E così via

da | Dic 27, 2017

Sono da poco state pubblicate le traduzioni italiane di uno degli ultimi libri di Iosif Brodskij. Il volume, E così via, a cura di Matteo Campagnoli e Anna Raffetto, testo inglese e russo a fronte, è uscito nel 2017 per Adelphi. Pubblichiamo una selezione.

INSEGNAMENTO

I

Viaggiando in Asia, dormendo in case altrui,
in capanne, casotti, magazzini – in terem di tronchi,
i cui vetri anneriti imbrigliano le distese dello spazio,
copriti con la giubba di montone e cerca sempre
di coricarti in un canto, dov’è più arduo
– soprattutto al buio – alzare un’accetta sulla testa
stordita dalle ultime bevute e accopparti
senza esitazione. In sostanza, fa’ quadrare il cerchio.

II

Temi gli zigomi sporgenti, luna inclusa, la pelle
butterata delle guance; preferisci occhi azzurri
ai marroni – specie se la strada va nel folto
del bosco. In genere per gli occhi conta il taglio
perchè all’ultimo istante è meglio scorgere
ciò che – seppur più freddo – è più trasparente di un paltò,
infatti il ghiaccio può incrinarsi ed è meglio dibattersi
in quella fenditura che in menzogne vischiose come miele.

[…]

IV

In montagna cammina lento, e se devi strisciare, fallo pure.
Maestosi se visti da lontano, assurdi da vicino, i monti
sono la forma della superficie trasposta in verticale,
e un sentiero che serpeggiando sembra orizzontale
è verticale per la verità. In montagna, sdraiato, resti in piedi,
e se ti metti in piedi, stai sdraiaiato, per cui solo
se cadi risulti indipendente. Così in montagna si vince
la paura, la vertigine sull’orlo dell’abisso, oppure l’entusiasmo.

[…]

VI

Se sosti nel deserto, metti insieme una freccia
con le pietre così che a te, destato all’improvviso
indichi subito la strada. La notte, nel deserto
i demòni dilaniano il viandante. Chi presta loro ascolto
si perde facilmente: basta un passo sbagliato e sei finito.
Fantasmi, spiriti, demòni sono di casa nel deserto.
Tu stesso ti convincerai di questo quando, frusciando
la sabbia sotto la tua suola, anche di te resterà l’anima [soltanto.

[…]

XI

Quando, solo su un deserto altopiano, stai
sotto l’immensa cupola dell’Asia nel cui azzurro
di rado un angelo o un pilota diluiscono l’appretto;
quando sussulti al pensiero della tua pochezza,
ricorda: lo spazio, al quale, sembra, niente è necessario,
ha un bisogno estremo, tuttavia,
e di uno sguardo da fuori, di un criterio del vuoto.
E solo tu puoi servire a questo scopo.

1987

***

FIN DE SIÈCLE

Il secolo presto finirà, ma non prima di me.
E questo, temo, non c’entra con l’intuito.
Piuttosto è l’influenza della non-esistenza

sull’esistere: per dire, del cacciatore sulla selvaggina,
sia essa muscolo cardiaco o mattone.
Sentiamo la frusta sibilare,

nel tentativo di rammentare i nomi di quanti ci hanno [amato,
divincolandoci tra le viscide mani del polsista.
Il mondo non è più com’era

un tempo, quando regnavano sovrani abat-jour, fox-trot, [sofà
e la paura, insieme a sottovesti e ad arguzie salaci a volontà.
Chi avrebbe mai pensato

che la gomma del tempo li avrebbe cancellati
come sgorbi a matita sulla carta? Certo nessuno.
Eppure il tempo con il suo frusciare

proprio questo ha fatto. Vallo a rimproverare.
Adesso ovunque antenne, sballo di adolescenti, ceppi
anzichè alberi svettanti. Al caffè

non incontri i compagni di lotta sconfitti dalla sorte,
nè al bar l’angelo in gonna e blusa azzurra
che si è stancata del tentativo di librarsi in aria

sopra a se stessa. Ovunque una marea di gente,
ora in folla compatta, ora in coda serpeggiante.
Il tiranno più non è efferato,

ma un essere mediocre e limitato. E così l’automobile
ormai non è più un lusso, ma un modo di sbatter via
la polvere dal tappeto stradale, dove la gruccia

dell’invalido già più non si sente,
mentre il bambino crede fermamente che il lupo
faccia più spavento di un intero reggimento.

