Cinque poesie da “Ex voto suscepto” di Silvia Righi, recentemente uscito per Pungitopo editore.
BRACCIA
Mia nonna Learda sputa in un bicchiere prima
del sonno, «còssì ‘t guarìs da la fèvra»
ci mescola il sale e un capello strappato.
«Tìg pazienza, la lòuna la gà da vgnì fòra.»
Alcuni miracoli restano segreti
ma nessuno vuole rinunciare, non per dire ma
la preghiera accende, vuoi
che accada l’impensabile.
A tredici anni ho fame di miracoli.
Penso alla Vergine che mi piange il suo azzurro
addosso. Penso alla mia catechista, più terrena,
con il pene rigido tra le mani.
Ho paura di diventare cieco
e succede di notte, con o senza la luna.
Il mio braccio è più teso di un elastico.
Il mio braccio è la metà di quello di mia nonna
che falciava i campi.
Si rivolge alla Madonna perché a dio
non ci ha mai creduto. In paese ricordano
il suo incidente, le urla mentre cadeva sull’asfalto
le ossa fracassate del lato sinistro.
Mi faceva portare rosari scheggiati e cuori
d’argento alla chiesa
si mangiava le unghie in attesa.
Guarita, si è tatuata la pelle cadente,
le linee delle parole
verso il basso come formaggio filante
per la grazia ricevùda, ringrazio cun tuti i cori.
È comune definire il miracolo un’interruzione dell’ordine naturale. Un fiume deve scorrere prima che il suo corso possa essere interrotto. Il miracolo di certo prova qualcosa ma dove sono le prove del miracolo. L’unica certezza: esiste sempre un testimone. Ma se un uomo dice che è venuto da New York tramite i fili del telegrafo, gli credo o non gli credo, se cinquanta uomini dicono che sono venuti da New York tramite i fili del telegrafo, crederò o
quanti testimoni servono per costruire una verità.
L’ho vista, mia figlia morta. Figlia di dio, ti ho vista.
Le parole saranno credute a metà
perché il sangue è più accettabile di un’apparizione
o di un prodigio che si trascina dietro un cadavere
ci si aspetta altro,
la coda di una lucertola rigenerata
non la lucertola tagliata in quattro pezzi.
Lei ha sigillato le porte, e ha diviso il mondo.
Mi strappo le croste dalle braccia.
Vedo i miei capelli fermentare nella saliva.
Non potrò più guarire.
Ginocchia sporche. Teste coperte di unguento
Ceste di frutta sparse di fronte all’entrata
o lanciate contro i vetri da chi crede.
I pellegrini si schiantano contro le porte.
Il trionfo del bagliore.
Chi non crede, o non può permettersi di credere
perché avrà assecondato una forma di eresia
pretende, cerca risposte.
Il potere ha perso il potere nell’istante in cui lei è comparsa
le loro opinioni: candele in un incendio.
I Vangeli contestati riga dopo riga
non c’è nessuna figlia
non c’è mai stata nessuna figlia,
senza purezza né efficacia
non il diritto ma la natura
ha prescritto la sua venuta.
MANI
Scrive sul braccio sinistro di una madre infanticida
sulla schiena di un senzatetto
ma sulla fronte acerba di una bambina
sul collo di un noto stupratore e tra le gambe
di un ragazzo che diventerà ragazza.
Il criterio delle parole è oscuro, e mutano,
si fanno illeggibili a ogni sforzo,
si sa soltanto che appartengono al testimone.
Il giudizio della nuova dea non premia il sacrificio
o la virtù, nemmeno li condanna, e riempie così di crepe
la fede di chi spera nell’essere ripagato.
Lei offre il caos
un vangelo insondabile
e tutti loro diverranno pagine bianche
di muscoli e sangue
un libro di corpi
rilegato dalla sua volontà.
Lo chiamano Testamento 0.
Sono attirati da un sogno senza nome, arrivano
da ogni interstizio del mondo
privi di sonno e saliva
il sogno mormora il loro desiderio
li sostiene durante il viaggio
dai capelli-edera che infettano le tubature
si trasformano in testimoni.
