Così anche noi in un’eco

da | Apr 1, 2022

Pubblichiamo tre lettere dal carteggio tra Franco Fortini e Hans Magnus Enzensberger, “Così anche noi in un’eco” (1961-1968), a cura di Matilde Manara, da poco uscito per Quodlibet. 

 

[È il 1961 quando Enrico Filippini, allora responsabile della letteratura straniera per Feltrinelli, propone a Franco Fortini di curare un’antologia del poeta tedesco Hans Magnus Enzensberger. A sua volta, Enzensberger si impegna a tradurre Fortini per Suhrkamp. Il progetto è all’origine di un carteggio portato avanti dagli autori fino al 1968. Ai suggerimenti scambiati in vista della traduzione reciproca, Fortini ed Enzensberger accompagnano una serie di riflessioni sulla metrica, sulle sorti delle due Germanie, sull’industria culturale degli anni Sessanta e su Brecht, l’autore che del loro dialogo rappresenta una fondamentale premessa. Le lettere che compongono il carteggio, conservate presso l’Archivio Fortini dell’Università di Siena, sono presentate in ordine cronologico, annotate e affiancate dalla traduzione dei testi in lingua].

 

Milano, 6 luglio 1961

Caro Enzensberger,

Scusi il ritardo di questa mia risposta. Non sono stato bene di salute. Di nuovo. Ora va meglio. Devo però riposarmi; e invece ho tanto da fare. Quello che lei mi dice mi trova d’accordo. Sono, siamo già immersi nella traduzione delle sue poesie. E le manderò presto un primo elenco di “pezzi” scelti, anche se fin d’ora posso dirle che di massima coincidono con quelli da lei indicati.
Il problema della traduzione di quei versi miei che hanno misura tradizionale non è, lo so, cosa semplice. Da noi, la situazione metrica è assai diversa che da voi e si offrono tutte le possibilità, dall’impiego “serio” dei metri regolari, a quello allusivo-citazionistico a quello ironico. Anche il metro libero non è mai, in verità, tale (ho scritto due saggi su questo argomento (1)). Penso che sia possibile però tradurre in forma libera le mie forme chiuse, considerando il modo di mantenere una certa drammaticità interna, o per meglio dire, il passaggio dalla dizione “prosastica” (il dimesso) al tono “retorico”, “insigne”, “aulico” e viceversa. Tutto il mio lavoro è nel senso di questo doppio moto: per intendersi “Il ladro di ciliegie” di Brecht e anche “An die Nachgeborenen”. Vorrei lei potesse vedere tutte le nuove poesie, quelle degli ultimi due-tre anni, che sto ordinando e raccogliendo: ce e sono 15/20 che si intitolano “Traducendo Brecht” che sono tutte costruite secondo le forme da me impiegate per tradurre Brecht, il Brecht cold e “cinese”, non quello dei songs e delle ballate; e ce n’è un’altra ventina invece, di forme tendenzialmente più chiuse – queste ultime sono però le migliori. Chi le ha lette, dice che c’è un forte stacco, anche rispetto alle ultime di “Poesia e Errore”.
Mascolo e Vittorini mi han parlato del progetto di rivista internazionale e mi sono state passate, a più riprese, copie degli scritti preparatori (Blanchot, Mascolo, Vittorini e lei stesso)(2). Ne ho parlato a lungo con Elio e sto elaborando alcune osservazioni, che le farò avere. Ho l’impressione che il suo intervento rifletta molto bene esigenze specifiche della attuale società tedesca (come il bisogno di “recensione perpetua” e la “ posizione di Piazza Potsdam”) che non hanno riscontro, però, con la nostra situazione (da noi, talune pubblicazioni hanno svolto quella funzione di “recensione critica del reale” e bisogna andar oltre); così come ho l’impressione che la nozione di “scrittura” (fondamentale per l’iniziativa) debba meno fondarsi su di una convenzione di gusto e più, come Vittorini mi pare aver inteso, sull’idea di una funzione specifica della “scrittura letteraria” in un universo culturale di “specialità” e “linguaggi specialistici” (fra i quali c’è ormai il linguaggio specialistico dei romanzieri e dei poeti…). Ma ad altra occasione. Fino a fine agosto sono a Fiumaretta di Bocca di Magra, Ameglia, provincia di La Spezia.
Mi scriva, caro Enzensberger, o venga,

Suo

Franco Fortini

 

 

