Pubblichiamo cinque inediti, l’esordio in poesia di Veronica Ariel Valenti.
20.01.2024
MIO BOSCO
Pulviscolo
di chiusa stanza,
claustrum ove amo
recluso scriver-e-vivere,
s’anima quando
scricchiola sedia
e m’avvicino a scrittoio.
È allora turbolenza
di pulviscolo fattosi iridato
da raggi di sole
che, timidamente esitanti
quasi timorosi
di far violenza,
filtrano attraverso finestra,
ferita, feritoia
di mio castello in aria…
è pulviscolo quasi
di bosco incantato
colorato
di psichedelici funghi
di cui si nutre mia mente.
Poi, mentre scrivo,
pulviscolo
si posa e riposa in merletti
e parole in arabeschi,
mentre idee
son alle prime movenze,
loro vita è solo
al primo vagito:
son comete sfreccianti,
frecce d’un dio arciere,
frecce di Zenone
che mai pervengon a telos.
E son pago d’atelico
loro sfrecciare.
Come auto di mio padre
in ricordi di me bambino.
E sfrecciante
accelerata mente
non può ferirsi eppur,
in av-ventata corsa
di venti e pensieri,
ferito
posso esser io.
Ma accelerazione
di particelle pensanti parole
è mio vivere.
Riavvicino
scricchiolante sedia
a scrittoio
e, seppur ferito, sono.
21.07.2024
MORTO D’AMORE
Buchi neri d’universo
Dio rattoppò
in allucinar e de-lirar
voce e famiglia
d’uomini d’erbe e d’animali.
Donde fu crearsi di Creato.
Ma cosmo informò di sé
pure coscienza.
Sicché sorgon insorgon
buchi neri di mente
che il sano saggio sapiente
rattoppa facendo
il verso a Dio
in allucinar e de-lirar
voce e universo di dèi.
Mentr’il pazzo li rattoppa
con allucinar e de-lirar
voci e storie d’anime
fino a rigettar uomini e dèi
e a folle fuggirne folla:
in buco nero s’eclissa,
ragno, da mondo di veglia
per darsi a sogno.
E sogna universo
ove sano-e-folle veglia-e-sonno
confluiscan in fluviale pantarei.
Ma risuonar di cascate di fiume
non debella clangor d’esercito
umano e divino
a violar psychai di folle
che si tappa orecchie
per non udir calpestio
di teppa che viola
sua steppa d’anime.
Ma a nulla serve.
E si rompon interrompon
sognar e viver di folle
che, rotto interrotto,
muore d’amor d’anime.
08.09.2024
VEGLIA I
Di me
spartito in frammenti
sparito in fantasmi
pur essi spauriti di sé,
resta musicale spartito
che risuona in mente.
O è mente
spartito di note
d’un me stonato,
è ormai solo
sparring partner
senza controparte,
senza parte.
Giacché di me pugile,
costretto a puntar
posta di vita in gioco
in cui a vincer
è sempre il Banco,
è sorte di baco da seta
d’ormai bacata mente
un tempo dai pensieri
setosi setati assetati
di mondo.
Così ho ormai
tumefatto volto
e tumefatta anima:
son solo vinto boxeur
ormai dimentico di sé
di mondo e di spartito
di mente.
Anch’essa ormai
solo ultimo
spartito pasto di cannibali
naufraghi su isola.
Il resto
già divorato
da Fame di mondo,
fame di verbi
sottoposti a vaglio
per veglia
a me morto.
16.11.2025
DISPERANTAMENTE ESPERANTO
Smalto di stelle
si tuffa riflesso
in malta di mare
e si fa matassa
di variegati pensieri,
pensante matassa
che presto mi vuol matto.
Ed è mattanza di mente
di bizzarro pensatore
che tenta d’ordinar
intrico di fili-pensieri
in incastro di pezzi
di puzzle di pazzo.
Pazzo d’amor
d’acquoree parole
d’e-speranto
che pur castro di speranza.
Vana speranza
d’idioletto comune
ad aereo Ariel,
Demone Custode,
che l’affianca,
e autistico Cebete
che ugualmente m’abita:
impazzite schegge
di screggiata mente
scevra di tregua
in reale regale reggia
e comodo scranno.
Senza fede di giullare
in suo re,
senza fede d’apostolo
in suo Cristo.
Giacché son
e giullare-e-re,
e apostolo-e-Cristo.
E non ho fede in me.
Solo in smalto di stelle
in cui tuffar mente,
bizzarra mente
che, imbizzarrita,
dia balta e mi sbalzi,
stella tuffata
in malta di mare.
Fino a sorte
di spiaggiata medusa
prosciugata pure
d’acquoree parole
d’esperanto,
Medusa
d’un disperato Perseo
che ne piange morte.
27.01.2026
LONZA III. Il RE PESCATORE
In continente d’uomini
incontinente suona
mio desiderare
che si fa colpa
di lussuriosa fiera
a la gaetta pelle.
Sicché preferisco
arcipelago d’isole
disseminate simili
a maculato mantello.
E con guasto
cervello vapido
di guappo che sono
salpo verso Altrove
reale o presunto.
Per approdo
non vi sarà porto
degno d’ego,
solo porticciolo
atto a resticciolo d’io.
Ma scevro di Dio-Padre,
Re Pescator pronto
con lenza a catturar
lonza, peccaminosa preda.
Sicché su isola
nostra fiera sarà fiera
d’esser sciolta da cattività
di veraci uomini
con loro fasulli miti
di VitEterna
e di fasulli dèi
con loro veraci moti
ad arrecar eterno morire.
Che mito sia
di novello Eden
lussurioso giardino
ad ospitar irrequieto moto
di felino che lusso chiede
di solo viver seguendo
divergente regola
di variegate macchie
di suo mantello
e di mappa di suo cosmo
o chaos che sia,
comunque geografica
sua carta maculata ad arte,
macchiata da uso
di cielo e terra,
da usura di lacrime di stelle
e di rugiada di steli.
E viva libero
ora d’attestarsi a Siepe
acquattato fra arbusti,
ora di andar Oltre
verso astri.
Fino a Kairos
istante per tornar
ad acquattarsi
in acquoreo azzurro
di Mare-Madre,
ove lonza sia
per sempre lungi da lenza
d’uomini e lor padri.
Veronica Valenti si è formata in lettere classiche presso l'Università di Pisa e ha seguito il percorso assiriologico della Scuola Superiore di Studi del Vicino Oriente Antico di Milano, approdando poi alla Scuola di dottorato 'Cratilo'. Ha pubblicato articoli di filologia greca, letteratura latina e neurolinguistica. Dopo la conclusione del dottorato ha pubblicato il volume "Elogio dell'anima. Uno studio sull'Odissea" e articoli che vertono su tematiche legate all'indoeuropeistica - in particolare per tramite di vedico, ittita e greco -, alla filologia greca e alla lingua sumerica.