«Derubando i ricordi»: 10 poesie di Vladimír Holan

Da Vladimír Holan, Addio?, Arcipelago Edizioni, 2014, a cura di Marco Ceriani e Vlasta Fesslová, prefazione di Giovanni Raboni. Selezione a cura di Dario Bertini.

Dalla raccolta In progresso (versi degli anni 1943-1948)

Nell’umidità

È una pioggia autunnale, testarda fino alla noia,
che racimola la schiuma della rabbia,
celata da tutti gli uomini
già da molto chiusi in una stanza.
Pallidi, stanno alla finestra e mirano
con un piacere mordace e pretenzioso
come accanto ai frutteti un bimbo fradicio
sta offrendo a nessuno fiori di carta,
proteggendoli con il cavo del suo palmo.
Li protegge invano… Invano li offre…
E invano li proteggerà e offrirà
finché non ci proverà nel linguaggio degli animali
o finché non si decide a passarlo
il parco nell’indugio sdegnato, parco
in cui non c’è nulla più che una panchina
né piallata né verniciata,
una panchina su cui s’è risparmiato,
una panchina per i morti…

Alla fine del mondo

Qui in verità è come con un fiume
nell’istante in cui abbandona un lago estinto:
un paio di sanguinolenti abissi, che non sanno dove sono,
un paio di colonne, pitturate con il seme marmoreo delle idee,
e un pugno di vecchie stracciate mappe
che non è da meno
d’un mazzo di banconote di oscura origine
che una macilenta ironia incontrerebbe alla soglia del suo uscio…

Per istanti, quasi a testimonianza, si fa sentire
un certo vertiginoso mormorio…
E come se la mestizia passasse tra le premonizioni
in bianche vesti di nessuno…

Voce e controvoce

I
Allora

È notte. Al banco del bar ti versano sempre quell’ultimo bicchiere
col biasimo della compassione… Ma dietro di te
il corpo di un tale, un poveraccio follemente solo,
caduto per la sbronza dalla farfalla al bruco,
caduto tra sé e sé per una disperazione
cui non si sfugge,
ti ricorda irraggiungibilmente e perfidamente
due certi pendìi, lacerati dalle rocce,
dagli alberi novelli, dalla lussuria che sprizza nella coda delle donnole
e dall’azzurrognola coscienza degli sparvieri.
Tra i pendìi farneticava un fiumicello
come un pugno di tranelli scagliati in faccia all’udito.
Eri giovane a quel tempo… Non facevi caso
a come crudelmente consumata fosse la maniglia del cimitero…
“Vi prego, un altro ancora!”… Sì, e il sole
era un chiccomagno come il sangue del pavone
e tu attraverso quel corso d’acqua
da riva a riva posasti masso dopo masso…

Quando si fece buio, ci passò lei.

II
E oggi

È notte. Al banco del bar ti versano sempre quell’ultimo bicchiere
con stanchezza truce… Ma non parliamo di questo,
non ci conosciamo, e tutto accade così,
come quando ci si incontra sulle scale:
uno va su e l’altro va giù…
Giù in basso ci sei tu ora,
per fortuna il rum non si chiede che cosa mai v’è successo,
poiché non è ancora né polvere né saliva
e non gli piove nella tomba.
È un rum davvero buono: bevi il primo dopo quello
come l’autunno beve, dopo le lacrime false, vino dai comignoli
durante le inalazioni del dio del momento…
Del momento? No, durevolmente e come scorticandoti
sai a rovescio dove vive colei che ti amava,
ah ardentemente lo sai e miracolosamente lo sai,
ma sei qui in una così lasciva supplica e così senza un passaggio
che anche la contrada dovrebbe avere un ponte crollato…

Creparsi dei ghiacci

È da tempo finito il banchetto e l’invitata giunge solo ora.
Non sapendo che fare con il tuo spavento
che, fuori, dietro le finestre
a malapena porta aiuto al fragore del ghiaccio che si crepa,
volentieri si immedesimerebbe in una più certa sembianza.
Ma mentre fa concessioni agli spiriti,
ti viene inesorabilmente incontro –
e tu di colpo e quasi confidenzialmente cominci a capire
che non puoi amare per essere amato,
che non puoi amare ed essere amato,
che non puoi amare perché ami,
a che devi amare chi non ti ama…

Dovunque II

La sera è così bella che ti vergogni anche solo di bramare
dalle profondità di un malinconico vuoto…
I morti è come se si camminassero addosso in bruchi del cimitero,
l’animale è come se qualcuno lo spaventasse con il grembiule del macellaio,
le cose è come se non sapessero dove sono…
Sì, è scritto che nessuno scorgerà Dio da vivo.
Egli dunque ci risparmia, quando dimora nell’obnubilamento,
nel fuoco, nella nebbia, nella nuvola, nel vento
e quando cammina tra i sipari e nel futuro…

Anche i santi intravidero solo la sua schiena.

***

Dalla raccolta Penultima (versi degli anni 1968-1971)

Firma

No, quella volta non c’ero, vi sbagliate
e anche il mio sosia nega
che si trattava di una voce e di un’altra voce ancora,
e che due voci non c’erano, allora…
Non c’erano… Giacché tradizione orale
e insegna sono la stessa cosa…
Sono quello che è pubblico… Ed è anche
per questa ragione che Dio
chiederà un giorno a se stesso
una firma nel proprio libro…

Qualcosa

Quando su quei vostri splendidi capelli
metteste una parrucca,
volevo ordinare che tutto
si fondesse nel bronzo, poiché il gesso
pensa solo a se stesso… Ma qualcosa
mi paralizzò allora,
anche se poi se ne disputò a lungo
con schiuma di birra sulla barba degli uomini…
Sì, dopo un morso velenoso possiamo litigare
per sapere se era un serpente… Ma non è necessario…

***

Dalla raccolta Addio ? (versi degli anni 1972-1977)

Perché vivere

Sì, proprio quella notte, e come se più a buon mercato
e sotto un soffitto basso, – sì, proprio quella notte,
che sa tutto da lontano
ma che intercede per il presente
e non perdona alla sua durata
che vuole raggiare se stessa e andare dove vuole –
sì, proprio quella notte,
e come se egli volesse dimostrare
che anche il destino se ne vergogna:
iniziò, derubando i ricordi,
a domandarsi perché vivere…

I passi

Si immagina come tutto ciò sarebbe
se avesse avuto mai una qualche idea
e con quali parole e con quale voce la pronunzierebbe…
Una tale inaccessibilità lo sgomenta,
non può capire neanche il suo tossicchiare,
e tantomeno la domanda, se avesse avuto mai
qualche rimpianto… Ma come un’altra volta
cammina da un angolo all’altro della sua stanza
e il cubismo dei suoi passi disturba il vicino…

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).