Fernando Bandini, Tutte le poesie

Da poco uscito egli Oscar Mondadori Tutte le poesie di Fernando Bandini, a cura di Rodolfo Zucco, introduzione di Gian Luigi Beccaria, con un saggio biografico di Lorenzo Renzi. Pubblichiamo una scelta di poesie.

MEMORIA DEL FUTURO

In questo posto ci sono già stato
nel duemilasettanta.
Riconosco il vasetto di nipiol
rotolato dal mucchio
e il nero girasole del deposito
dalle ciglia strappate.

Per ricordare il lontano futuro
dovrei tenere leggera la penna:
boves separeba alba pratalia araba,
le carte assorbenti non si usavano più,
l’inchiostro Waterman si era seccato
da più di cent’anni.
Vita senza crepe né colpe!
I poeti scrivevano di te
tagliati i nodi gordiani bruciate
le vecchie carte.

da PER PARTITO PRESO

4

La natura non è innocente
(gli alberi, intendo, i cani e gl’insetti)
e neppure, s’intende, l’uomo.

Piuttosto che muoia un uomo è meglio uccidere un cane
ma c’incollerisce il pensiero
che dopo la nostra morte un ragno continuerà a vivere.

Per questo è meglio che il ragno resti schiacciato
dalla collera di una vecchia suola
che rischiare di morire prima del ragno.

C’è il suo rischio in ogni cosa ma le cose non muoiono,
muore soltanto chi crede nell’anima.
E chi crede di più, chi ama di più,
muore, è certo, di più.

5

La sola volta che uccidemmo un uomo
ci confessò di chiamarsi Hans,
di essere studente di economia
in una città della lega anseatica.

Cadevano le pigne con un tonfo sul muschio
e noi stringevamo nella mano il revolver.
Fu giustiziato da noi come spia
Hans che piangeva tutto sporco di polvere.

E lo sparo zittì le cavallette
e una striscia di sangue gli uscì dalla bocca
serpeggiando tra gli aghi dei pini.

Per questo usiamo troppe parentesi
e la mano indecisa non tocca
la maniglia della porta per aprire.

7

Ci vorranno giorni e giorni per lavare questa colpa
che non è colpa né mia né tua
ma di chi diede gli ordini e di chi vi obbedì,

per tutto il fascismo che ci brulica sotto
come un formicaio nascosto dall’erba:
fascismo nell’occhio della quaglia tremante

e in quello del ragazzo che attraversa il grano.

8

Molti uomini che ti hanno conosciuto si dimenticheranno di te

ma la terra non può dimenticarti non avendoti mai conosciuto, essendo priva di occhi e di mani.

Tu solo dentro di te come un rotolo svolgi queste immagini di paesi rallentate dalla distanza degli anni,

con pezzi di pellicola bruciati da una luce violenta

per aver tenuto troppo aperto il diaframma dei sensi o del cuore.

Ti tendi e ti afflosci come la campanula presa per i capelli dal vento

nello sforzo di restare abbarbicato alla terra

e qualcosa si rompe in te,

qualcosa simile all’addome della campanula che, rinsecchito dal tempo, lascia cadere minuscoli semi;

e cadono i nostri semi di parole e di nervi che prolungano il mondo

e assicurano alla vita la sua eternità.

11

Eppure sono qui da tremila anni,

sono sicuro di aver già conosciuto il luccichio di queste barene

quando ancora il faro non trafiggeva col suo raggio la tenera farfalla della costa,

e sono sicuro di aver già letto questo strano alfabeto scritto lentamente sulla roccia dalle onde e dal vento

e aver già sentito questo odore di fritto uscire da una locanda per mercanti fenici

e aver provato il senso di unto che danno i nastri delle alghe quando si avvolgono alle dita dei piedi

(che forse allora non erano piedi e forse le alghe non erano alghe).

Coccinella che mi salivi dal calcagno su per la gamba

inerpicandoti in mezzo ai miei peli come in un prato d’erba,

eri tu la postina del tempo non ancora accaduto

o una borchia dell’antico volume che narra com’io rotolai tra gli scogli

alga, ostrica, pesce o legno di navi scomparse,

o goccia di sale che la maretta regalava alla spiaggia?