Difficile dire se li raggiunga l’orrore o la fede
ma alcune cose non sono destinate a penetrare.
Si bruciano le tempie con l’incenso
masticano foglie di alloro.
Chi accetta di farsi leggere da preti e sacerdoti.
Chi ritiene che il messaggio gli appartenga e basta.
Una donna sepolta da trecce bionde giura:
verrà rivelato quando
e il respiro le taglia la lingua.
Ingoia un capello e verrai scritto.
Digerisci, è la regola.
Lei nutre proprio come una madre uccello
e incide con un’unghia d’argento.
Raccontano che il corpo di mia figlia sia integro
ancora, una bambola da servizio da tè
che danza, prega
i testimoni la toccano e la baciano
come fosse sangue del loro sangue
mentre io non stringo che frammenti di schermo.
CUORE
Sai ancora di latte ma mi tracci una croce sul cuore.
Giura.
L’ostia attaccata al palato. La fame del mezzogiorno.
La promessa rinnovata a dio ogni domenica.
Tengo al freddo il mio corpo dopo la doccia
per compiacerlo. Sacrificio.
Parole che conducono il loro fato e si distillano
nelle orecchie di un bambino che crede, crede.
Immagino la mia salma futura, stringo
il suo teschio scintillante tra le mani
denti di cristallo
e le orbite mosse dai vermi. Sono qui. Puro.
Per confrontarmi con l’immenso corpo di un dio.
Fuori dalle porte di vetro, mi dà la sensazione di averlo incastrato in gola, il suo capello. Lei è qui, rimarrà. Nove mesi sono un tempo sufficiente per impazzire. Imparo che l’inspiegabile porta al collasso le borse e gli Stati. Tutti vogliono toccarla ma nessuno può. Impasse. Intanto le persone uccidono per lei, pregano in suo nome, rinascono. Qualunque sia il disegno, i nostri occhi si nutrono di marcio ma lei, lei ha in pugno i cuori. Mi chiedo se pensa alle vite a cui sopravvive. Il numero delle pagine umane aumenta di giorno in giorno, il suo ritmo è forsennato. Persino un neonato è stato scritto.
Questa pagina come completa il suo disegno.
Per i segni che ha inciso, mi sento estraneo a me stesso.
La scrittura mi rende profeta di un messaggio
che desidero distruggere
ha scelto un mezzo subdolo, che permane
moltiplicabile.
Eppure tornerei indietro. Per sempre.
Non c’è altro.
PIEDE
Non andartene non
oltre il confine, in un futuro opaco di viole nere
non posso seguirti
e non voglio, lo sai.
Tra dieci anni, a confrontare i bambini nati e non nati
sarai un ottimo padre come io non sarò madre,
all’orecchio, un sussurro normale
scopiamo, va bene, i figli non nostri, mai.
Mi hai mentito. Hai osato immaginare.
Voglio che tu sappia
sei ancora qui
preghi in modi che non riesco a capire.
La camera che abbiamo costruito ha preso i tuoi colori
la mancanza non è una forma di verità
o una spinta
a volte è una radice molto azzurra
ora non esisti, voglio ancora che tu sappia
non ti ho seguito è vero ma la polvere si poserà
non guardarmi con occhi che non mi conoscono
conosci la morte tu, io la scomparsa
avrai la mia mano sopra i tuoi occhi
e incontrerai l’altra faccia della regina
la strega, allora vedrai
quanto del mio buio
appartiene alla tua luce.
TESTA
Ti ricordi della zia Olga? Sei identica nei capelli, massa grezza come il fieno, li aveva lunghi
fino al culo e il marito diceva che l’aveva sposata solo per i capelli, così diceva.
La zia Olga si svegliava alle cinque del mattino per acconciarli, una crocchia grossa quanto un’altra testa umana. L’unica che usava spilloni, pettinando, cantando, sempre più minuta sotto l’obelisco nero che oscillava tra le stanze. Secchi secchi ti dico, proprio come i tuoi, ti ci pungevi se infilavi la mano
tutto il contrario della voce, scura e tanto dolce, tu sei uguale anche lei stregava i maschi, anche lei voleva essere cieca
pensa
è stata la prima a morire.