«Finché non sarà perfetta»: 8 poesie di Mark Strand

(da Tutte le poesie, Mondadori, 2019. Traduzione di Damiano Abeni con Moira Egan.)

Da Sleeping with One Eye Open (1964)

 

In memoriam

Datemi sei righe scritte dal più onorevole degli uomini,
e vi troverò un motivo per impiccarlo.
RICHELIEU

Non abbiamo mai trovato gli ultimi versi che ha scritto,
né saputo dov’era quando l’hanno trovato.
Del suo onore la gente sembra non sapere nulla
e molti dubitano che sia mai vissuto.
Non importa. Il fatto che sia morto
è motivo sufficiente a credere che dei motivi ci fossero.

Poesia

Si intrufola dalla porta di servizio,
di soppiatto oltrepassa la cucina,
il salotto, l’ingresso, sale le scale ed entra
in camera. Si china
sul mio letto e dice che è venuto
a uccidermi. Il lavoro
lo compirà a stadi.

Prima le unghie
verranno spuntate, poi le dita
dei piedi eccetera fino
a che nulla resti di me.
Stacca uno strumentucolo
dal portachiavi, e attacca.
Sento Il Lago dei Cigni dallo stereo
di un vicino e canticchio.

Quanto tempo trascorra
non so dire. Ma quando torno in me
sento che dice che è arrivato al collo
e non può continuare
perché è stanco. Gli dico
che ha fatto abbastanza,
che dovrebbe rincasare, riposare.
Mi ringrazia e se ne va.

Resto sempre sorpreso
da come si accontenta facilmente
certa gente.

da Darker: Poems (1970)

Vestito

Sdràiati sulla collina luminosa
la mano della luna sulla guancia,
la carne fonda sotto le pieghe bianche del vestito,
e non sentirai la talpa passionale
che prolunga la propria tenebra,
né il gufo che dispone tutto nella notte,
che è saggezza, né la poesia
che ti colma il cuscino di piume azzurre.
Ma se ti spogli del vestito e ti sposti nell’ombra,
la talpa ti troverà, e anche il gufo, e anche la poesia,
e cadrai in una tenebra ulteriore che ti troverai
a fare e rifare finché non sarà perfetta.

da The Late Hour (1978)

La lunga festa triste

Qualcuno diceva
qualcosa sulle ombre che coprivano il campo, su
come le cose passano, su come ci si addormenta verso l’alba
e il mattino se ne va.

Qualcuno diceva
di come il vento si spegne ma poi torna,
di come le conchiglie sono le bare del vento
ma le intemperie continuano.

Era una lunga serata
e qualcuno diceva qualcosa sulla luna che cosparge di bianco
i campi gelidi, e che non c’era niente da aspettarsi
se non sempre le stesse cose.

Qualcuno parlò
di una città in cui era stata prima della guerra, una stanza e due candele
contro la parete, qualcuno che ballava, qualcuno che guardava.
Cominciammo a credere

che la sera non sarebbe mai terminata.
Qualcuno diceva che la musica era finita e non se n’era accorto nessuno.
Poi qualcuno disse qualcosa sui pianeti, sulle stelle,
di quant’erano minuscoli, quant’erano lontani.

Da The Continuous Life (1990)

Una notte d’inverno

Andai a una festa di stelle di Hollywood,
ciondolavano a caso, citavano le loro memorie, bevevano.
La più carina lasciò scivolare a terra il vestito, cadde
in ginocchio, e disse che solo il marito aveva mai scorto
il fiore ombroso del suo pube, ed egli era un principe.
Una striscia di sole le galleggiò sulle onde del seno
fin nelle maglie accecanti della collana, e si franse.
Fuori, sul prato, i Platters cantavano Twilight Time.
«Scendono le celestiali ombre della sera…» Era un sogno.

Poi andai alla finestra e osservai un toro, enorme e rosa,
in un campo innevato. La luna gli si riversava sul dorso, e l’umore
del suo respiro si spandeva a inghirlandarlo di un vapore d’argento.
Quando alzò la testa, emise un muggito che esplose e riecheggiò
come un tuono nelle stanze di sotto. Anche questo era un sogno.

