È ancora possibile la poesia? Poetry Nobel Lectures

da | Set 12, 2025

Esce oggi, per Vallecchi, “È ancora possibile la poesia? Poetry Nobel Lectures”, che raccoglie diversi interventi di poeti in occasione del conferimento del Nobel: da Eugenio Montale a Czesław Miłosz, da Iosif Brodskij a Louise Glück. Con introduzione di Roberto Galaverni, il volume presenta i testi nelle traduzioni a cura di Andrea Ceccherelli in collaborazione con Dipartimento di Lingue Letterature e Culture Moderne dell’Università di Bologna, ed è corredato da disegni di Simone Cortello della Scuola di Grafica d’Arte Accademia di Belle Arti di Venezia. Pubblichiamo un estratto dal discorso di Montale, “È ancora possibile la poesia?” del 1975, e uno dall’introduzione di Galaverni.

da È ANCORA POSSIBILE LA POESIA?

di Eugenio Montale

II Premio Nobel è giunto al suo settantacinquesimo turno, se non sono male informato. E se molti sono gli scienziati e gli scrittori che hanno meritato questo prestigioso riconoscimento, assai minore è il numero dei superstiti che vivono e lavorano ancora. Alcuni di essi sono presenti qui e ad essi va il mio saluto e il mio augurio. Secondo opinioni assai diffuse, opera di aruspici non sempre attendibili, in questo anno o negli anni che possono dirsi imminenti il mondo intero (o almeno quella parte del mondo che può dirsi civilizzata) conoscerebbe una svolta storica di proporzioni colossali. Non si tratta ovviamente di una svolta escatologica, della fine dell’uomo stesso, ma dell’avvento di una nuova armonia sociale di cui esistono presentimenti solo nei vasti domini dell’Utopia. Alla scadenza dell’evento il Premio Nobel sarà centenario e solo allora potrà farsi un completo bilancio di quanto la Fondazione Nobel e il connesso premio abbiano contribuito al formarsi di un nuovo sistema di vita comunitaria, sia esso quello del Benessere o del Malessere universale, ma di tale portata da mettere fine, almeno per molti secoli, alla multisecolare diatriba sul significato della vita. Intendo riferirmi alla vita dell’uomo e non alla apparizione degli aminoacidi che risale a qualche miliardo d’anni, sostanze che hanno reso possibile l’apparizione dell’uomo e forse già ne contenevano il progetto. E in questo caso come è lungo il passo del deus absconditus! Ma non intendo divagare e mi chiedo se è giustificata la convinzione che lo statuto del Premio Nobel sottende; e cioè che le scienze, non tutte sullo stesso piano, e le opere letterarie abbiano contribuito a diffondere o a difendere nuovi valori in senso ampio «umanistici». La risposta è certamente positiva. Sarebbe lungo l’elenco dei nomi di coloro che avendo dato qualcosa all’umanità hanno ottenuto l’ambìto riconoscimento del Premio Nobel. Ma infinitamente più lungo e praticamente impossibile a identificarsi la legione, l’esercito di coloro che lavorano per l’umanità in infiniti modi anche senza rendersene conto e che non aspirano mai ad alcun possibile premio perché non hanno scritto opere, atti e comunicazioni accademiche e mai hanno pensato di «far gemere i torchi» come dice un diffuso luogo comune. Esiste certamente un esercito di anime pure, immacolate, e questo è l’ostacolo (certo insufficiente) al diffondersi di quello spirito utilitario che in varie gamme si spinge fino alla corruzione, al delitto e ad ogni forma di violenza e di intolleranza.

