Da qualche parte nello spazio

da | Mar 30, 2022

Da poco uscito il volume che raccoglie poesie di Fabio Pusterla dal 2010 al 2021, con un saggio di Massimo Natale e un autocommento dell’autore, nella collana “novecento/duemila” curata da Raoul Bruni e Diego Bertelli per Le Lettere. Pubblichiamo alcuni testi dalla sezione degli inediti. 

 

PAESAGGIO VERTICALE. COMPIANTO PER UNA VALLE FRA LE TANTE

Uno che guarda da qui deve alzare la testa,
slogarsela quasi per salire con gli occhi
dal fondovalle imprigionato stretto nei frenetici
commerciali formicai ai dirupi slavinanti,
ai boschi poco festosi di conifere cupe e smangiate,
costruzioni dismesse, croci sulle montagne,
turbìne. Sicuramente fuggiti in un altrove
gli antichi spiritelli silvani, le strigi delle fàure
se esistevano. Tu, se qui fossi Andrea, tu qui vedresti
senz’altro il grande melo dietro la casa patrizia
ora avvolta dai rovi, i frutti aperti
spezzati sull’asfalto rosso emblema
di tutto lo snaturabile snaturato rinaturato
malamente ridetto o silenziato: e svenduto.
Senti il ronzio costante dei motori,
la lunga fuga di vite e destini già incisi
sul nastro del disastro autostradale?
E come pulsano condotte sotterranee, depositi di munizioni,
come nervosi ticchettano i cavi di elettroni
in rapinosa corsa verso Nord?

Io qui sono nato, in questo tempo ritorto e non geografico:
ho percorso i sentieri e le discariche,
sono salito al rifugio dei pastori morti alle cascine cadenti
mezzo secolo fa, contando i vagoni dei treni e i loro urti
nei giorni dell’attesa palpitante,
e già tutto era in corso, in infusione
mistica, il lapis niger nascosto chissà dove,
asfaltamenti e bramosie avvocatizie, imperiali;
tu guarderesti il melo, io quasi fatico a vederlo, a riconoscerne
l’alfabeto sepolto il pastoso dialetto
che non è mai stato mio sotto i frutti ora persi
verminati. Allora quel che vedo
sono le vacche sulla pista degli aerei militari,
dove qualcuno voleva realizzare qualcosa
una grande attrazione turistica
ma i soldi erano finiti dopo i penultimi furti.
Mele sfasciate al suolo, al cielo polverume
e quell’odore di sterco sguaiato, le croste
sopra il cemento teso,
sputo o sberleffo, nessun amarcord.

Valle travolta paese smemorato
credevi alla Cibele sbagliata
cosa sei diventato.

 

NELL’AFA

I cervi, nell’arsura
di questo luglio d’afa,
scendono nottetempo al lago a bere.
Escono dai boschi verticali
prendono una valletta dirupata
e arrivano al Profondo,
dove un po’ d’anni fa
una donna aveva scelto di sparire per sempre,
certo non senza segrete ragioni e dolori,
riermergendo un mattino bianchissima
gonfia accanto a una barca ormeggiata
fra le alghe.

Lì i cervi bevono a lungo e forse guardano
lungamente quell’acqua che appena sciaborda
sotto di loro, muta. Ma uno, maestoso,
deve una notte aver sbagliato
senza colpa percorso:
l’hanno visto i vicini che entrava
nel nostro giardino deserto. Poi, tentando
di risalire alla strada si è incagliato
con le corna nelle sbarre del guardrail
ed è rimasto a scuotere frenetico la testa
per lenti interminabili minuti. Un passante
non ha osato intervenire, impaurito, e infine il cervo
con un ultimo scossone si è strappato
da quella trappola oscena, è corso via
in lieta ritrovata nobiltà,
salendo al folto.

Sui tetti corrono le faine ebbre di luna
con strida di gioia o d’inquietudine.

 

AARESCHLUCHT

1.

Tutto è precario tutto è duraturo
qui, nell’incrocio dei tempi, dove nebbie
salgono scendono velano ogni cosa.

Tullio, quindici lune, ricordava per un attimo
ieri nel seggiolone come una vertigine
me in una foto del secolo passato
nel fiato ancora caldo di una guerra.

Incongruo un masso erratico scuro
sta dentro i boschi fitti: l’ha portato
un ghiacciaio scomparso diecimila anni fa.

Tempo del ghiaccio tempo del granito
corsa dell’acqua che incide le sue gole: un altro ritmo.

Chiusi nel cono d’ombra della cronaca
non vediamo la grandezza della storia;
prigionieri della storia ci sorprende
la leggenda di un sasso dilavato,
l’accensione di un’ala, un nubifragio.

Poi verso sera arriva un elicottero
atterra rosso in un prato. Paramedici
corrono in una casa con barella e strumenti.
Un bambino va veloce sopra i monti
nell’aria verso ospedali di città.

Una lama ci ha sfiorato e sugli alberi i rami
più alti tremeranno per molti minuti.
Dalla nebbia sbucano quattro caprioli,
corrono saltano nell’erba bagnata,
la pioggia diventa furiosa e fa notte.

 

2.

Sembra immobile il nibbio reale
calando sui prati falciati; soltanto la coda
s’increspa e le penne più screziate delle ali
propiziano virate, come dita
che accarezzino l’aria invisibile
il gelo delle valli o quel respiro sommesso
che sale dal cieco mondo come gemito di fieno,
dal lavoro interminabile degli uomini.

Da giorni lo vedi arrivare
planare e sparire dietro il vento,
dietro la tua inquietudine che il nibbio
vede o non vede dall’alto e sorvola noncurante,
giungendo o non giungendo ai suoi confini.

 

4.

Ora si torna ai laghi di pianura agli oleandri
al nibbio bruno nervoso che vive sulle rocce
e rade l’acqua in cerca di affioranti detriti

in mancanza di alborelle o cavedani morti.
Impazzano le ruspe esondano i torrenti
scrosci di pioggia e grandine annunciano catastrofi.

Scendono frane strade si interrompono,
le auto incolonnate ronzano ammutoliscono
volpi nascoste occhieggiano rifiuti.

«Se fossimo al loro posto», dice una signora
parlando del fango che spazza via case,
«il lavoro di una vita che sparisce in un attimo…»

 

Immagine: Foto di Dino Ignani. 

 


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