Gian Mario Villalta legge “L’estate non si fa annunciare…” – I poeti leggono se stessi /8

da | Set 30, 2014

L’estate non si fa annunciare,
se è estate vera, non ha false partenze
come la primavera, o l’autunno
che è quasi tutto annuncio.
L’estate viene in un solo giorno.
Un temporale, la polvere, l’asfalto.
È il fresco delle due di notte
quando pensi che l’estate sta passando.

(da “Nel buio degli alberi”, 2001)

Ho scelto questa piccola poesia, per un esercizio di autocommento, perché di recente mi è accaduto questo: alla fine di una lettura pubblica, sono stato avvicinato da una ragazza e da una giovane signora (sua madre, sua sorella?), le quali hanno dapprima dichiarato interesse per quello che scrivo e poi, per darmene prova, hanno recitato (iniziando l’una e accordandosi l’altra) quasi all’unisono gli otto versi che la compongono, con precisa intonazione e unito sentimento, concludendo poi, la maggiore delle due, con una frase dove diceva – ricordo con approssimazione – che per lei l’estate era in queste parole perfettamente compresa.

Chiedo venia per la vanità, ma è così difficile oggi sapere che cosa mai riesca ad arrivare dall’altra parte, a chi legge, se qualcuno ti legge, quello che scrivi: l’imparare a memoria, par coeur, è indice di un’accoglienza piena, e che ciò sia avvenuto non per una sola, ma per ben due persone, è stato un dono inatteso.

Questa poesia compare per la prima volta in una plaquette, Nel buio degli alberi, edita nel 2001. Il libretto era costituito da 20 poesie, delle quali 12 sono confluite successivamente in Vedere al buio (2007), e successivamente solo 7 in Vanità della mente (2011). In Vanità della mente questa poesia non c’è, poiché nell’allestire un libro che voleva raccogliere un lavoro di  quasi quindici anni, risultava troppo ancorata a una fase di passaggio, della quale mi pareva che il volume del 2011 avesse altri modi di dare migliore testimonianza.

“Una poesia”, per quanto autonoma e fedele a un progetto, non è mai separata dal rapporto spazio-temporale inscenato dall’opera, dal “libro”, da ciò che rende esplicita una relazione duratura tra chi fa una cosa e ciò che viene fatto. Questa “relazione duratura” è ciò che coglie insieme, e li lega, il dato esistenziale e quello espressivo, ed è ciò che caratterizza la sostanza di un lavoro poetico.

Per molto tempo ho scritto in dialetto e in italiano, considerando che il divario tra le due forme linguistiche rappresentasse il terreno che dovevo dissodare per raggiungere dei risultati consoni alle esigenze di una poesia più vicina all’esperienza ma allo stesso tempo capace di accogliere esigenze diverse, che riguardavano le tematiche, le soluzioni formali, l’assetto linguistico dell’insieme. Non è il caso di riassumere in poche righe due decenni di tentativi, né di illustrare che cosa stava avvenendo fuori e dentro la poesia in quegli anni: mi limito a dire che solo con Vanità della mente ho ritenuto di aver raggiunto, se non altro, una perimetrazione abbastanza certa di quel “terreno da dissodare”.

Tornando a L’estate non si fa annunciare, e considerando quindi il versante di lavoro in lingua italiana, credo di poter identificare alcuni segnavia o landmark che allora cercavo di seguire. Prima di tutto la coesistenza (tensione) tra una lingua elementare, semplice, quotidiana e un’intonazione alta, tesa, consapevole della grande tradizione lirica che sentivo di dover accogliere in eredità. Poi – una cosa che oggi appare meno pressante – la preoccupazione che, da un lato, si capisse bene che cosa si stava dicendo, si potesse identificare il fuoco del discorso, senza rinunciare, d’altro lato, a una esplorazione di momenti complessi, di sintesi, del sentire, senza cioè abdicare all’incremento della funzione simbolica del linguaggio che è proprio della poesia.

