Farla finita con la propria storia: scrivendo?

(una narrazione poetica)

A proposito del giovane Fortini di Foglio di via, Giovanni Raboni ebbe a dire che esso fu “una sorta di presagio di ciò che la letteratura italiana avrebbe, in quegli anni, potuto essere e non è stata, come l’avvio paradossalmente concreto di qualcosa che non ha avuto luogo: la poesia neoralista.” (Poeti del secondo Novecento, in: Storia della Letteratura italiana, “Il Novecento”, II, Garzanti 1987, p. 212). Ebbene, se si fa un gran parlare di nuovi realismi oggi, dopo le varie prove e esibizioni di ego-finzione o autofiction (da Doubrovsky a Paul Auster a Christine Angot a Houellebecq), forse il libro di Édouard Louis – alias Eddy Bellegueule – En finir avec Eddy Bellegueule, roman, Paris, Seuil 2014, 220 p., fin dal titolo (e dal sottotitolo), potrebbe pretendere a un primato del genere. Relativamente alla letteratura d’oltralpe, s’intende. Esso addita d’acchito la propria funzione effettuale – reale? – di trasformazione del personaggio che in esso dice io. La trama narrativa, in prima e anche seconda lettura, è assai tenue, anche se non manca di aneddoti buffi e crudeli sull’infanzia del protagonista, il detto Bellegueule (ossia, secondo la tradizionale interpretatio nominis, “Belmuso” o “Belceffo”, con il quale lo scrittore, É. Louis, vuole per l’appunto rompere). Scappar via dal villaggio, “tutto da respingere” (p. 165). Farla finita, quindi, con l’etichetta troppo pesante di quel nome falso americano, socialmente segnato; di quel patronimo ridicoloso, per altro non infrequente nel nord della Francia (Piccardia). O meglio, come dichiara egli stesso (da giovanissimo autore), cancellarsi, scomparire affatto dall’orizzonte limitato, miserevole, violento, razzista e disperato del mondo provinciale famigliare: “Non ebbi altra scelta se non di fuggire”.

Prima frase del libro: “Della mia infanzia non serbo alcun ricordo felice”. Explicit: “- Alors Eddy, toujours aussi pédé? / Les autres rient. // Moi aussi.” – E così, la conquistata capacità del riso, dell’ironia, persino come risposta all’insulto (pédé vale frocio, finocchio, gay) sarebbe la chiave giusta dell’opera di scrittura di questo ancora studente (É. Louis, ormai normalista). Una forma di moderna catarsis, in fondo, e legittimazione profonda all’ego-finzione. Se non altro per sopravvivere, cambiando nome stile classe. Attraversare il greve silenzio, il greve odore di olio rifritto: di quel particolare ambiente, e “su” quell’ambiente, lasciato da sempre nel dimenticatoio nazionale, ossia parigino, specie in tempi di totale conformismo sociale come adesso, mentre alligna ben altra ideologia, populista e sciovinista, strisciante per tutto il libro fino all’assurdo (“sta’ attento, in città è pieno di arabi”, p. 207). Invenzione vera: chissà che non sia stata già quella sperimentata dal giovane Alighieri, nel “libello” Vita nova… (del resto, per il suo De vulgari eloquentia, definiva la letteratura più alta, la poesia, come “finzione creata con retorica e musica”); prima di passare – per colei di cui “mai non fue detto d’alcuna” ecc. – ad altro modo e genere di veridicità, con la poesia totale, attraverso la funzione testimoniale del suo Poema, e capolavoro?