IL FILO DEL DISCORSO

Da quadro a quadro il filo del discorso seguire
senza che troppa tensione lo spezzi
o becco ostile lo intacchi

da sinopia a sinopia
nel pomeriggio di pioggia che fa
alto lo scroscio

finché il cielo rispunta dalle nuvole
e ci prende per mano
verso un viola-melanzana-yaèl

con passeri sulle torri che rimproverano
gl’indugi (vocine squillanti di collera)

di chi non vuol muoversi,
di chi resta attaccato al suo soffitto

come un moscone grasso.
E dal viola al nero

il filo del discorso ostinati seguire
verso i fischi di un’alba melone-amira finché

oh, Har hatzofim!
ali ha ciascuno al cuore ed ali al piede.

ARS POETICA

C’è una poesia non ancora scritta
che nascerà da sedimentazione
di vite numerose
e sarà un corallo da incastonare
nella giustezza della riga-verso
per qualche nuovo, mai tentato lavoro
di bellezza in parole.

Una poesia non scritta
alla quale non aprirò mai
precocemente il cuore con scritture
simili a reti per neonata, stese
nei noviluni d’inverno:

quando migliaia di anguille bambine
nuotano attorte in lunghi cordoni
brulicanti sott’acqua infilandosi
in trappole notturne.

Il futuro non è da catturare
quando è ancora bambino (o ancora feto).
Nell’immaturità dei corpi informe
alita il sogno, la pinna si confonde
col dente, il desiderio con la morte.

Devo lasciarti crescere, futuro,
perché tu possa accomunare in te
le movenze del pesce e del serpente.
Quando sarai diventato
anguilla adulta e avrai la coda duttile
come una frusta, allora le mie mani
non riusciranno forse a trattenere
la tua forza selvatica
e sguscerai con uno
scatto dei muscoli dalle mie dita.

I PUTELETI DEL VAMPIRO

Qua da ste parti
ghe xe posti valivi,
co mus-cio de oro verde.
Qua, a ramòcia, l’ombra xe parona,
se se perde
par cavedagne mòrbie
come le fossolete de na dona.

Dopo le sìe de sera
co tase le campane
e le sfese e le rame
s’impenisse de osèi che va a dormire,
se sente un sgrisolare
de vento e foie in giro
e dai scaranti
vien fora i puteleti del vampiro.

I zuga coi botoni
del so camisolin,
i fa le pirolete
tegnendose a delin,
i denti ga macete
de sangue e spanavin;
britolete e massanghi
i gussa co la pria,
fin che l’ultima giossa
del giorno xe finìa
e dei so oci resta solo el bianco.

Riva un nuvolo basso
che ingiotisse el celeste;
sarà porte e finestre
le case ga ’l tremasso.
Luri fa ’l girotondo,
i se conta falope,
za paroni del mondo.
E ghe sbrusa la voia
de scoar co le strope
le tete a le putele
indromensà te camare de luna,
de garzar gole,
vèrzare vene latarole in cuna.

Ma ti, sità distante,
co le lumiere a s-ciapi
che sìmega tel vento,
no credarte al sicuro,
xe meio che te scapi
cavando le raìse de le case.
I sente odor de sangue, i vien da ti,
i sente sfritegare
par le to piasse e strade
sparagagna de omo i puteleti
dai oci de sisara,
in fila e siti lungo na ruara.

I BAMBINI DEL VAMPIRO. Qui da queste parti / ci sono luoghi a valle, / con muschio d’oro verde. / Qui, a tramontana, l’ombra è padrona, / ci si smarrisce / per cavedagne morbide / come le fossette di una donna. // Dopo le sei di sera / quando tacciono le campane / e le fessure e i rami / si riempiono di uccelli che vanno a dormire, / si sente un brivido / di vento e foglie all’intorno / e dalle rocce / spuntano i bambini del vampiro. // Giocano coi bottoni / del loro farsetto, / piroettano / tenendosi per il dito, / i denti hanno piccole macchie / di sangue ed erba acetosa; / roncolette e potatoi / affilano con la cote, / finché l’ultima goccia / del giorno è finita / e dei loro occhi resta soltanto il bianco. // Arriva una nuvola bassa / che inghiottisce l’azzurro; / chiuse porte e finestre / le case hanno il tremito. / Loro fanno il girotondo, / si raccontano frottole, / già padroni del mondo. / E gli brucia la voglia / di frustare coi rami di salice / le tette delle bambine / addormentate in camere di luna, / di scardassare gole, / aprire vene da latte ancora in culla. // Ma tu, città lontana, / con le luminarie a stormi / che occhieggiano nel vento, / non crederti al sicuro, / è meglio che scappi / strappando le radici delle case. / Sentono odore di sangue, vengono da te, / sentono sfriggere / per le tue piazze e strade / costicine d’uomo i bambini / dagli occhi di nebbia ghiacciata, / in fila e zitti dietro un solco di ruota.

