Gianluca D’Andrea, Present

Pubblichiamo sei poesie di Gianluca D’Andrea, da un libro inedito.

 

Present

Nella terra si perde la moneta
nel laghetto, nei pressi del laghetto
giunsi per riposare
la mia fuga maratoneta.
Non oso ripetere come si svolse,
la curva s’attorse dell’infosfera
ed era sincera, la vicenda dell’uomo
col sorriso emoticon dell’ottantotto.
Contiamo ogni vent’anni e siamo nella stasi
che qualcosa avvenga nel laghetto
oltre il riflesso e la noia e il rischio
che la bomba sia fagocitata
dall’altezza e nel tragitto information
highways
per blastare e dissare
in eterno l’altro, ogni altro
utile per essere distrutto
mentre riposavi la moneta
nei pressi del laghetto.

 

Orbitale

All’intensificazione dei processi
la terra avrebbe saltato nel vuoto.
Avevano esacerbato i passi,
ma camminavano e il cammino
non era accompagnato da ulteriori
fluttuazioni. Sull’erba
residua c’erano ceppi e un principio
radicale, una radura estesa
e pochi alimenti. L’atmosfera
era segnata dalla pochezza
e dalla necessaria sobrietà dei costumi.
Tutte le abitudini mutano
anche senza sentieri da scegliere.

 

Strascico di vento

Liberarono uno sciame di capsule
dorate e appoggiarono i gomiti
arresi alla console.
Tutto diventa chiaro, una confessione
strappata al mondo, alla natura
strappata dalle stesse mani
arrese. La videocamera
fa una panoramica sullo sfacelo
modificando il gene della percezione,
nessun trasporto di feriti
solo l’orbita tumefatta.
Tornarono indietro guadagnando
a fatica la parte scoperta
di una pianura glaciale.
Appollaiati nel fango riuscivano
a stento a notare i semi
aerei, le piante giovani
uno strascico del vento
la progenie.

 

Futuro. Memoria

Quel giorno un cielo plumbeo
d’argento, timidamente
tentava di riscattare la notizia
che avrebbe rinnegato le nostre certezze.
Il cielo a tratti si schiariva e sprazzi
di luce bianca cadevano
sulla terra, soffice e artritica
come il piumaggio e il linguaggio
degli uccelli al mattino. Il loro
canto corale traluceva dopo un’alba
orrenda, nel giorno in cui ci dissero
che essere era il canto
delle ultime ricerche appuntate
sul cielo plumbeo. Dall’orizzonte
sparirà la vita in un giorno tranquillo
senza ore che corrano urlanti
o tracce scampanellanti che neghino
il silenzio. Forse un giorno
la gente non sarà più consapevole
del cataclisma in arrivo
ma avrà le parole decisive
incise negli occhi,
le palpebre, le fronti,
futuro, memoria.

 

Idomeni

«È più facile sbarazzarsi d’una macchia di grasso
che di una foglia morta; almeno la mano non trema»
diceva un poeta, ma qui a tremare è tutto,
un sistema d’indecisione, indifferenza o l’indulgenza
pietosa per una sindrome di cui si preferiscono ritardare
le conseguenze. Si chiama Idomeni
il limbo, la stasi infinita di chi attende
l’infinito trasbordo dell’uomo in merce umana.
Tutti a proteggere e accarezzare i confini
fino all’esplosione impotente e ancora arginata.
UE, UNHCR e medici senza frontiere
laddove le frontiere subiscono un blocco asfissiante.
Le facce tirate dal dentifricio
che evitano l’aria aperta, l’area Schengen,
per tentare di raggiungere un lontanissimo nord
con una mossa avventata su una scacchiera di scacchi viventi
(Alice gioca e “perde” in undici mosse).
Nell’attesa sommosse nella valletta rigogliosa:
«Oro e argento fine, cocco e biacca,
indaco, legno lucido e sereno,
fresco smeraldo…» ma nell’ora
«che si fiacca» da «mille odori»
sorge lo sfiato dei lacrimogeni.
Il paradiso dei profughi è quell’odore invisibile di
ortoclorobenzalmalononitrile
che istantaneamente spacca l’attesa
perché i Balcani sono prodromi
e la Grecia l’origine di tutto
il male europeo.

 

Iterazione e noia nel ciclo della morte (trattato)

noi a noi stessi morire
e ci rinnova il silenzio

Federico Hindermann

Forma ciclonica della morte
e ciclica che ripeti le date
per riprodurti e rigenerarti
senza bisogno di nuove invocazioni
hai evitato le preghiere di tanti
hai disciolto altre quattro centinaia
di cuori nella zuppa salmastra
del nostro mare tra le terre.
Numero tondo, se aggiungiamo 800
e spostiamo di un anno il 18.
Grazie gioco maligno che ritorni
e dissolvi l’attesa esasperante che avrebbe
atteso queste anime che trovano
requie al loro cammino selvaggio,
imposto. A quanto ammonti il numero dei morti
non smonta il numero esondante dei sopravvissuti
in attesa di osservare con svelto stupore
e dare un nome al prossimo ciclone.

 

Immagine: Philippe Chancel, Datazone #12, Frontière Bulgaro-Turque et Gréco-Macédonienne, Idomeni, 2016.