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In ogni modo io sono qui perché ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà. Ma non è il solo, essendo la poesia una produzione o una malattia assolutamente endemica e incurabile. Sono qui perché ho scritto poesie: sei volumi, oltre innumerevoli traduzioni e saggi critici. Hanno detto che è una produzione scarsa, forse supponendo che il poeta sia un produttore di mercanzie; le macchine debbono essere impiegate al massimo. Per fortuna la poesia non è una merce. Essa è una entità di cui si sa assai poco, tanto che due filosofi tanto diversi come Croce storicista idealista e Gilson cattolico, sono d’accordo nel ritenere impossibile una storia della poesia. Per mio conto, se considero la poesia come un oggetto ritengo ch’essa sia nata dalla necessità di aggiungere un suono vocale (parola) al martellamento delle prime musiche tribali. Solo molto più tardi parola e musica poterono scriversi in qualche modo e differenziarsi. Appare la poesia scritta, ma la comune parentela con la musica si fa sentire. La poesia tende a schiudersi in forme architettoniche, sorgono i metri, le strofe, le così dette forme chiuse. Ancora nelle prime saghe nibelungiche e poi in quelle romanze, la vera materia della poesia è il suono. Ma non tarderà a sorgere con i poeti provenzali una poesia che si rivolge anche all’occhio. Lentamente la poesia si fa visiva perché dipinge immagini, ma è anche musicale: riunisce due arti in una. Naturalmente gli schemi formali erano larga parte della visibilità poetica. Dopo l’invenzione della stampa la poesia si fa verticale, non riempie del tutto lo spazio bianco, è ricca di «a capo» e di riprese. Anche certi vuoti hanno un valore. Ben diversa è la prosa che occupa tutto lo spazio e non dà indicazioni sulla sua pronunziabilità.

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Quali conclusioni possono trarsi da fatti simili? Evidentemente le arti, tutte le arti visuali, stanno democraticizzandosi nel senso peggiore della parola. L’arte è produzione di oggetti di consumo, da usarsi e da buttarsi via in attesa di un nuovo mondo nel quale l’uomo sia riuscito a liberarsi di tutto, anche della propria coscienza. L’esempio che ho portato potrebbe estendersi alla musica esclusivamente rumoristica e indifferenziata che si ascolta nei luoghi dove milioni di giovani si radunano per esorcizzare l’orrore della loro solitudine. Ma perché oggi più che mai l’uomo civilizzato è giunto ad avere orrore di se stesso? Ovviamente prevedo le obiezioni. Non bisogna confondere le malattie sociali, che forse sono sempre esistite ma erano poco note perché gli antichi mezzi di comunicazione non permettevano di conoscere e diagnosticare la malattia. Ma fa impressione il fatto che una sorta di generale millenarismo si accompagni a un sempre più diffuso comfort, il fatto che il benessere (là dove esiste, cioè in limitati spazi della Terra) abbia i lividi connotati della disperazione. Sotto lo sfondo così cupo dell’attuale civiltà del benessere anche le arti tendono a confondersi, a smarrire la loro identità. Le comunicazioni di massa, la radio e soprattutto la televisione, hanno tentato non senza successo di annientare ogni possibilità di solitudine e di riflessione. Il tempo si fa più veloce, opere di pochi anni fa sembrano «datate» e il bisogno che l’artista ha di farsi ascoltare prima o poi diventa bisogno spasmodico dell’attuale, dell’immediato. Di qui l’arte nuova del nostro tempo che è lo spettacolo, un’esibizione non necessariamente teatrale a cui concorrono i rudimenti di ogni arte e che opera una sorta di massaggio psichico sullo spettatore o ascoltatore o lettore che sia. Il deus ex machina di questo nuovo coacervo è il regista. Il suo scopo non è solo quello di coordinare gli allestimenti scenici, ma di fornire intenzioni a opere che non ne hanno o ne hanno avute altre. C’è una grande sterilità in tutto questo, un’immensa sfiducia nella vita. In tale paesaggio di esibizionismo isterico quale può essere il posto della più discreta delle arti, la poesia? La poesia così detta lirica è opera, frutto di solitudine e di accumulazione. Lo è ancora oggi ma in casi piuttosto limitati. Abbiamo però casi più numerosi in cui il sedicente poeta si mette al passo coi nuovi tempi. La poesia si fa allora acustica e visiva. Le parole schizzano in tutte le direzioni come l’esplosione di una granata, non esiste un vero significato, ma un terremoto verbale con molti epicentri. La decifrazione non è necessaria, in molti casi può soccorrere l’aiuto dello psicanalista. Prevalendo l’aspetto visivo la poesia è anche traducibile e questo è un fatto nuovo nella storia dell’estetica. Ciò non vuol dire che i nuovi poeti siano schizoidi. Alcuni possono scrivere prose classicamente tradizionali e pseudo versi privi di ogni senso. C’è anche una poesia scritta per essere urlata in una piazza davanti a una folla entusiasta. Ciò avviene soprattutto nei Paesi dove vigono regimi autoritari. E simili atleti del vocalismo poetico non sempre sono sprovveduti di talento. Citerò un caso e mi scuso se è anche un caso che mi riguarda personalmente. Ma il fatto, se è vero, dimostra che ormai esistono in coabitazione due poesie, una delle quali è di consumo immediato e muore appena è espressa, mentre l’altra può dormire i suoi sonni tranquilla. Un giorno si risveglierà, se avrà la forza di farlo.