Per chi vive alle mie latitudini l’avvicendarsi delle stagioni è faccenda seria, che intacca il sentire, la memoria e il desiderio. A volte una stagione si nasconde dentro un’altra. Altre volte, come l’estate di questo anno 2014, pare negarsi. In ogni caso, c’è da dire che la stagione è tale perché “sta”, cioè permane in un suo assetto climatico generale: temperature, luce, aspetto della natura, etc. La stagione, quindi, si definisce riguardo al suo stare, al suo mantenersi immutata. Come il tempo dell’esistenza (non a caso si dice anche “le stagioni”) della vita. Ed ecco che, grazie alla varietà e variabilità climatica di cui il luogo dove vivo dà prova, quante volte questa immutabilità necessaria alla definizione del significato (estate, autunno…) è indecidibile? Ma non è proprio questo che la avvicina a un certo modo di essere della nostra vita e delle sue “stagioni”? Avevo quarant’anni quando scrivevo L’estate non si fa annunciare, l’estate della vita. Ma di quale estate si trattava? Il tempo dell’anno che quello dell’esistenza mostravano variabili così confuse da mantenere ampia la speranza (e altrettanto l’angoscia) dell’indecidibile.

La poesia è semplice, composta di quattro passaggi, due di essi racchiusi in un solo verso.
Nei primi quattro versi la stagione estate viene compresa, avviluppata in un unico periodo grammaticale insieme con quella che la precede e quella che la segue.
La lingua, semplicissima, si prende in carico di far rimare l’aggettivo “vera” e il sostantivo “primavera”, ripetendo la parola “estate”, e giocando con verbo e sostantivo in parte di corpo uguale (annunciare/annuncio) entrambi assonanti con “autunno”.

L’affermazione iniziale “l’estate non si fa annunciare” non vuol avere nel seguente “se è estate vera” solo una considerazione climatica, ma tenta anche una impennata simbolica verso quella che potremmo dire l’“essenza” dell’estate. Noi usiamo l’aggettivo “vero” anche in questo senso: per indicare la forma propria, per così dire “assoluta” di qualcosa. E poi che la primavera abbia false partenze è cosa nota, per quanto si possa ironizzare sulla perdita delle stagioni (e delle mezze stagioni). Così come appare vero che si precipita dentro l’inverno senza alcuna soluzione di continuità con l’autunno, il quale si affaccia progressivamente e ha in questa progressiva sequenza di segnali (i primi alberi che mostrano di spogliarsi delle foglie, la prima brina, etc., tutte le volte una “prima volta”) la sua principale essenza. Quindi, senza parlare di echi dannunziani o sereniani, direi che in questo primo passaggio l’essenza dell’estate è nel suo arrivo certo e perentorio.

Questo arrivo certo e perentorio è riassunto e sancito nel secondo passaggio: L’estate viene in un solo giorno. Una frase, un verso. Un’affermazione molto semplice, decisa e già discutibile. Ma ancora più discutibile appare il verso successivo, che non solo porta corispondenza tra frase e verso, ma è frase nominale, senza soggetto o oggetto di azione, puro elenco: Un temporale, la polvere, l’asfalto. Nessuno dei dati climatici caratterizzanti l’estate è qui in rilievo. Quell’unico che c’è, collaterale, è proprio del luogo dove vivo, che vede manifestarsi i temporali con particolare veemenza. La sequenza sottintende vento e pioggia: uno solleva la polvere, l’altra bagna l’asfalto, e produce quel particolare odore che ha l’asfalto bagnato d’estate.

Ecco che a questo punto, grammaticalmente slegata da quanto precede, compare un’affermazione (si sottintende all’inizio la parola “estate”, non esplicitata): È il fresco delle due di notte/ quando pensi che l’estate sta finendo. D’estate, le due di notte non sono come le due di notte d’inverno, hanno tutto un altro riverbero di esperienza. L’estate che si caratterizza solitamente per il caldo, è qui definita (unica vera definizione che c’è nella poesia) in relazione al suo contrario, il fresco. E poi l’ultimo verso fa da chiave a tutto quanto lo precede, sia per quanto riguarda la stagione estiva che per quanto riguarda il controcanto simbolico “in filigrana” riguardante le stagioni della vita.

