“Finestre” è una raccolta di prose da poco uscita nella collana ‘poetica’ di Industria & Letteratura. Presentiamo alcuni estratti.
18 maggio 2021
Due finestre non particolarmente degne di nota. Distanti, a occhio, un paio di metri l’una dall’altra, con, in mezzo, un pilastro in vista. Ciascuna, sempre a occhio, di un metro in larghezza per due in altezza. Non troppo sporche ma neanche splendenti, con una pianta di pothos e i davanzali in granito. Offrono un panorama urbano ordinario ma non privo di interesse. Molte condotte d’aerazione. Una strada interna. Di fronte, un edificio esteso ma non molto alto, con lunghe terrazze un po’ ovunque, e qualcuno che vi si affaccia, ogni tanto, per una sigaretta o per prendere un po’ d’aria.
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Sono al secondo piano del padiglione B dell’Ospedale Civile di Pordenone, il capoluogo della provincia nella quale sono cresciuto. Potrei sbagliarmi, ed è possibile che anche da piccolo ci sia già passato, per un esame, o per trovare un parente, ma quasi di sicuro è la prima volta che entro in questa struttura. Sono qui per accompagnare mia madre a una visita neurologica, dopo un episodio un po’ strano ma apparentemente non troppo preoccupante: una breve forma di assenza, di rallentamento, neanche un minuto, sono passati una decina di giorni, quando si è come fermata, sospendendo ogni movimento e risposta, mentre stava terminando di preparare il pranzo.
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25 maggio 2021
Le stesse finestre dell’altra volta, una settimana dopo. Senza grandi sorprese, né particolari novità. In compenso, qualcosa è cambiato nella sala da cui si affacciano, a causa di qualcuno seduto ad aspettare, e delle sue scarpe: un paio di mocassini appuntiti alla Aladino, con le punte arrotondate e incurvate verso l’alto, bianche avorio con cuciture dorate. Non che si tratti neanche di una tipologia così fuori dall’ordinario, ma è come se proprio questo specifico paio fosse in grado di occupare lo spazio con una inusuale grazia, come se anche da ferme le sue parti non smettessero di seguire una loro danza, come se il volto e le mani del loro portatore non tradissero nervosismo e ansia.
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Di nuovo, quindi, all’Ospedale di Pordenone, al Santa Maria degli Angeli, sempre al secondo piano del padiglione B. Questa volta per un elettroencefalogramma, il primo degli esami prescritti dalla neurologa.
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3 giugno 2021
Alcuni puristi potrebbero obiettare che non si tratta davvero di finestre, almeno non di finestre in senso stretto, tali da rispettare la prima accezione della definizione base del dizionario Treccani. Nessuna apertura nei muri esterni di un edificio. Nessuna possibilità di uno sguardo verso l’esterno, di un qualche varco tramite cui dell’aria possa uscire e entrare.
Si tratta di una serie di vetri satinati in mezzo a un corridoio, ai lati di una porta a sua volta in vetro, posti a separare due spazi contigui, ma ben distinti. Di cui solo il primo è realmente accessibile a chiunque. Per il secondo, a meno di non rientrare nell’insieme dei dipendenti, o in quello dei degenti, occorre rispettare regole e orari piuttosto rigidi.
Comunque, anche da questi vetri qualcosa si intravede, qualcosa, a suo modo, riesce a passare.
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Di ritorno al secondo piano del padiglione B, ma con i risultati della TAC che cambiano un po’ tutto. O, meglio: la visita non sembra descrivere un quadro troppo drammatico («vigile, collaborante, orientata T/S, eloquio come di norma, denomina oggetti comuni, si nota minimo rallentamento nella comprensione di ordini, marcia senza caratt patologici possibile su punte talloni e in tandem, Romberg negativo. Non sliv al Ming I, Mingazzini II difficoltoso bilat per algie al rachide, dubbio minimo slivellamento a destra»). Sulla gravità delle immagini interne però non ci sono dubbi. Servono altri esami. Serve il parere di un neurochirurgo. Intanto viene disposto il ricovero in neurologia.
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20 giugno 2021
Parlare di una “finestra sul mondo”, in casi simili, è probabilmente un po’ retorico ma, tutto sommato, potrebbe non essere del tutto fuori luogo. A condizione di intendersi sui termini. Non nel senso wittgensteiniano, quello di quel mondo i cui limiti sono i limiti del nostro linguaggio. Piuttosto, nel senso di quella specie di mondo “comune” (non esattamente husserliano) che è così spesso al centro della nostra vita di ogni giorno (lo small talk, i trending topics, ecc.). Oppure, nel senso di quel mondo “esterno” (non esattamente kantiano) che può talvolta permetterci un’evasione, per quanto effimera, da ciò che più ci inquieta, talvolta dagli altri (prossimi o lontani), talvolta da noi stessi.
In questo caso specifico, la “finestra” in questione misura verosimilmente una ventina di pollici e si trova piuttosto in alto, ben in vista, al centro di una delle due pareti lunghe di una stanza di passaggio. Sembra sia sintonizzata stabilmente su Raiuno.
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Ancora al Santa Maria degli Angeli di Pordenone, ma per la prima volta al Pronto soccorso. Ci siamo arrivati dopo una nuova crisi di “assenza” o di “rallentamento”. È avvenuta nel tardo pomeriggio, mentre io ero uscito per un paio d’ore. Se ne è accorta mia zia e verso le 20 siamo partiti tutti e tre per Pordenone, pronti alla possibilità di un nuovo ricovero. Conformemente alle norme di distanziamento, solo una persona può aspettare nella sala d’attesa, così mia zia attende in un’altra area dell’ospedale. Mia madre è un codice giallo ma entra quasi subito, restando dentro fino a mezzanotte circa, quando viene dimessa. Le è stata fatta una nuova TAC che ha confermato il quadro precedente. Viene aumentato il dosaggio di alcuni farmaci volti a prevenire nuovi episodi epilettici.
Dal verbale: «Accertamenti eseguiti e consulenze richieste: Visita neurologica; Emogasanalisi sangue misto venoso; Visita pronto soccorso; TC capo (e/o encefalo, cranio, sella turcica, orbite); POCT Emogas analisi venosa sistemica».