Difesa della poesia

L’altra notte mi è apparso Shelley in sogno: pallido, gli occhi accesi, i capelli lunghi, un sorriso bellissimo anche con quei suoi denti un po’ in disordine. Puntava il dito contro di me, come se fossimo in un tribunale, io sul banco degli imputati e lui un accusatore implacabile. “Hai dimenticato la mia Difesa della Poesia. Hai dimenticato che in ogni tempo la poesia va difesa dai suoi nemici ricorrenti, e che  in ogni tempo va ribadito che i poeti sono i legislatori non riconosciuti del mondo” “Non l’ho dimenticato, ma oggi tutto è più difficile, ci  sono in campo forze ostili alla poesia che tu forse non potevi immaginare ai tuoi tempi”. “Di cosa parli? Io ho immaginato tutto, ho anticipato tutto, il socialismo utopico, lo slancio libertario, il pacifismo assoluto, la rivoluzione sessuale, persino il vegetarianesimo come ideologia non violenta. Ho scritto uno degli ultimi libri sacri dell’umanità, il Prometeo Liberato”. “Hai ragione” ho continuato io “ma oggi la grandissima parte degli uomini rifugge dall’idea che si possano scrivere libri sacri, profetici, avere visioni, passioni utopiche”.

“Ma perché?” mi ha chiesto Shelley, guardandomi sempre più severo. Ho provato a spiegarmi: “Vedi, oggi i nemici della poesia sono nascosti, invisibili, astratti, lontani, e non di meno potentissimi. Non sono la tecnologia, la televisione, la rete, come credono i superficiali. La televisione ha un linguaggio che la poesia, arte della sintesi fulminante, potrebbe usare benissimo. Basterebbe  non fare programmi come tutta la Camera da letto letta dal  povero Bertolucci (0 di audience su RAI 3)  o  il tutto Dante del povero Benigni, colato verso il fondo degli ascolti di RAI 2. Uno slam di poesia che ho curato io alla fine degli anni Novanta su RAI 1, con giovani poeti sconosciuti, ebbe più spettatori, che è tutto dire. E la rete, quella diffonde poesia in tutti gli ambiti più di quanto sia mai stato fatto in qualunque epoca umana. Diffonde le cazzate, come si dice oggi, ma anche la grande poesia. Tu hai bisogno di un testo di qualche secolo fa, digiti qualche parola su un motore di ricerca ed eccotelo davanti. Non mi dire che sullo schermo del computer Oh wild West Wind, thou breath of Autumn’s being è meno bello che sulla carta. Scrivi un testo, e te lo ritrovi dappertutto. Una mia poesia in sei versi intitolata Energia mutabile, un tentativo di definire l’amore, l’ho trovata piratata in non so quanti    siti, persino su quello di un wedding planner napoletano. Cosa ci posso fare? E pensare che detesto i matrimoni e la musica melodica, grata ai camorristi.”

