Dalla finestra

da | Ott 3, 2021

Dalla sezione ‘Poesia’ del numero di settembre-dicembre 2021 di “Nuovi Argomenti”, sei poesie inedite di Stefano Dal Bianco.

 

Ciò che si vede dalla mia finestra
è stato bellissimo sempre.
Ci sono campi coltivati e tra i campi
macchie di vero bosco,
lingue di vegetazione tenebrosa,
mentre altre lingue di radura erbosa
si inoltrano tra i boschi nelle alture,
strisce di prati parati a lambire
veri o verosimili paeselli.
 
A seconda del giorno e dell’ora del giorno
tutto si trasforma grandemente
e senza una punta di orgoglio,
in consapevole omertà,
la valle può nascondersi
in un mare di nebbia
o sorridere alla luce
o chiazzarsi dell’ombra delle nuvole
o flettersi umilmente ai temporali.
 
Chi stesse dietro ai vetri della mia finestra imparerebbe
ogni giorno qualche cosa ma non io,
io penso di sapere già tutto, io mi
disinteresso
di ciò che non mi viene addosso
portandomi pensieri
portandomi parole
che questa onnipresente permanente vallata
si premura a tutt’oggi di assorbire
tentando rispettosamente di salvarmi.
 
 
*
 
È difficile stabilire un confine
tra quello che si vede – una pianura
un palo della luce una macchia di bosco
e quello che si immagina
o che ritorna dopo lunga
frequentazione identico com’era
alla mente passiva,
ma sarà nebbia, nube o fumo di camino
quello che sale dalla valle risolvendosi
in una vaga profezia di luce e vista
in nuce e ridondanza fosca di
sconfinamenti
da visione a visione
nel ricordo o nell’immaginazione?
 
 
*

Non capita spesso che dalla mia finestra
la luna bassa abbia quel colore
tra il giallo e l’arancione,
esattamente quel colore
che ha il lampione qui sotto,
i due molto più simili tra loro
grazie anche all’indulgenza
di una notte serena, non turbata
da silenzi fittizi e considerazioni
che premono talvolta
dal profilo umano della vita,
vita che di per sé invece insiste
a voler farsi riconoscere
fra le altre cose
in certe casuali rispondenze di colori.
 
 
*

Durerà pochissimo la fascia di sole
che in orizzontale fa brillare
la seconda schiera di colline
lasciando spenta la prima
e più vicina a noi.
E infatti è alle nostre spalle
che il sole in due minuti nel frattempo
è tramontato lasciandoci di guardia
all’ombra della terra.
 

*

Quella seconda fascia di colline
illuminata ieri dal tramonto
questa mattina presa da foschia
è di un verde sbiadito
e meno vivo della prima fascia
che tuttavia è ancora in ombra
mentre l’Amiata in fondo a tutto
si è rarefatto in grigioazzurro
ed è quasi del colore del cielo
dal quale si distingue soprattutto
per poche bianche nuvole
che gli fanno corona alle spalle.
Così nel digradare
di verde in verdegrigio e grigioazzurro stamattina
si libera la mente
dai torpori notturni
e gradualmente accetta l’infinito niente
che sta oltre l’Amiata
e circonfonderà di vera luce
ciò che durante il giorno ci confonde.
 
 
*

Sempre la sofferenza si trasforma
in qualcosa di sacro
sempre che siamo in grado di domarla
o assottigliarla come fa la terra
quando si chiama fuori
solo distribuendo i suoi tormenti
a ogni filo d’erba
perché restituisca inavvertitamente
la sua penosa pena al vento
che la libra sul prato e la trascende
come ogni cosa quando si affida al vento.
 


Stefano Dal Bianco (Padova 1961) insegna «Poetica e Stilistica» all’Università di Siena. Libri di poesia: La bella mano (Crocetti 1991), Stanze del gusto cattivo (in Primo quaderno italiano di poesia contemporanea, Guerini e associati 1991), Ritorno a Planaval (Mondadori 2001; LietoColle 2018 2 ), Prove di libertà (Mondadori 2012). I suoi saggi di poetica sono raccolti in Distratti dal silenzio. Diario di poesia contemporanea, Quodlibet 2019.


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