Noioso e pleonastico quanto basta, questo autocommento vorrebbe mettere in luce lo sforzo di economia, di condensazione, che la versificazione permette, mediante lo sfruttamento di tutti i fenomeni di ricorsività. In questo caso, in particolare, il contrasto tra questa forte condensazione e i mezzi poveri, anche banali o considerati erronei (estate ripetuto quattro volte!) con i quali si ottiene. Quello che vorrei ricordare, nell’insieme, è che c’era una grande spinta, in quegli anni, che portava all’italiano alcune cose importanti che stavano succedendo nella poesia in dialetto. Queste cose erano il recupero del luogo del vivere come cassa di risonanza dell’esistere, e con esso un’attenzione diversa ai contenuti e al destinatario. Ma a me restava il sospetto che alcuni problemi di lingua e di forma non fossero trasferibili dalla realtà della poesia neodialettale a quella in italiano. E di questo rimango convinto anche oggi, dopo tanto tempo e dopo che la poesia in dialetto sembra aver esaurito la tensione che l’ha resa per due decenni così importante nell’orizzonte culturale italiano. Questa piccola poesia è testimonianza di questi tentativi: puntare all’essenzialità, all’immediatezza, alla vivacità di alcuni esempi di ciò che la poesia neodialettale poteva offrire, e allo stesso tempo adoperarmi alla ricostruzione di un ambiente formale e linguistico che potesse dare corpo alla mia voce in italiano.

C’è forse un’ultima cosa che devo dire. Questa poesia ha un limite: le mancano i segni certi del proprio tempo. Se porta questi segni dal punto di vista della lingua e della forma, non altrettanto mi sembra avvenga dal punto di vista della sensibilità. Le manca ancora qualcosa dello smarrimento in cui viviamo. E anche di quell’imperativo senza significato che sentiamo perseguitarci.

Un’ultima nota: in quello che scrivevo in dialetto, al confronto con l’italiano, mi era più facile riconoscere certi presupposti “ideologici”, ereditati insieme alla mia formazione. In questo senso L’estate non si fa annunciare ha un’evidente povertà (ma anche per questo per me è indicativa) di segni che esulino dalla tradizionale costituzione di un “io” lirico esistenzialmente soggettivante. È un tema difficile da affrontare, poiché i presupposti ideologici ereditati con la mia formazione sono andati, nel frattempo, svuotandosi di senso e, semmai, mi trovo a chiedermi come conservarne il contenuto etico dentro orizzonti che impongono a volte un vero e proprio stravolgimento dei riferimenti essenziali. E diventa ancora più difficile quando il senso e il fine del “fare poesia”, ereditati in un’aspettativa di cultura di cui il “fare poesia” stesso rappresentava un termine alto e irrinunciabile, si presentano incerti, deformati, e pare a volte, quando li interroghiamo, che ci rivolgano un irritato sberleffo e quasi un colossale gesto di scherno.

Gian Mario Villalta

***

NOTA: L’estate non si fa annunciare… è uno dei tasselli di partenza in un percorso di erosione e di definizione. Dalle prime poesie a Vedere al buio (Sossella, 2007) e Vanità della mente (Mondadori, 2011), Villalta ha sempre cercato l’essenzialità, nelle immagini e nelle forme. Il corpo e la mente sono posti in un confronto teso e costante, a partire dalla lingua che sguscia fuori dal dialetto fino ad una ricostruzione in italiano. Il ritmo ordina suoni e sintagmi secondo un principio strutturale geometrico, vi è una comune medietà stilistica che sembra impiantare una trasparente architettura ordinatrice, mentale e intellegibile, sulla realtà fisica e corporea. Le geometrie formali contengono tracce composite di realtà, ma puliscono la “filigrana” dei significati, evitando sempre l’evocazione minimale. Si tratta di uno sforzo di semplicità: la lingua e le immagini ci affrontano in una trasparenza tenace che è “condensazione” ed “economia” grazie ai “fenomeni di ricorsività” che la lirica consente. La parola condensata lavora le immagini come l’acqua che erode la pietra o una luce netta che disegna sulla terra ombre precise: e in questa nettezza si avverte un dialogo sottile tra la vivacità e il dubbio, come se la trasparenza cristallina portasse con sè appigli mentali per fronteggiarlo. Stare dentro le cose diventa allora il modo per attivare una doppia visione. L’evidenza e la non-evidenza appaiono capi opposti e speculari, in mezzo ai quali si forgia la lingua come un vetro terso che condensa tutte le rifrangenze, le irregolarità, le incertezze e le purifica sulla sua superficie definita. (M.B.)

La rubrica “I poeti leggono se stessi” ha già ospitato:
Mario Benedetti, Milo De Angelis, Franco Buffoni, Umberto Fiori, Patrizia Valduga, Valerio Magrelli, Fabio Pusterla.

Immagine: Claudio Guerra, Figura nel campo, 1993.

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).


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