“Ma dove sono allora i veri nemici?” “Sono annidati altrove. E’ da quelli che bisogna difenderla oggi. I maggiori nemici della poesia sono forze oscure, opache, che preparano la fine dell’umanesimo, del bisogno di verità, della bellezza autentica, del sacro nelle cose: lobby intellettuali e mediatiche materialiste e nichiliste, consigli di amministrazione di multinazionali tese al profitto estremo, anche a costo dell’avvelenamento della Madre Terra, sostenitori del capitalismo finanziario svincolato dal lavoro e dalla sua etica, che diffondono dai vertici sino alla base più plebea una scala di valori in cui il denaro è al primo posto, decretando la irrilevanza di ogni altra realtà. Non era mai successo in nessuna società umana che le stesse élite si appagassero della sola dimensione economica delle cose, disprezzando ogni forma di energia spirituale. Le forze che deridono e disprezzano la poesia sono le stesse che considerano desueto, vecchio il lavoro umano, che ne  umiliano la  santità laica e il primato, come  umiliano la giustizia, il dovere, la dignità,  l’innocenza, la incorruttibilità. Si è sempre saputo, lo diceva il popolo più pragmatico della storia, che carmina non dant panem. Nondimeno quello stesso popolo affidava ai poeti il compito di illustrare le proprie origini e il proprio destino, di erigere nel linguaggio monumenti più duraturi del bronzo. Ma oggi, un lavoro che non dà pane, e meno che mai   dividendi, plusvalenze, stock options, tangenti, privilegi, è  ritenuto universalmente qualcosa di inutile e di ridicolo. Una classe politica come quella italiana che non crede più nella tradizione culturale e nella lingua del proprio paese, cancella la poesia, che è il midollo dentro la spina dorsale della nazione. E così facendo cancella, delegittima se stessa. Ecco dunque un paese sderenato, infiacchito, stravolto, ridotto a bordello  miserabile, la tua Italia, caro Shelley, il paradiso degli esuli, che costringe i poeti italiani ad essere esuli in patria, almeno questo è il mio caso”. “Chi sono” mi ha interrotto Shelley “i poeti laureati che sento spesso nominare nei discorsi degli uomini politici del vostro partito maggiore, dimmi, nomi che purtroppo non conosco, la cui opera non mi è nota, Vasco Rossi, Ligabue…?”. “In Francia, durante la sfida elettorale, Sarkozy e Hollande si disputavano Victor Hugo. Da noi, non sentirai mai citare con serietà di intenti che so Foscolo, ma neppure Manzoni, non sono di moda, non sono star, forse non hanno neppure guadagnato miliardi… C’è in atto una manomissione spaventosa della forza intellettuale, progettuale, spirituale della poesia. E della letteratura. Lo so, l’ho denunciata spesso, credici. Ho fatto quello che ho potuto. I dance as fast as I can, Mr. Shelley. Ma ci ho provato, e sono stato spesso frainteso e deriso per questo”.

Shelley, mentre parlavo, aveva continuato a guardarmi severo. Ora inspiegabilmente sorrideva. Così vanno i sogni. Il banco dell’accusa si era trasformato in quello dei giudici. Ed erano comparse altre due ombre ai suoi fianchi. Una aveva una lunga barba bianca, incolta, uno sguardo esaltato, l’altra una compostezza enigmatica. Da cieco. Riconobbi trasalendo Walt Whitman e Jorge Luis Borges. Il miglior collegio giudicante che potessi desiderare. Non colpevole. Questo è stato il verdetto. L’imputato ha messo nella poesia (e per la verità anche nei  romanzi) entusiasmo vitale, simboli, mito, natura, eros, sacro, visioni non eurocentriche, empito democratico. Anche se non è servito a niente, e i suoi contemporanei non glielo riconoscono. In verità sono stato assolto perché continuo a difendere il primato della poesia, perché credo nonostante tutto in lei come canto dell’universo, credo nel suo desiderio di cambiare il mondo, di essere resistenza, e insurrezione. Poco prima del risveglio, Shelley si è trasformato, con quei rapidi décalage metamorfici tipici dei sogni, il suo volto è diventato rugoso, i capelli bianchi, gli occhi stretti sotto le palpebre, la voce ancora più irta, come se gridasse. Era Giuseppe Ungaretti. “Ritornerà scintillamento nuovo”, recitò gesticolando. Poi si limitò a sorridermi, quasi con malizia. La poesia è fare l’amore col mondo, sino alla fine. Oltre ogni ferita, oltre ogni sofferenza. Tu lotta e ama, sempre. Così sembrava che mi dicesse, prima di scomparire.

Immagine: Alfred Clint, Percy Bysshe Shelley, 1819.

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).

One comment

  1. Mirko Servetti says:

    La Poesia è il ‘fare/disfare’ della piega barocca senza soluzione; il suono puro/impuro colato dallo Spirito transitando dallo sguardo ebbro…

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