SANCTI DUO DECEMBRIS MENSIS

Cum brumae gelidum solstitium appetit
et Nonae posita sub nive dormiunt
optatus teneris a pueris redis
absens iam nimium diu.

Non pridem foliis exuit arbores
autumnus; temere nam volitaverat
in campis Boreas flaverat et cava
per granaria pertinax.

Rus tandem tenuit vasta hiemis quies:
e tectis superans ardua fraxinus
hesternis nivibus vix caput expedit
deductumque stupet polum

tempestatibus. En ingrederis solo
et folles tubulas tympana turbines
pupas quae levibus lumina palpebris
nunc condunt modo detegunt

(quin possunt gracilem promere voculam)
clitellis vetulus fert asinus tibi
ut donis pueri praecipiant tuis
laetas unde venis plagas.

Prodis purpureus noctis Episcopus
pellitaque manu lora silens trahis
mansuetae pecudis. Nulla tuus facit
pes vestigia per nivem.

Cedentem nihilo te minus audiunt
hiberno salices tegmine candidi,
expergefaciunt quassa ab asellulo
tintinnabula semitas;

mitram de speculis aureolam lepus
miro prodigio territus adspicit
(et cras in niveis aggeribus leget
scriptam rusticulus fugam).

O, et nos, pueri cum fuimus, pater,
te sperata diu dona poposcimus.
Tendebat nitidus tela Sagittifer
in mundi tacitum scopum

Ursis insidians pone nivalibus.
Nos fallebat utrumne extraheres iter
per stellas, vacui ruris an algidas
iam tandem premeres vias.

Mature cubuit quisque sed auribus
omnem vel minimum pervigilat sonum;
tum scalas crepitum sub pede mittere
ferme credidimus tuo,

te iamiamque nigram sistere post forem
per rimam tenuis dum penetrat nitor.
Sic spes in pueris ingenerat metum,
mitis credulitas fidem.

Nunc vero sine te nox pia labitur
intactamque foris nil peragrat nivem
praeterquam vitreas luna fenestrulas
lambens caeruleas gelu.

Sed non visus item fors hiemem teris
nostris quamquam oculis pristina vis abest
et solum patefis interea strigi
signis atque cadentibus;

sed cum Luciferi stella aderit rubens
non nos hac animi nocte reliqueris:
dulcis nonne tibi caraque sedibus
in caelestibus est soror?

Nam post te Superis denique redditum
octavum nituit mane sub aethere
cum longe aediculae montibus abditae
festive sonat aes sacrum.

Tum ritu celebrant supplice Lucı˘am
quae primaeva ferum martyrium tulit
avulsis oculis perpetuum Dei
lumen strenua praedicans.

Et iam solstitii proximitas dies
contraxit gelidos, lucis hebet vigor.
Nox laetos pueros urbibus ingruens
ludis ocius eripit:

Harlemi pueros qui glaciem leves
decurrunt patinis luce sub ultima,
Madriti pueros vespere scirpeum
qui tauri caput induunt…

Hac re forsan eis, aemula Episcopi,
usquam grata soles ferre crepundia
ut se quisque suis avocet, immemor
dulci in sole sodalium.

In Septem domina nocte Trionibus
fax nobis tua sit, Lucia, charitas.
Nos caligo, animae nos aquiloniae,
brumae et sidus iners manet.

Nunc quae nata recens pristis in aequore
deerravit, socias anxia quaeritat
desolata legens litora Groniae
canis molibus horrida.

Nunc in silvigeris Alpibus unicum
bis quinos trochilos accipit (ut tremunt!)
deversoriolum, iamque nigro cavo
Cauri vox subiit minax.