Tjøme, Norvegia, 1 gennaio 1962

Caro Franco Fortini,

Finalmente posso inviarle i primi dieci brouillons. La prego di dirmi che ne pensa e cosa si può far meglio. Il computo esatto delle sue sillabe mi ha talvolta dato del filo da torcere; non riesco proprio a capire (in tedesco) cosa sia un endecasillabo. Riprodurlo sarebbe stato un esercizio formale inutile, uno stupido gioco numerico: credo che ciò abbia a che fare con tutti i pesanti volumi che ho letto sull’argomento. Però li ho dimenticati.
Un’altra cosa che mi preoccupa è la mia conoscenza della sua tradizione, che è insufficiente.
Non soltanto lei è un uomo istruito, ma anche un poeta istruito. Non lo dico tanto per dire; posso immaginare quali chances offra la sua poetica e quanto queste chances si facciano pagar caro. 
Quest’aura si dissipa in fretta: temo di non riuscire a trasporre il modo in cui lei sfrutta e rovescia la tradizione, la sua dialettica (non di contenuto, ma tra lessico e intonazione). Le sue note sono utilissime; ma mi avvilisce pensare all’immenso lavoro che le hanno richiesto.
Le sue nuove poesie mi piacciono molto: sono per me le più accessibili, perché conosco le esperienze dalle quali scaturiscono (1937: avevo otto anni quando lei scriveva il suo primo testo!).
La ringrazio per le cinque “Traduzioni da Enzensberger” che mi ha inviato. Caro Fortini, io la eleggo mio traduttore ideale. La sua attenzione e la sua prudenza mi lasciano esterrefatto. Basta così, non dilunghiamoci sui nostri meriti: le allego soltanto una pagina di chiarimenti, ne faccia quello che vuole. Aggiungo anche un paio di nuove poesie, inedite.
Stiamo bene («per fortuna abbiamo una villetta | sull’isola di Tomi…» (3)). Lavoro molto: una raccolta di miei saggi dovrebbe uscire in primavera (4). Ma è in gran parte lavoro quotidiano di scrittura. M’importa poco se il mio contributo sarà duraturo o effimero, del resto non è possibile deciderlo. Sto cercando, per il prossimo aprile, di organizzare un viaggio in Italia. Le biblioteche tedesche di Milano, Roma, Trieste etc. mi hanno invitato a leggere. Stavo per accettare perché vorrei incontrarla. Ma lo scandalo Johnson (di certo ne avrà sentito parlare!) mi ha fatto cambiare idea (5). Queste biblioteche sono istituti ufficiali della Bundesrepublik: non si può mai essere abbastanza cauti. Vuol darmi un’opinione su quella di Milano? Chi la frequenta? Qual è la sua reputazione?
Le nostre sono piccole preoccupazioni. Sono un lusso, le piccole preoccupazioni, mi dico alle volte. Mi scriva, stia bene. Lei, sua moglie e la piccola Livia.

Suo,

H. M. Enzensberger.

 

 

[senza data (6)]

Caro Enzensberger,

Da moltissimo tempo le dovevo questa lettera: ma l’annata che ho alle spalle è stata troppo brutta, non avevo da raccontarle che lamenti. Di lei so che lavora, leggo del successo del suo libro di poesie e di quello di saggi. Quelle le ho lette ed è lungo, emozionato discorso che dovrei farle; questo, Ruth se lo è letto tutto e ne discorriamo spesso insieme. È molto interessante quel che è accaduto al suo libro di versi da me tradotto: dapprima s’è avuto l’impressione cadesse nel silenzio, si sentivano anche giudizi malevoli. Poi sono venute le riviste giovanili ed anche i giornali, direi con posizioni abbastanza comprensive ed intelligenti. Tra l’altro m’ha fatto piacere leggere su di una rivista di giovani (bravi) di Venezia, dal titolo «Angelus Novus» uno scritto del germanista P. 
Chiarini che, nella sostanza, riprende la formula critica che avevo impiegato nel «L’Europa letteraria». La canagliata del gruppetto feltrinelliano ai miei danni ha avuto vari seguiti, che non sto a dirle. Ho rotto ogni rapporto con Feltrinelli. Tale Cacciapaglia, su di una pubblicazione, anch’essa veneziana («La Città») mi ha accusato di errori (due o tre veri errori; e due o tre refusi), ma soprattutto di aver voluto attenuare la carica “rivoltosa” di H. M. E. Ne è seguito uno scambio di lettere. Poi ho saputo che quel tale doveva pubblicare una decina di traduzioni di sue poesie, ma era stato prevenuto dalla pubblicazione di Feltrinelli. Exit. In genere, la traduzione ha riscosso giudizi molto positivi.
Sono totalmente estraneo a qualsiasi gruppo letterario; a dire la verità anche a qualsiasi gruppo politico. L’unico lavoro che sono riuscito a fare è un lungo saggio che riprende (ed esaspera) il problema (storico) dei rapporti fra poesia e rivoluzione, portando innanzi certi vecchi temi (7). Sono molto pessimista sul presente italiano (ed europeo); spero nessuno si faccia illusioni, essi hanno vinto, in URSS come a Parigi, ma neppure come Schaum: come puro nulla,

