove poesie raccolte, Firenze, Vallecchi, settembre 1956.

1.
Didascalia

Fu in una casa rossa:
la Casa Cantoniera.
Mi ci trovai una sera
di tenebra, e pareva scossa
la mente da un transitare
continuo, come il mare.

Sentivo foglie secche,
nel buio, scricchiolare.
Attraversando le stecche
delle persiane, del mare
avevano la luminescenza
scheletri di luci rare.

Erano lampi erranti
d’ammotorati viandanti.
Frusciavano in me l’idea
che fosse il passaggio d’Enea.

2.
Versi

A l’accent familier
nous devinons le spectre.

I

La notte quali elastiche automobili
vagano nel profondo, e con i fari
accesi, deragliando sulle mobili
curve sterzate a secco, di lunari
vampe fanno spettrali le ramaglie
e tramano di scheletri di luce
i soffitti imbiancati? Fra le maglie
fitte d’un dormiveglia che conduce
il sangue a sabbie di verdi e fosforiche
prosciugazioni, ahi se colpisce l’occhio
della mente quel transito, e a teoriche
lo spinge dissennate cui il malocchio
fa da deus ex machina!… Leggère
di metallo e di gas, le vive piume
celeri t’aggrediscono – l’acume
t’aprono in petto, e il fruscìo, delle vele.

II

T’aprono in petto le folli falene
accecate di luce, e nel silenzio
mortale delle molli cantilene
soffici delle gomme, entri nel denso
fantasma – entri nei lievi stritolii
lucidi del ghiaino che gremisce
le giunture dell’ossa, e in pigolii
minimi penetrando ove finisce
sul suo orlo la vita, là Euridice
tocchi cui nebulosa e sfatta casca
la palla morta di mano. E se dice
il sangue che c’è amore ancora, e schianta
inutilmente la tempia, oh le leghe
lunghe che ti trascinano – il rumore
di tenebra, in cui il battito del cuore
ti ferma in petto il fruscìo delle streghe.

III

Ti ferma in petto il richiamo d’Averno
che dai banchi di scuola ti sovrasta
metallurgico il senso, e in quell’eterno
rombo di fibre rotolanti a un’asta
assurda di chilometri, sui lidi
nubescenti di latte trovi requie
nell’assurdo delirio – trovi i gridi
spenti in un’acqua che appanna una quiete
senza umano riscontro, ed è nel raggio
d’ombra che di qua penetra i pensieri
che là prendono corpo, che al paesaggio
di siero, lungo i campi dei Cimmeri
del tuo occhio disfatto, riconosci
il tuo lèmure magro (il familiare
spettro della tua scienza) nel pulsare
di quei pistoni nel fitto dei boschi.

IV

Nel pulsare del sangue del tuo Enea
solo nella catastrofe, cui sgalla
il piede ossuto la rossa fumea
bassa che arrazza il lido – Enea che in spalla
un passato che crolla tenta invano
di porre in salvo, e al rullo d’un tamburo
ch’è uno schianto di mura, per la mano
ha ancora così gracile un futuro
da non reggersi ritto. Nell’avvampo
funebre d’una fuga su una rena
che scotta ancora di sangue, che scampo
può mai esserti il mare (la falena
verde dei fari bianchi) se con lui
senti di soprassalto che nel punto,
d’estrema solitudine, sei giunto
più esatto e incerto dei nostri anni bui?

V

Nel punto in cui, trascinando il fanale
rosso del suo calcagno, Enea un pontile
cerca che al lancinante occhio via mare
possa offrire altro suolo – possa offrire
al suo cuore di vedovo (di padre,
di figlio – al cuore dell’ottenebrato
principe d’Aquitania), oltre le magre
torri abolite l’imbarco sperato
da chiunque non vuol piegarsi. E,
con l’alba già spuntata a cancellare
sul soffitto quel transito, non è
certo un risveglio la luce che appare
timida sulla calce – il tremolio
scialbo del giorno in erba, in cui già un sole
che stenta a alzarsi allontana anche in cuore
di quei motori il perduto ronzio.

***

da Giorgio Caproni dai caruggi al Righi. Un genovese di Livorno, un limpido poeta, intervista a cura di Maria Luisa Valenti, «Il Secolo XIX», 14 novembre 1972.

[…]

Il poeta nasce dunque dal dolore?

[…] «Genova di lamenti. Enea. Bombardamenti»… Enea per me è un simbolo. Enea sono io, siamo tutti. Enea non come eroe, ma come espressione dell’uomo d’oggi con sulle spalle il peso di un passato che vorrebbe salvare (Anchise) e con la speranza per mano (il figlio) che deve proteggere. Deve sostenere tutti e due i fardelli e la sua forza sta nello stoicismo di accettare la vita com’è, senza orizzonti.

[…]

*

da Intervista a Giorgio Caproni a cura di Geno PampalonI, conservata fra gli inediti, ma di destinazione a oggi non rintracciata, 23 marzo 1981.

[…] di quale linfa si nutre questa tua solitudine?

[…] la vera solitudine dell’uomo d’oggi mi fu ispirata durante la guerra dalla vista di quel monumentino a Enea (del Baratta, credo) che si trova a Genova in piazza Bandiera, una delle piazze più bombardate della città. Enea con sulle spalle il peso di una tradizione crollante da tutte le parti (il padre Anchise), e per la mano un futuro anch’esso bisognoso d’essere sorretto non reggendosi ancora sulle proprie gambe. Enea simbolo, insomma, contrariamente alla tradizione classica, del punto di estrema solitudine raggiunto dall’uomo, e che tenta invano di salvare una tradizione morente e senza ancora potersi appoggiare a una sicura speranza, che invece deve sorreggere. Ne nacque il poemetto intitolato Il passaggio d’Enea.

[…]

*

da Anche un poeta ha la sua Chernobyl. Colloquio con Giorgio Caproni, intervista a cura di Aurelio Andreoli, in «Fiera», 25 luglio 1986.

[…]

Conserva qualche certezza (umana, poetica, ideologica)? La sua è anche una poesia della crisi (personale e storica)?

Non mi piace esser chiamato «poeta della crisi». Certo è che viviamo in una società (in una cultura) estremamente friabile e asimmetrica, senza una sua precisa centralità: quella centralità (favola o mito, non importa) che ebbero l’età classica, quella cristiana del primo medioevo, quella illuministica ecc. Una centralità in base alla quale poter distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto ecc. Dicono alcuni che oggi vi siano più centralità, e che ciò sia un progresso. Sarà. Ricordi comunque il mio Enea, in disperata ricerca di un luogo dove fondare la nuova città, totalmente solo nel suo esilio con sulle spalle il peso d’una tradizione ormai crollante (Anchise), e per la mano una speranza quant’altro mai incerta, incapace ancora di reggersi sulle gambe (Ascanio). Un Enea scaturito, dopo una lunga dittatura, dalla terrificante esperienza della guerra, che ha investito in pieno la mia generazione e ha lasciato tante macerie non soltanto materiali.

[…]

Immagine: Foto di Dino Ignani.