E per qualche ragione il fazzoletto si accosta
sempre più spesso agli occhi attratti dalle fronde,
attribuendo a se stesso il varco

che in esse si sta aprendo,
verbi al passato, desinenze del tempo andato,
un’aria cantata

dalla voce del cuculo. Suona più rude adesso
di quella di un Cavaradossi – tipo “Ehi, bellimbusto”
oppure “Smettila di bere” –

e dalla mano scivola a terra la caraffa vuota.
Alle porte, però, non c’è il prete o il rabbino,
ma l’era che chiamano fin de siècle.

Va di moda il nero: camicia, calze, biancheria.
Quando in definitiva le levi tutto questo,
è come se iluminassero

l’alloggio trenta watt o meno,
ma, invece di un gioioso “Urrà!”,
dalle labbra esce un “Eh già,

la colpa è mia”. Tempi nuovi, tempi desolati!
Gli articoli in vetrina, ciascuno con il nome
pertinente, si dividono ora

tra quelli di cui siamo in grado di servirci
e quelli che, per ignoranza,
equipariamo al sogno

dell’umanità (da cui, di fatto,
non c’è altro da aspettarsi) sullo stato
di servo, inanimato, o in genere su quello

di chi resta nell’anonimato. Questo, ahimè,
è il risultato del moltiplicarsi, la cui fonte
non sono cerniere o pantaloni, e neppure l’Oriente

ma, nel presente, l’elettricità. Il secolo è alla fine.
La corsa del tempo esige vittime, rovine.
Baalbek non fa al suo caso, l’essere umano pure.

Dàgli invece pensieri, sentimenti e un sovrappiù
di ricordi ricorrenti. Questo gradisce il tempo.
Io non ho fretta, e do.

E non sono un codardo, bensì pronto a essere
un oggetto che viene dal passato, se così,
per capriccio, vuole il tempo,

mentre dall’alto in basso – o da sopra la spalla –
guarda la preda che accenna ancora
qualche movimento ed è calda

al tatto. Sono pronto a che la sabbia
mi ricopra, preparato a che un viaggiatore
appiedato non metta a fuoco

l’obiettivo su di me, e per me non provi
forti sentimenti. Per ciò che mi riguarda,
il tempo che scorre al di fuori

non vale l’attenzione. La vale quello
che procede a ritroso, come una facciata
che assomiglia ora a un giardino,

ora a una partita a scacchi. Il secolo
in fondo non sembra tanto male. E’ vero che
di morti ne abbiamo avuti a iosa,

ma anche i vivi da meno non sono stati,
incluso l’autore qui presente,
per cui, a tempo debito, non resta

che mettere tutti sottaceto o montarli a panna
nel formaggio, versione cameristica dei buchi
neri cosmici; oppure fotografare il mondo

intero e farne fotocopie – sei per nove tuttavia,
il che esclude qualunque piaggeria – affinchè
più tardi non debbano arrampicarsi in fretta

l’uno sull’altro, come legname accatastato.
Il secolo finisce con catastrofi aeree
in sottofondo, un Prof., tenendo il dito alzato,

ripete la solita solfa sullo strato
dell’ozono, che spiega il solleone,
ma non come partire da un punto

prefissato per finire là dove a un ammasso
di nubi si mescolano i nostri “Non lasciarmi”,
“Salvami”, “Perdono”, costringendo il raggio

a cambiare l’oro del secolo in argento.
Ma il secolo, radunando la sua roba,
valuta che anche questo sia rétro.