Il problema è ancora una volta uscire dal proprio vecchio sé, adempiere finalmente la promessa del suo quasi conterraneo Rimbaud: “Je est un autre”. Non guardare in faccia a nessuno e finirla con la ripetizione di invenzioni scontate, a mala pena rese provocatorie da particolari “vissuti”, da abili ricorsi al vieto effetto di realtà. Perché “bisogna far sì che il lettore creda nella veracità di tutto ciò” (C. Angot, L’usage de la vie, Paris, Mille et une nuits, 1999II, p. 29), se non altro da un punto di vista economico. Ora Louis ci prova, restituendo da vicino una lingua (la quale non è tradita mai), un piccolo monumento scritto del parlato di quella gente, a mo’ di excusatio si direbbe: son dovuto partire perché non ce la facevo proprio a resistere di più. L’ospite ingrato dello stesso Fortini – ma rovesciato sulla propria origine, senza il compiacimento del lessico famigliare –, “ingrato ma ospite”, non sarebbe poi così lontano, col suo “sconforto” insanabile “e straordinario il senso d’essere illegittimo” (Avviso del 1966). Entrambi scacciati dal loro mondo, ingrati per non tradire, foss’anche col distacco estetizzante di un Céline, di un Martin Amis strafottente, oggi. Diventare chi si è veramente, adulti, capaci di dire (di scrivere) lo schifo, il rifiuto di tutto il corpo d’andare verso il diverso assoluto, il corpo sociale normalizzato e il corpo fisico vissuto, l’intimità dell’altro sesso. La paura di essere come loro. Ripetersi ogni giorno e senza il menomo risultato: “Oggi sarò un duro” (p. 166, 195); non peritarsi alla fine di ammettere la diversità: “Mi figuravo i seni come due bozze, due anomalie, ammassi di pus che si formano sul corpo di persone malate” (p. 180). Concedere insomma quanta ripugnanza si prova verso la propria famiglia maschilista, non gli individui ma la spirale di mostruosa volgarità nella quale sono tutti trascinati, uomini e donne, fino all’ottusa violenza esercitata su se stessi e sui prossimi, i più poveri, i diversi, gli immigrati, i non “duri” ecc. Cercare viceversa il conforto della letteratura, e la capacità memoriale di essa, innanzi tutto per i modi di esprimersi – derisori e ribattuti ma non contaminati dal conformismo dominante – a volte pieni di antica generosità inconsapevole. Addirittura il padre odioso, brutale, ha avuto un periodo di apertura, è stato “L’altro padre” (capitolo p. 118), nel ricordo della moglie; i panni lavati dalla madre stanca, per lo meno “non sono crapés [sozzi]”, il giovane colto in fallo “se ne sta lì come una gueuge [scema?]”, e si urla spesso “bordel de brun [pezzo di m...]”, si offrono “chucs ai bambini [caramelle]”… e chi usa invece un linguaggio diverso, come la gente della città, viene deriso: “A come parla quello, o che si crede?” (p. 107). In questa sorta di pietà della lingua, nonostante tutto, una briciola di affetto per un mondo in via di estinzione si trasmette ancora, come negli inserti dialettali di Mario Benedetti, sotto l’abrasione della realtà contemporanea: perché “E si à di murì, e nol par vêr” (Pitture nere su carta), ad esempio. O, per rimanere in Piccardia, del poeta Ch’Vavar, anche militante per le lingue “minorate”, per chi “il reale non è mai percepito” ma sta davanti, è, “din l’crape pi chés baliyures” [nello sporco e le immondizie] per esempio. Qui non c’è pathos ma pietas, tutta ripiegata quasi invisibile sotto i silenzi degli ultimi (si diceva un tempo) “proletari”: pudore dell’omissione, della metalessi narrativa, del rifiuto di commento. Sotto l’apparente durezza dell’abiura, del voltafaccia, En finir avec Eddy Bellegueule lascia augurare in bene di una scrittura come questa asciutta, giusta, contenuta, attenta ai suoi lettori anche meno “preparati”; che dovrebbe portare ben oltre la sua prima apparenza percepita, di nuovo realismo in linea con certi derivati dai gender studies ormai dilaganti. Un libro dunque “per tentare di capire” (nota dell’autore), prima di ogni altra Letteratura.

 

15/04/2014
1 commento
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Blanco
Forse la lingua, il fraseggio, l'uso dell'autobiografia... potrebbero richiamare anche un Christian Prigent (prosatore E poeta). Solo per dire che Louis, dopotutto, non è un isolato.
28 Aprile 2014, 06:55