Cinque poesie da “Epistassi” di Lugi Fasciana da poco uscito con prefazione di Tommaso Di Dio per Le Lettere nella collana ‘novecento ∕ duemila’.
EBONY
Sarà per l’occhio cupo, girato l’angolo,
che ti puntano addosso.
Per i fotomontaggi che coprono
di donne e peni giganti le cabine telefoniche.
Per come stringono i polsi.
Perché ho pensato a quei tempi e le ho viste distese
le schiave, respirare, riposare
tra un parto e un altro parto.
Torna sempre la violenza
non va mai via.
Si declina nel bacio, nella danza.
Le parole sussurrate all’orecchio, minacce.
Il corteo che ha riempito le strade si disperde.
Per tutto questo
ma anche per i video che ho visto,
mentre sfiori i mobili e ti avvicini
e fuori ormai c’è silenzio e immondizia
per le strade calpestate dalla festa,
mentre mi si stringe intorno il tuo cerchio,
sono pronto al tuo trionfo.
Ma l’espressione che si tende nel piacere
si irrigidisce. È una maschera
che prima è come incisa, poi si spezza.
Non riesci neanche a muoverti
niente lenisce
l’attrito del mio sesso.
Due occhi staranno a mollo
per tutta la notte muti, spalancati
fin quando dal tuo corpo scuro avrai chiesto acqua.
TRA LEI E IL SOFFITTO
o meglio,
tra lei e le forze per dirlo
il bisogno di una vita più vicina a se stessa.
Tra lei e quanto
di una metamorfosi, si manifesta
non più come bene che intravisto appena
viene subito messo al riparo, ma come progetto.
Sopra il letto tra lei e il soffitto
c’è un peso, un corpo: è il mio.
Da questo verso il basso
in ordine d’apparizione inverso
muco, lacrime, sperma.
TU CHE DI SOLITO SOGNI
Tu che di solito sogni
ostetriche e sommozzatori,
il bambino gocciolante e il cadavere che piange,
questa mattina mi dici che hai sognato me
che per non svegliare la signora accanto
scendevo al capolinea,
e che per non finire la mia corsa davanti alle porte chiuse della metro
e davanti agli occhi di tutti,
rallentavo per le scale, mi nascondevo;
e che un giorno, a lezione
i tratti striduli del professore, come indicati dalla bacchetta dell’oculista,
iniziarono gradualmente a rimpicciolire,
e in quel bianco sporco finirono anche
le nuche dei compagni, i muri, il giardino fuori:
ero cieco.
Con la testa abbassata, tra il pavimento e i neon,
sembravo uno di quei corridori
sulla linea di partenza, in attesa dello sparo.
Perché per timidezza – ti viene da pensare –
forse per delicatezza
non lo dicevo a nessuno, facevo finta di niente.
Poco dopo mentre uscivi dall’aula
ti giravi a guardarmi per un’ultima volta.
Dirlo adesso ti fa strano ma già dentro il sogno
stavi pensando che quel sogno
l’avresti dimenticato lentamente.
REO CONFESSO
5.
Non le ho mai raccontato il sogno in cui
lei teneva in mano il mio cuore
e rideva, e beatamente ignorava
chi con affetto, con una preghiera, le consigliava
o impaurito le intimava al più presto
di mangiarselo, divorarselo quanto prima.
Io che ero lì, ero come inorridito
di fronte alla grazia
di chi ride di un riso sorpreso
si imbarazza
e con candore, con tenerezza, crede impossibile
quel che è davanti, ed è assurdo, ed è vero.
ALL’USCITA
Ancora fa caldo a settembre
e sono più i palazzi che il cielo
e sudo agli incroci, e la strada
tutto per strada vuole impedirmi
la visione dei corti di Vittorio De Seta.
All’uscita,
non è che sia la strada
tormentata dall’attesa,
e l’asfalto improvvisamente
lacerato dall’ansia dei tonni.
Dal loro dorso luccicante, estratti gli arpioni,
non si sparge la luce del tramonto.
È che i palazzi sono finalmente palazzi
l’asfalto è asfalto
il cielo, cielo
e la luce.