Così fragoroso a me stesso

da | Giu 5, 2026

È in libreria “Così fragoroso a me stesso” (Biblion Edizioni), un’antologia di versi del poeta gallese Dylan Thomas tradotti e curati da Leonardo Guzzo. Ne pubblichiamo alcuni estratti.

 

CI FU UN SALVATORE

Ci fu un salvatore,
più raro del radio,
più comune dell’acqua, più crudele della verità;
fanciulli nascosti al sole
facevano ressa intorno alla sua lingua
per udire la nota dorata avvitarsi nel solco,
schiavi dei loro desideri sprangavano gli occhi
nelle carceri e gli studi dei suoi sorrisi senza chiave.

La voce dei fanciulli dice
da una sperduta landa:
bisognava far calma nella sua ferma inquietudine,
quando uomo ostile feriva
uomo, bestia o uccello
noi celavamo il terrore in quel fiato assassino;
silenzio, c’era da fare silenzio quando strepitò la terra
nelle tane e i manicomi del tremendo grido.

C’era gloria da udire
nelle chiese del suo pianto
sotto il suo braccio piumato sospirasti mentre colpiva,
tu che non spargevi pianto
al suolo quando un uomo moriva
versasti una lacrima di gioia nel diluvio ultraterreno
e appoggiasti la guancia a una conchiglia di nuvola:
ora nel buio siamo solo tu e io.

Due orgogliosi, oscurati fratelli, stretti
dall’inverno fianco a fianco, piangiamo
a questo vuoto inospitale anno;
noi che non sapemmo trarre
il più flebile sospiro nell’udire
la brama abbattersi sul prossimo nostro e farne fiamma
ma gemendo scavammo nidi nelle mura blu cielo
spilliamo ora lacrime giganti per un torto quasi ignoto,

per il crollo di case
che non allevarono le nostre ossa,
le morti eroiche degli unici mai ritrovati,
vediamo ora, solitari in noi stessi,
la nostra polvere di veri stranieri
passare per le porte della nostra inviolata casa.
Esuli in noi, risvegliamo il soffice,
disserrato, inerme, setoso e scabro amore che frantuma ogni pietra.

 


LA FORZA CHE PER LA VERDE MICCIA GUIDA IL FIORE

La forza che per la verde miccia guida il fiore
pure guida la mia verde età; ciò che annienta gli alberi alla radice
è il mio distruttore.
E io non ho voce per dire alla rosa sbilenca
che piega la mia giovinezza la stessa febbre invernale.

La forza che spinge le acque oltre la roccia
guida il mio rosso sangue; ciò che secca alla foce le correnti
muta in cera la mia.
E io non ho voce per scandire alle mie vene
che alla fonte montana la stessa bocca si abbevera.

La mano che ruota l’acqua nel gorgo
schiude le sabbie mobili; ciò che l’impeto imbriglia del vento
tesa pure la vela del mio sudario.
E io non ho voce per dire all’impiccato
che della mia creta è plasmata la calce del boia.

Le labbra del tempo, mignatte, s’attaccano al becco della fontana;
l’amore stilla e si raccoglie, ma il sangue caduto
lenirà le sue pene.
E io non ho voce per dire al vento di stagione
che il tempo ha scandito tutto un cielo intorno agli astri.

Non ho voce per dire al sepolcro dell’amante
che viene al mio lenzuolo lo stesso ritorto verme.

 

 

BALLATA DELL’ESCA DALLE LUNGHE GAMBE

La prua scivolò nell’acqua, e la costa
annerita di uccelli diede un ultimo sguardo
ai suoi capelli sconvolti e all’occhio blu-balena;
scalpicciata, la città tinnì un augurio dai ciottoli.

Allora addio alla barca col suo pescatore,
all’ancora libera e ferma
come un uccello rapace sopra il mare,
in secca sulla cima dell’albero,

addio soffiò la sabbia affettuosa
insieme ai parapetti del molo abbagliato.
Naviga per amor mio e non voltarti
disse, guardando, la terra.

Le vele bevvero il vento e bianco come latte
l’uomo filò in fretta bevuto dal buio;
il sole a occidente naufragò su una perla
e dai suoi resti uscì a nuoto la luna.

Passarono in un vortice pennoni e ciminiere.
Addio all’uomo sul ponte ondeggiante
al filo dorato che canta sul rocchetto
all’esca che dal sacco affacciò le gambe,

perché noi lo vedemmo lanciare alla corrente
una ragazza viva con ami infilati nelle labbra;
tutti i pesci raggiarono nel sangue,
dissero le navi impiccolendo.

Addio a comignoli e ciminiere,
vecchie comari che filano nel fumo,
lui era cieco allo sguardo dei ceri
dentro le finestre in preghiera delle onde

ma udiva l’esca sgroppare nella scia
e azzuffarsi in uno stuolo di amori.
Metti via la tua canna ora, perché
il mare è tutto collinoso di balene,

lei smania tra angeli e cavalli,
il pesce arcobaleno s’agita tra le sue grazie,
come da perse cattedrali allusero
gli scampanii delle scrollate boe.

Dove l’ancora viaggiava, quasi un gabbiano,
miglia sopra il lunatico battello,
una torma di uccelli calò strillando,
soffiò pioggia dalla gola di una nuvola;

e l’uomo vide il turbine assassino venuto a snidarlo,
con la prua fumante e il rostro di ghiaccio,
far fuoco sulle stelle, trafiggere il fiume di Cristo;
e nulla brillava sul fiore dell’acqua

tranne l’olio e la bolla della luna:
tuffandosi, fendendo il mare nella sua rotta
il pesce adescato più giù della schiuma
testimoniava con un bacio.

Balene nella scia simili a capi e Alpi
squassavano il mare esausto e affondavano i musi,
sul fondo la grande esca boscosa, labbra sgoccianti,
schivò i colpi di pinna di quelle tonnellate gibbose

e sfuggì al loro amore con un tuffo sinuoso.
Oh, Gerico crollava in quei polmoni!
Sgusciò e si immerse un attimo prima dell’amore,
ruotò su uno spruzzo come una palla dalle lunghe gambe

finché ogni bestia squillò in uno scarto
e ogni tartaruga proruppe dal guscio
e ogni osso dalla tomba impetuosa
risorse, sforzò il canto del gallo e colò a picco!

 

Queste sono le prime 15 delle 54 quartine che compongono la “Ballata”, poema di mare e d’amore, in cui Dylan Thomas delinea la sua personalissima “cosmogonia”.