Francesca Mazzotta, Gli eroi sono partiti

Sei poesie da un libro inedito.

TRINCEA

Lo distingui lo straniero senza torcia?

sibilava al mio orecchio dentro il buco
mentre oltre il sipario disegnato
dai fogliami a elemosina del vuoto
c’era la notte ferma lapidaria
ci subissava fino a darci il sonno

Distinguo solo l’orma di chi fugge
non che si appressa, ma si è fatto tardi
non torneranno in tempo, forse mai

le lumache si infossano con noi

gli eroi sono partiti ed era autunno
e queste mani opache ora hanno freddo.

 

DESERTO

Di pietra cresce sulla scorza
umida d’agrume questa
metamorfosi violenta

il silenzio genera la sete
sotto il sole confondo Icaro e Dedalo
mentre tu collezioni extraterrestri
bevo dai golfi del mio mappamondo

eppure prima, prima del deserto
ci incantava una mimosa rovente
la sicurezza di un fondale
sotto il cemento del cortile.

 

FALENE

Mi vorrai sempre bene è la domanda
che ti rivolgo spesso sottovoce
se Palinuro cadi dentro il sonno
né so chi sono né sono al sicuro

è rito e ritmo, ovvero solamente
misura che cadenza la paura:
andare avantindietro per la stanza
e circumnavigare il tuo respiro

ma i mari sono secchi mentre dormi
– zecca mi abbevero sulla tua pelle
rimane esangue un petalo cosparso
di falene. Adesso sii sincero

mi vorrai sempre bene?

 

ISADORA DUNCAN

La sciarpa non si porta per la mostra
che celebra la storia di Isadora

mi dice un tizio per la galleria
mi sento a un tratto inadeguata, sporca
sensibile al decoro oltremisura

ma a sera con la solita cultura
tra calici traslucidi di vino
mi delucidi sulla sua sciagura
È morta strangolata da una sciarpa
impigliata a una ruota di vettura.

 

NOSTALGHIA

Ho dormito per epoche nel ghiaccio
dentro cieli di vetro, cordigliere
rigate d’azzurro, sul filo rosso
che pondera il torace degli oceani,
tra le vertebre di regioni pallide

mi sveglio dentro il palmo di una mano
scavata con l’aratro dei miei anni
premuto forte sulla superficie
premuto forte
e cado rovesciata da quel polso
rinasco nell’agone dove insegnano
si debba rimanere ci si debba
cibare
di carne e canto ossigeno e cemento

ma ho nostalgia delle regioni pallide
di quei silenzi senzanome aperti
sui cieli vitrei il dorso degli oceani
gli orsi polari gli stormi dei pesci.

 

EPILOGO

Li immagino solcare insenature,
………………………………………………lastre
di denso mare, barriere coralline
li immagino
doppiare le scogliere
e golfi intrisi d’uominiformica
coi corpi accesi viola controsole
in piedi o stesi uguali sulla riva.

Come un fruscio li immagino salire
scalare, trasparenti, rocce rosse
tra canne oblunghe di bambù e serpenti
e trasalire ripensando al volto
che credono che avemmo all’abbandono
ai giorni vuoti agli occhi senza raggi

I nostri eroi immacolati eterni
ci chiedono, mi immagino, perdono.

 

Immagine : Berthel Thorvaldsen, Ganimede offre da bere a Zeus in veste d’aquila.