Iam nec Detroitum nubila turribus
findendo aeriis atram hiemem fugit
et frustra tenebris obicit Arcticis
mille insomnia lumina;

at pago superest in Calidonio
cui res sunt inopes una lucernula:
pannos mater ibi sera resarciens
denso vellere ningere

sensit sidereo tacta silentio.
Caeli terra volat axe sub improbo
nimbosaque velut cymba periclitans
raptim volvitur orbita,

votis Christicolae dum tibi supplicant
(cui numquam occiduus contigerit dies)
ut nox haec abeat sollicitudinis.
Et ceu alba columbula

ventorum et pluviae cum posuit furor
arcam laeta gemens deseruit Noae,
tum terras superans fluctibus obrutas
longinquam petit insulam

in qua fors zephyro ramulus horreat
ac post diluvium rursus hiet rosa:
sic ad te volucris spes hiemalibus
elabens tenebris venit.

DUE SANTI DI DICEMBRE

Quando si fa vicino il freddo solstizio d’inverno
e le None dormono sotto un tappeto di neve
torni desiderato dai bambini
dopo un’assenza così lunga.

Da poco l’autunno ha spogliato
gli alberi dalle foglie; a volo Borea aveva
imperversato nei campi e soffiava attraverso
i cupi granai senza posa.

La vasta calma invernale infine dominò la campagna.
Il frassino svettando alto sui tetti
libera a stento la testa dalle nevi di ieri
e guarda stupito il cielo fatto cadere

dalle tempeste. Ecco cammini per terra
e palle trombette tamburi trottole
bambine dalle palpebre agili
che ora chiudono ora aprono gli occhi

(possono anzi emettere una voce sottile)
trasporta il basto del tuo vecchio asino
perché dai tuoi doni i bambini imparino per tempo a conoscere
le liete contrade dalle quali provieni.

Ti avanzi purpureo Vescovo della notte
e con la mano guantata tiri in silenzio la briglia
del mansueto animale. Il tuo piede non lascia
orme attraverso la neve.

Tuttavia ti sentono venire
i salici, bianchi nella veste invernale,
i sonagli scossi dall’asinello
risvegliano i sentieri;

da un rialzo la lepre scorge la mitria d’oro
prendendo spavento dello strano prodigio
(e domani un ragazzo di campagna leggerà
la sua fuga stampata sui nevosi pendii).

Oh, anche noi da bambini, padre,
ti abbiamo chiesto quei doni a lungo sognati.
Il lucente Sagittario puntava le sue frecce
verso un segreto bersaglio dell’universo

insidiando alle spalle le Orse che recano neve.
Ci era ignoto se stessi proseguendo il tuo viaggio
attraverso le stelle o già calpestassi le algide
strade della campagna desolata.

Ognuno è andato a letto presto ma con le orecchie
sveglie sta attento al più lieve rumore;
eravamo quasi certi che quel cigolio nelle scale
fosse stato provocato dal tuo piede,

che ormai già ti trovassi dietro la porta buia
mentre da una fessura trapelava un tenue lucore.
Così nei bambini la speranza produce paura,
fede la candida credulità.

Ora la santa notte trascorre senza di te
e niente, là fuori, attraversa la neve intatta
tranne la luna che lambisce i vetri
delle finestre azzurre di ghiaccio.

Ma forse non visto calpesti ugualmente l’inverno nevoso
anche se ai nostri occhi manca la forza d’un tempo
e ti riveli solamente alla strige
e agli astri che tramontano;

ma quando apparirà la rossa stella del mattino
tu non ci abbandonerai in questa notte del cuore:
non hai forse nelle sedi celesti
una dolce e cara sorella?

Infatti splende in cielo l’ottavo mattino
da quando sei ritornato lassù,
ed ecco le campane di una chiesetta nascosta
tra i monti suonano a festa.

Celebrano con rito di preghiera Lucia
che nella prima età subì un feroce martirio:
le avevano strappato gli occhi e ancora bandiva
ostinata il fulgore senza fine di Dio.

E già l’imminenza del solstizio ha accorciato le fredde
giornate, si attutisce l’intensità della luce.
La notte calando sulle città
strappa più presto i bambini alla gioia dei giochi:

i bambini di Haarlem che coi pattini
corrono veloci sul ghiaccio nell’ultima luce,
i bambini di Madrid che nella sera indossano
una testa di toro fatta di paglia…

Forse per questo, rivale del Vescovo,
sei solita portare ai bambini giocattoli
perché ognuno con essi si distragga, dimentico
dei compagni nel tempo lieto del sole.