Il club di mezzanotte

Gli uomini di grande talento ci hanno detto per anni che vogliono essere amati
per quello che sono, che essi, in qualsiasi pienezza sia la loro,
nel crepuscolo sono deperibili, proprio come noi. Così lavorano tutta notte
in stanze fredde e intessute di luce lunare;
a volte, di giorno, si appoggiano alle loro auto
e fissano la valle infocata, vitrea e dorata,
ma per lo più stanno seduti, chini al buio, piedi sul pavimento,
mani sul tavolo, le camicie con una macchia di sangue sul cuore.

Da Man and Camel (2006)

Ero stato un esploratore polare

Ero stato un esploratore polare in gioventù
e avevo trascorso innumerevoli giorni e notti a congelarmi
di luogo deserto in luogo deserto. In seguito,
lasciai le spedizioni e rimasi a casa,
e lì crebbe in me un improvviso eccesso di desiderio,
come se un fulgido torrente di luce simile a quello che si vede
dentro un diamante mi attraversasse.
Riempivo pagine e pagine con le visioni di ciò che avevo osservato –
mari ruggenti di pack, ghiacciai immensi, e il bianco degli iceberg
sferzato dal vento. Poi, senza altro da dire, smisi
e fissai lo sguardo su ciò che era vicino. Quasi immediatamente
un uomo in cappotto scuro e con un cappello a larghe tese
comparve sotto gli alberi davanti a casa.
Il modo in cui fissava davanti a sé e stava lì,
ben piantato sui piedi, con le braccia abbandonate lungo
i fianchi, mi fece pensare che lo conoscevo.
Ma quando alzai la mano a salutarlo
egli fece un passo indietro, si volse e cominciò a svanire
come il desiderio intenso svanisce finché nulla ne rimane.

Da Almost Invisible (2012)

Quando ho compiuto cent’anni

Volevo partire per un immenso viaggio, viaggiando giorno e notte entro l’ignoto finché, dimenticando il mio antico sé, non entrassi in possesso di un sé nuovo, uno che magari mi era sfuggito in uno dei miei viaggi precedenti. Ma fare il primo passo era al di là delle mie forze. Me ne stavo sdraiato a letto, incapace di muovermi, meditando, come si fa alla mia età, sulla natura della malinconia – su come s’insinua nello spirito, come disincarna la volontà, su come confina i sensi nel gelo del crepuscolo, su come persino le migliori e le peggiori intenzioni avvizziscono nella sua morsa. Io continuavo a fissare il soffitto, poi d’improvviso sentii un getto d’aria fredda, e scomparvi.

Mark Strand (1934) è nato a Summerside, nella Prince Edward Island (Canada). Vive a New York e insegna Inglese e letterature comparate alla Columbia University. Quasi invisibile (Mondadori 2014) è la sua dodidicesima raccolta di poesie ed è la prima pubblicata dopo l'autoantologia del 2007, New selected poems, tradotta da Damiano Abeni con il titolo L'uomo che camminava un passo davanti al buio e pubblicata da Mondadori nel 2012, così come la precedente Uomo e cammello del 2006. Ha pubblicato anche un libro di racconti Mr and Mrs Baby, volumi di traduzioni, diverse antologie - tra cui in Italia, con Damiano Abeni, West of our cities, nuova antologia delle poesia americana (Minimum Fax, 2003), monografie sui pittori contemporanei (William Bailey e Edward Hopper), e tre libri per i bambini. Ha ricevuto numerosi premi tra cui il Pulitzer per la raccolta di poesie Blizzard of One. In Italia, oltre a tre plaquette per le Edizioni L'Obliquo sono uscite due antologie delle sue poesie (L'inizio di una sedia, Donzelli 1999; Il futuro non è più quello di una volta, Minimum fax 2006), un volume di scritti d'arte (Edward Hopper - Un poeta legge un pittore, Donzelli 2003) e la favola Il pianeta delle cose perdute (Beisler 2002).