È terra bruciata

da | Mar 16, 2026

Pubblichiamo in anteprima dieci poesie da “È terra bruciata” di Lucia Re, da poco uscito per Valigie Rosse, con una nota di Paolo Maccari.

 

Tu ne scrivi tante, poi le tagli tutte. Una rimane.
Così sto provando a dirmi qualcosa.
Trovando una parola.

Mi ossessiono come te a cercare la precisione.
Dell’amore, anzi, delle parole.

Per me non erano brutte
le tue belle parole.

Le mie non sono belle come le tue.
Ma che non si dica mai:
non ci sono parole per esprimere quanto
eccetera.

Ci sono. Queste.

 

*

C’è un libro che parla di ragazzini
che amano senza preoccuparsene.
A forza di aspettare diventavo obesa.
A forza di aspettare stavamo svenendo.
Al posto delle letture non avresti saputo
che ci stavo a fare lì.
A me non manca l’amore che c’è stato,
di tutto faccio a meno.
Quello che non c’è stato non può mancare
– è logica, non è metafora –
a nessuno, può mancare.
Pensare come sarebbe stato
quando sarebbe stato
che finalmente sarebbe stato,
l’amore, l’estasi, la dimenticanza, il futuro
tutto questo condizionale.

Potrebbe mancarmi.
Ma non ricordo più la coniugazione.

 

*

Ho dimenticato di cercare il sentimento corretto,
la verità di ogni parola.
Già che esiste, io ringrazio la parola.
Chiederle anche la verità, adesso
mi pare ossessivo
da ingenui, non come i bambini che chiedono.
Loro fanno bene.

Tu lo sai quante volte quante volte, quante volte?
La ricerca della verità tra di noi
tutta una potenza senza sfondo
(tra di noi
tutta una potenza).
Ridicolo tu adulto io adulta l’età adulta che cercavi.
Non sarà nella tua lingua il futuro.

 

*

È tutto suono qui la vita
è suono e io sono suono
e suona la vita.
Come suona una vita?
Suona così:
salta fluisce poi soffia
poi ride poi dice
poi voce.
È molto la voce (è mia questa voce?)
Quando ride piange
ma non è un pianto
è soltanto una linea di canto
di me di due di tre
ma è tanto ma è tanto
è un canto che nasce stravolto
che parte da un volto.
Il suono qui adesso è infinito
voglio dire, si ferma magari
una pausa è segnata
eppure è infinito.
La pausa non è della morte
è la pausa del suono che va
che ancora andrà
(dove?)

E continuo
(cioè il suono continua)
in una riga
stavolta non muta
e che va
come una vita va muta
che mima dal basso un destino di furie (andrà così la vita?
Ancora muta dentro un destino
antico di furie?)
(Così come un’ombra la vita?)

Ma non è la vita dei due che sono morti – i famosi due morti
nel lago nel tempo su un prato
(sai quei due che stanno
e non sono?
Che mai sono.
Quei due, non vivi non morti, sempre alle porte,
i Famosi di Sempre).
[Tutto il mondo è pieno dei due Famosi di Sempre
è pieno da sempre dei due non morti viventi].

Questa è la vita invece
di una che è viva che è vita
che suona che sta e poi va
è una cosa infinita
che poi si ripete
così come qua
come ora
come qui
come chi
un po’ guida un po’ segue.
È una danza
che fa uno una volta
poi un altro lo porta.
Io vedo io seguo
lo vedo lo suono
poi canto poi rido.
Nel riso le lacrime sono di miele
sono tutte le sere
passate presenti
e il presente che c’è
è un cumulo accumulo
sordo, non sente
il canto il presente
accumulo: (cosa?)
spietato dolore di stelle voraci.
Lì dentro mi tuffo, poi esco, le guardo:
sono stelle:
sono piccole, bianche
mortali.
Io pure:
piccola, bianca
selvaggia
mortale.

 

*

Non è come nelle foto
in cui basta una striscia di luce
una sagoma nera
e i coni d’ombra vado a cercarli.

Nei giorni del secondo tempo già tutto lo sfondo è ombra
i colori parecchio bui:
il contrasto così non lo ottengo.
Passare alla sottoesposizione non è rinuncia di poesia
ma il rischio di parlare troppo c’è:
il sintomo della famosa età che si dice adulta:
il rischio massimo.
È arrivato il momento di parlare, entrare in società.

Io così non ci credo.
Mi salvo nelle immagini, non cresco grazie al loro silenzio.

 

*

Qui non c’è parola poetica
c’è l’urlo dei tre giorni,
il rintocco del campanile,
c’è un appuntamento,
i passi tentati per ritrovare
suoni morti, conosciuti.
Non sono ancora schizzata nelle sillabe nere.
Io non dico le parole, non chiamo la voce.
Credo con le orecchie,
vedo con le dita.

Qui non c’è niente se non il riflesso
del lontanissimo sibilo
che risuona nel pozzo vuoto
[profondo eppure sopra]
dove anche tu stai adesso
con me
a sentire qualcosa
che non è
ancora
[che non è ancora parola]

che non è nel pozzo
dentro cui sto
dentro cui stiamo
che è ancora prima
molto prima
di dove sarei,
(sotto
più sotto)
di dove esisto,
di dove

esisterò.

 

*

Questo non è un diario
in cui dici ‘luglio/agosto giorni di grande solitudine’
i pensieri duri scuri
il vecchio martello picchia candido nel vuoto.

La solitudine oggi è un dubbio strano
una cosa meno certa della disperazione
quasi una cosa diversa dalla solitudine stessa.
Nelle sere fresche le rose puoi anche guardarle senza paura
ma la campana fa tutto il giro
e suona otto volte
invece che due]
e domani hai la telefonata di uno
dei dieci dodici cinquanta ex amanti amati
che non sono né passati né presenti
che non sono più e sono sempre.

Ho visto che per stare sola senza ammazzarmi
mi servono undici amori da alternare,
amori piccoli,
una decina diciamo,
amori a giorni,
a distanza,
a chilometri,
a metri,
a ore,
amori a ore,
anche a minuti,
amori…
amori minuti.

 

*

Per scrivere una poesia
serve l’istante finale che ha dimenticato l’attesa.

Servono il mezzogiorno e la mezzanotte.

Essere ignari
non sapere del tempo
vivere in un punto.

Il crepuscolo magnifico invece
è occupato dal pianto
e dal sorriso,
il brillare: l’impegno di vivere.

 

*

Deludervi è grande libertà.

Perché la bellezza più della verità?
Perché la verità
non esiste
e se esiste è mutevole.
La bellezza invece esiste
(la vedo spesso)
ed è fissa.

Ed è anche mutevole.

 

*

Mi vergognerò subito di queste poesie.
A dire il vero mi vergogno da sempre.
A dire il vero
non si dice che il nulla.
Mi sono sempre vergognata di tutto
il mio nulla,
nascosta tra sillaba e sillaba
in mezzo ai due punti
in tutta l’amata grammatica.

A dire il vero,
a dirlo
questo vero
nessuno lo vede.