Ormai signora del Settentrione la notte,
sia la tua carità, Lucia, la nostra lampada.
Ci aspettano il buio, i soffi del vento aquilone
e la stagione torpida dell’inverno.

Adesso la balena bambina che nel mare
si è persa, con angoscia cerca le sue compagne
costeggiando le sponde desolate
della Groenlandia, irte di bianche moli.

Adesso nei boschi delle Alpi un solo rifugio
accoglie dieci scriccioli (come tremano!)
e già la voce minacciosa del maestrale
penetra nella nera cavità.

Nemmeno Detroit che con aeree torri
fende le nubi, scampa all’atro inverno
e invano oppone alle tenebre artiche
migliaia d’insonni luminarie;

mentre in un povero villaggio caledonio
resta accesa una sola piccola lucerna:
lì una madre che a tarda notte rattoppa abiti
ha compreso, colpita dall’astrale silenzio,

che la neve sta cadendo a densi fiocchi.
Vola la terra sotto l’improbo clima
e come una barca in pericolo è via trascinata
nel giro d’una tempestosa orbita,

mentre ti supplicano con preghiere i cristiani
(te che vivrai per sempre un giorno che non tramonta)
affinché si allontani questa notte di ansia.
E come la bianca colomba

quando cadde la furia dei venti e della pioggia
si allontanò gemendo dall’arca di Noè,
e sorvolando la terra sommersa dai flutti
si dirige ad un’isola lontana

dove forse c’è un ramo che rabbrividisce allo zefiro
e dopo il diluvio torna a sbocciare una rosa:
così a te si dirige alata la speranza
fuggendo dalle tenebre invernali.

STA LINGUA

Sta lingua la xe quela
che doparava me nona stanote
vardandome da dentro la soàsa.
La boca stava sarà, le parole
mi le sentiva ciare.

Me nona
la ga imparà sta lingua da le anguane
che vien zo da le grote
co sona mesanote
caminando rasente le masiere:
e da le róse
dove le lava fódare e nissói
se sente ciof e ciof sora le piere
e te riva un ferume de parole
supià dal vento
che zola par le altane.

Me nona
se ga levà na note co le anguane
par vegnere in sità.
Par paura dei spiriti che va
de sbrindolon tel scuro
la diseva pai trosi la corona.
La xe rivà de matina bonora:
subito dopo un brolo de pomari
ghe iera case e case da ogni banda.

La domandava el nome de na strada,
scoltando na sirena
la xe rivà in filanda.
«Senti sta tosa come che la parla»,
i pensava vardandola tei oci
i botegari e i coci,
«la pare un stelarin che vien dai orti»…

Sta lingua mi
la so ma no la parlo,
la xe lingua de morti.

QUESTA LINGUA. Questa lingua è quella / che mia nonna adoperava stanotte / guardandomi da dentro la cornice. / La bocca restava chiusa, le parole / io le sentivo chiare. // Mia nonna / ha imparato questa lingua dalle fate d’acqua / che scendono dalle grotte / quando suona mezzanotte / camminando rasente le muricce; / e dalle rogge / dove lavano fodere e lenzuola / si sente ciof e ciof sulle pietre / e ti arriva una polvere di fieno di parole / soffiata dal vento / che vola attraverso le altane. // Mia nonna / si è alzata una notte assieme alle fate d’acqua / per venire in città. / Per paura degli spiriti che vanno / a zonzo nel buio / diceva per i sentieri il rosario. / È arrivata di mattina presto: / subito dopo un brolo di meli / c’erano case e case da ogni parte. // Chiedeva il nome di una strada, / ascoltando una sirena / è arrivata in filanda. / «Senti come parla questa ragazza», / pensavano guardandola negli occhi / i negozianti e i fiaccherai, / «sembra un fiorrancino che viene dagli orti»… // Questa lingua io / la so ma non la parlo, / è lingua di morti.

Immagine: Pedro Reyes, Visual Bibliography IV (Notes on non-violence), 2015.

28/02/2018
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