Al Polo sventola una bandiera e un husky abbaia.
All’Ovest si guarda dentro il pugno dell’Est,
si scorgono baracche e recinzioni

in cui regna animazione. Gli uccelli, spauriti
dalla selva di mani, spiccano il volo verso meridione
dove ci sono aryk, albicocche e meloni,

palme, turbanti e tam-tam lontani.
Ma fissando lineamenti forestieri
è evidente che in qualunque luogo

la somiglianza principale tra una semplice macchia
e, poniamo, un classico dipinto
sta nel fatto che mai vi imbatterete

in un solo e unico esemplare. La natura, come ieri
il bardo con la carta carbone, come il pensiero
con l’espressione scritta, come un’ape con lo sciame,

apprezza apertamente la massificazione, le alte tirature,
temendo l’eccezione, lo spreco di energia,
il cui miglior custode

è la sregolatezza. Lo spazio è popolato fittamente.
L’attrito del tempo gli consente di potenziarsi
numericamente quanto più gli aggrada.

Ma le vostre palpebre si chiudono. Solo i mari
restano imperturbabili e turchini scandendo da lontano
una parola che ora suona “andiamo” e ora “invano”.

E nel sentire questo, non vuoi più faticare,
hai voglia di montare su un battello e navigare,
navigare, non per scoprire

isole, piante, organismi ignoti e nuove
latitudini incantate, ma l’esatto contrario;
soprattutto – restare a bocca aperta.

1989

*

VERTUMNO

in memoria di Giovanni Buttafava

[…]

VII

E mi installai nel mondo in cui le tue parole e i gesti
erano indiscutibili. Imitazione e mimetismo
considerati come forme di lealtà. Imparai
l’arte di fondermi con paesaggi come con mobili o
tendaggi (non senza conseguenze sul modo di vestire).
Parlando, di tanto in tanto dalle labbra cominciò
a sfuggirmi il pronome personale declinato al plurale,
e le mie dita conobbero il vigore del biancospino nella siepe.
Smisi pure di guardarmi indietro. Se odo alle mie spalle
scalpicciare, ora io non sussulto. Avverto con le scapole,
come una corrente d’aria, che anche dietro a me
si snoda una strada fiorita di colonne, che al fondo,
in lontananza scintilla l’Adriatico dalle acque
turchine. Vertumno, la somma di tutto questo
è senz’altro un tuo dono. O, se preferisci, il resto,
gli spiccioli la cui generosa eternità ricolma
talora il transitorio. In parte per superstizione,
in parte forse perchè lui solo – il transitorio –
sa percepire la felicità.

[…]

XIII

D’inverno il globo si appiattisce mentalmente. Le latitudini
avanzano strisciando l’una sull’altra, specie al crepuscolo.
Le Alpi non le intralciano. Nell’aria sentore di èra glaciale.
Sentore, aggiungerei, di preistoriche epoche o ere.
Detto semplicemente – di futuro. Giacché un’èra glaciale
pertiene come categoria al futuro, cioè a un tempo
in cui non ami più nessuno, neppure
se si tratta di te stesso. In cui ti vesti senza
calcolare che potresti spogliarti all’improvviso
in chissà quale stanza, e in cui non puoi
uscirtene di casa indossando la camicia solamente,
per non dire denudato. Da te ho imparato molto,
ma non questo. In un certo qual senso
non c’è nessuno nel futuro; in un certo qual senso
nel futuro non c’è nessuno che per noi sia caro.
Naturalmente ci sono ovunque morene e stalattiti simili
a grattacieli o louvres dai contorni sfocati.
Naturalmente là qualcuno è in movimento: mammut
o scarabei mutanti d’alluminio, alcuni con gli sci.
Ma tu eri dio di plaghe subtropicali con diritto
di supervisione su foreste decidue e terre nere – su questa
patria del passato per cui non c’è posto nel futuro,
e là di te non c’è bisogno. Ecco perchè d’inverno
il passato avanza strisciando sui contrafforti alpini, sugli [amabili
Appennini, ghermendo ora una radura in fiore, ora [semplicemente
un sempreverde: come un ramo d’alloro o una magnolia,
e non solo d’inverno. Il futuro inizia immancabilmente
quando qualcuno muore. Soprattutto se è un uomo.
Se si tratta di un dio, a maggior ragione.

[…]

Dicembre 1990, Milano

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).