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dall’INTRODUZIONE

di Roberto Galaverni

Quando il 12 dicembre 1975 Eugenio Montale tenne il proprio discorso all’Accademia di Svezia, in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura di quell’anno, Pier Paolo Pasolini era stato assassinato solo da poche settimane. Tra i due non era certo corso buon sangue negli anni più recenti. Basti pensare a quanto era seguito alla pubblicazione nel 1971 di “Satura”, il quarto libro di Montale: la stroncatura dura e sarcastica di Pasolini, il contrattacco montaliano in alcune poesie comprese da ultimo nel “Diario del ʼ71 e del ʼ72” (tra cui la sferzante “Lettera a Malvolio”), quindi l’ulteriore contro-risposta pasoliniana, prima attraverso una serie di epigrammi pubblicati su rivista, quindi con un perfido ritratto del poeta posto in “Appendice” al lavoro teatrale “Bestia da stile”. Di conseguenza, colpisce tanto più constatare come il suo discorso sia tutto intriso di rovelli e argomenti in senso proprio pasoliniani. Non che questi, tra anni Sessanta e Settanta, fossero pertinenza esclusiva di Pasolini; certo che no. Lo stesso Montale nei suoi interventi e corsivi sul «Corriere della Sera» spesso e volentieri aveva rivolto l’occhio alle accelerazioni e ai rivolgimenti in corso nella società, e allora anche al posto che in quella società poteva o non poteva competere alla letteratura. Ma, ecco, la sua riflessione di Stoccolma non appare meno storico-sociale e perfino politica che letteraria, anche se per ragioni, con modalità d’impegno e, soprattutto, con una prospettiva più o meno latamente metafisica lontanissime dal vitalismo tragico pasoliniano. E infatti, con una buona dose dell’ironia, dello scetticismo, del distacco, dei modi un po’ sornioni e un po’ relativisti che caratterizzano anche la sua ultima stagione poetica, Montale parla qui di «una svolta storica di proporzioni colossali», di «mercificazione», di «comunicazioni di massa» e di «spettacolo», dello «sfondo cupo dell’attuale civiltà del benessere», di «crisi», di «solitudine», di «disperazione», d’«orrore». Diciamo allora che proprio lì, sul podio, nel momento della massima esposizione mediatica e, in sostanza, del suo trionfo, Montale ha avuto a cuore di parlare non tanto della poesia in sé, quanto della sua sorte presente e futura (anche se i due aspetti, ovviamente, sono vicendevolmente implicati), non della sua storia particolare di uomo e di poeta (anche se non manca di alludere, per esempio, alla perdita del lavoro che gli era costata la mancata adesione al regime fascista; nel maggio del 1925 era stato tra i firmatari del “Manifesto degli intellettuali non fascisti” redatto da Benedetto Croce), ma del destino generale delle arti e dell’arte poetica in particolare. La questione che Montale pone – domanda e risposta, insieme – è allora la seguente (da qui anche il titolo del suo discorso): «potrà la poesia sopravvivere nell’universo delle comunicazioni di massa? È ciò che molti si chiedono, ma a ben riflettere la risposta non può che essere affermativa». E per sua stessa indicazione si tratta di una domanda non soltanto sua, ma diffusa, condivisa da tanti, tant’è che potremmo assumerla come una specie di domanda dell’epoca. E, in effetti, vi si può riconoscere perfino qualcosa delle notissime perplessità di T.W. Adorno (direttamente evocate nel suo discorso, tra l’altro, da Iosif Brodskij), o di quelle, un po’ meno note, del nostro Umberto Saba, riguardo alle possibilità d’esistenza della poesia dopo i campi di concentramento della Seconda guerra mondiale. Anche se adesso, a trent’anni dalla fine del conflitto, alla disumanità della violenza storica sembra essere subentrata, o comunque essersi aggiunta, la disumanità del consumo, dell’automazione, della mercificazione (e infatti, come nota di contro Montale: «per fortuna la poesia non è una merce»).

