Francesco Brancati, L’assedio della gioia

Quattro poesie inedite.

 

Da una finestra

Allora, distingui:

i rami dell’albero
non sono dell’uomo.
Sono prigioni
come le pietre
per i giorni a venire,
gli incidenti sugli schermi.

Il tetto del palazzo che in altezza
sopravanza dietro il fondo
dell’immagine
invece è dell’uomo.
È stato un rifugio, polvere (Hans
Reiter?) o uno spazio in affitto.

La luce non trattiene
non può essere
dell’uomo. È un inganno
trasferito sulle mani
dei borghesi.

Il grido del bambino
ehi papà ehi papà,
i suoni che suo padre vocalizza
per estenderne la gioia
trascurando consonanti
sono ancora degli uomini,
innumerevoli anni.

I ricordi oppure le strade non conservano
niente, non servono
a nulla.

Ma di chi è il libro,
di chi sono le parole.

 

*

Adesso crede di ascoltare
il suo pensiero, invece intorno
sono due i sistemi di areazione:
le ventole sotto il corpo unibody
del portatile e poi le altre,
attraversano il corridoio, respirano l’edificio,
diventano i suoni che consentono il silenzio.
In quello stesso spazio il dittero
al ventottesimo giorno
curva la superficie delle molecole
in volo verso la spianata.

Di sera e al mattino ha sempre questa sensazione
una sostanza si frappone fra le cose che tocca
e le sue mani: prima di aprire lo stipite della cucina
dice che quel muco impalpabile deve per forza di cose
avere a che fare con il rimorso,
l’assenza del rumore non mi fa pensare.

La fila per i pasti lo trattiene vicino alla porta,
accanto un tavolo di plastica con gli adesivi
e un fiore giallo, pure di plastica. Qui dice
se taglio una pietra penso di poter capire
perché sei andato via.

Ha voltato le spalle.
Dopo, il suo sguardo annota.

 

*

FMB

Quando è sera il corpo sembra vetro
ma è il respiro a suggerire il vento;
intorno al tavolo parliamo senza
posa della tua malattia: somiglia
a una rosa se i tuoi occhi fissano
il muro, una speciale dedizione
per le isole di grigio nel bianco
rivelate dall’intonaco caduto.

Che cosa oscena, se ricordi.
Per un attimo abbiamo stimato
di concedere alla tregua una sua parte,
credendo di osservare quello
che veramente avremmo voluto
pensare (mentre invece un’altra
notte hai detto: «non voglio che i miei
figli, loro, che vivano tutto questo»).

Se provo a osservare ti vedo
aquilone in un cielo ripetuto,
solo aria sezionato, apronominale.
Un postino affaticato quando
nelle strade spedivano lettere.

 

*

Disperi lungo la strada,
perché la casa – tuo padre
avrebbe detto dimora –
non può essere la parola.
Il viale corre parallelo
alle rogge, prevede poveri doni
per una falsa vertigine:
i caducifoglie sopra i canali,
la protezione senza suono
delle acque come per le sillabe
che non puoi più indossare.
L’inverno lungo che ti sovrasta
è tutto nelle braccia dei lavoratori,
costruisce intorno la pedana,
una promessa che infiamma il pensiero
nell’attimo esatto (al semaforo,
poiché segnava rosso) del suo primo incistarsi.

Mentre ai lati le auto al loro posto,
nascoste.
Conservano intatta la rivincita di domani.

 

Immagine: Liu Xiaodong, Spring in New York, 2020.