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Comunque sia, come si diceva, è alla sua domanda che si deve anzitutto guardare; e dunque, come dal titolo del discorso: È ancora possibile la poesia? (anche il titolo del presente volume, in questo caso senza il punto interrogativo, viene ovviamente di qui). È vero infatti che tutti o, più precisamente, che quasi tutti i discorsi tenuti negli ultimi cinquant’anni da poetesse e poeti per il conferimento del Premio Nobel, più o meno esplicitamente hanno fatto i conti con questo problema (sono quattordici autori, ma i discorsi uno di meno, in quanto Tomas Tranströmer, il poeta svedese premiato nel 2011, non ebbe le forze per scrivere il suo). Soltanto Wole Soyinka, il poeta e drammaturgo nigeriano insignito del premio nel 1986, fa eccezione, avendo improntato per intero il suo intervento in termini politico-civili, in particolare in rapporto alla questione per altro sacrosanta del razzismo e del colonialismo. Quelli erano ancora gli anni del Sudafrica segregazionista, infatti, e proprio l’apartheid costituisce il riferimento principale e, diciamo così, il modello negativo a cui principalmente fa capo la sua argomentazione (qualche anno più tardi, nel 1992, anche Derek Walcott tornerà su questi argomenti in relazione alle sue Antille, ma integrandoli stavolta con nutrite considerazioni di natura artistica e poetica; e del resto i riferimenti alla violenza e alla prevaricazione storiche tornano spesso qui, in particolare coi poeti dell’Est europeo, come Czesław Miłosz, Jaroslav Seifert e Iosif Brodskij, rispettivamente polacco, ceco e russo; o come nel caso del cinese Gao Xingjian, il quale però, diversamente in questo da Soyinka, fin da subito ci tiene a precisare: «Non è mia intenzione abusare di questo podio, dedicato alla letteratura, per divagare su politica e storia»; ad ogni modo, assieme alla poesia c’è davvero molta storia degli uomini – ahinoi – in questi discorsi). Accade così che in quello che dovrebbe essere, e che comunque sempre rimane, il punto della più alta glorificazione personale e, insieme, del massimo riconoscimento pubblico e istituzionale della poesia, i poeti mettano per molti versi in questione la loro storia e la stessa arte poetica. Proprio come se fossero sotto esame. Questo non significa che sconfessino l’una o l’altra, assolutamente no. Piuttosto, senza dare nulla per scontato, si provano a rendere ragione – proprio lì, «sotto lo sguardo del mondo intero», come scrive Gao – della legittimità della loro vicenda particolare e della plausibilità della poesia al cospetto della vita, con la responsabilità e le scelte che per ogni donna e ogni uomo ne derivano. Onore e onere, corona d’alloro e insieme di spine, il passaggio sul podio di Stoccolma porta con sé anche qualcosa delle forche caudine. Lo si è già visto con Montale e lo si può vedere, certo con inclinazioni e modi anche molto diversi, più o meno con tutti gli altri. Queste allocuzioni urbi et orbi, piuttosto che celebrare indiscriminatamente l’esperienza poetica, portano con sé una spiccata criticità interna. Si direbbero difese, piuttosto che apologie della poesia. E come tali possono essere in qualche misura celebrative soltanto dopo avere attraversato ed essersi fatte carico di quella stessa criticità. Dovrebbe essere il coronamento e in qualche modo la santificazione di un percorso poetico, e invece – ed è un fatto che dice molto della natura stessa della poesia e di chi ne è posseduto, il poeta appunto, suo artefice o intermediario che sia – è come se si ripartisse ogni volta dalle necessità primarie, dalla motivazioni e dalla ragioni più basiche ed elementari, ovvero dall’inizio.

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Eugenio Montale (Genova, 1896 - Milano, 1981) è considerato il più importante poeta italiano del Novecento, premio Nobel per la letteratura nel 1975. La sua opera poetiche si può dividere in due stagioni: la prima comprende le raccolta Ossi di Seppia (1925), Le occasioni (1939) e La bufera e altro (1956); la seconda, Satura (1971), Diario del '71 e del '72 (1973), Quaderno dei quattro anni (1977), Altri versi (1980), seguite da Diario Postumo (1996). Tra le sue opere in prosa, Farfalla di Dinard (1956), Auto da fè (1966), Fuori di casa (1969), gli scritti di Sulla poesia (1976) e i brani di critica musicale, raccolti nei Meridiani Il secondo mestiere. Arte, musica, societàIl secondo mestiere. Prose 1920-1979, a cura di Giorgio Zampa (1996).