«Ein Hauch um Nichts» (8)

come diceva il R. M. R. hanno vinto in Africa, di sicuro. Per quanti errori commettano i cinesi, mi pare certo che gli ultimi cinque anni di Krusciov hanno veduto metà del mondo al niente postkennediano, alla collaborazione di classe più schifosa, al Papa-in-India-Per-L’Unione-degliSpirituali… In tutto questo, la responsabilità nostra, cioè di intellettuali europei, è abbastanza grave: abbiamo trascorso gli ultimi dieci anni a parlare di cose che oggi risultano non essenziali: come Berlino, Algeria, Spagna, libertà degli scrittori… Mi scusi, Enzensberger, se mi permetto di rivolgerle una critica, ma è un’autocritica: il suo discorso di Darmstadt è forse ancora necessario, ma certo è su di una linea arretrata, rispetto a quel che dovremmo dibattere e dire.
Risultato: isolato. Benissimo. Il mio caro amico Raniero Panzieri, cacciato come me e come Renato Solmi da Einaudi (con Einaudi ho avuto uno straordinario incontro-chiarimento, questa estate (9)) è morto due mesi fa, a 45 anni(10), di colpo; stroncato anche dalla miseria (vera), dagli avvilimenti, dalla calunnia, insomma dalla FIAT e dal PCI. Lo abbiamo seppellito senza bandiere né discorsi, con un panno rosso e basta. Era un rivoluzionario vero, di quelli che si crede esistano solo nella memorialistica.
Finisco il mio libro per Mondadori. Scrivo qualche verso (pochissimo) e traduco (molto).
Goethe, non rida. Si tenga alla sedia: “Lehrjahre” (già tradotta a metà) e “Faust”. Ho intorno a me solo Goethe, Goethe e Goethe; da far venir la nausea. Non sono né pazzo né irresponsabile.
Naturalmente di questo non si vive. Quindi dal I ottobre faccio ogni giorno da due a tre ore di viaggio a.r. per recarmi a Lecco dove, in una scuola media, insegno a ragazzi fra i 16 e i 18 anni; lettere italiane e storia. Sono sfinito per il resto della giornata. Non potrà durare. Ma rifiuto le offerte di lavoro nel campo pubblicitario. In quello editoriale, finora, solo Laterza mi cerca. Gliene parlerò più sotto. Non senza orgoglio, lei mi capisce, vivo questo “declassamento”. Mi sfogo con epigrammi:

Ah infelicità! trionfano i Calvini con i loro peluti e nocchiuti cazzini e la liscia prosetta spiritata da spia.

(“Cazzini” è un raro diminutivo plurale non vorrei le sfuggisse) O con ritratti:

“Elio” dissi, “come stai?”. Mi guardò spaventato.
Aveva in mano le chiavi della “Giulia”.
Forse non mi riconosceva, per la bruma delle sette.

O forse ero davvero mutato come un morto.
Mi abbracciò affettuoso, come pungevano i suoi baffi.
Ma strinse l’aria. “perché non ti fai mai vedere?”

Disse, tremando e fingendo di nulla.

(La “Giulia” sa benissimo, vero? È un recente modello di Alfa)

Se poi vuol capire come vanno le cose qui, guardi il Vangelo di Pasolini, applaudito da
comunisti e da vescovi, fischiato solo da fascisti…
In breve: la prego di darmi sue notizie. Due cortesie da chiederle:

(1) I giovani di «Angelus Novus» chiedono di poter pubblicare la traduzione di “Aporie della avanguardia”. Feltrinelli non fa difficoltà, ma vogliono essere autorizzati da lei. Consiglio di sì; c’è lì un giovane, Cacciari, studioso di estetica hegeliana, serio e bravo (11).

(2) Debbo accettare una consulenza editoriale per Laterza, glorioso, vecchio, in via di rinnovamento. Dovrei da Milano, guardare che cosa sfugge ai tre maggiori (Einaudi, Feltrinelli, Mondadori) nel campo di una seria saggistica letteraria-critica, storia della cultura, storia politica; nonché in quello di libri-pamphlets, leggeri e aguzzi, particolarmente stimolanti. Le chiedo, se può farlo, di aiutarmi, consigliandomi. Le dico francamente: conto sul suo giudizio e sul suo aiuto. Se non può, me lo dica.

Non sono amareggiato quanto sembra; ossia non lo sono al punto da non sapere che – nonostante tutto – la vita è bella. Mi cadono alcuni denti, la sera carico la sveglia per alzarmi, Ruth è brava, mia figlia cresce ancora relativamente ignara, il resto vi è noto. Siete nella vostra isola? O in Germania?
Credete alla mia amicizia e al rispetto del vostro.

Franco Fortini

 

NOTE

(1) Si tratta di “Metrica e Libertà”, uscito nel 1957 su «Ragionamenti» e ora in “Saggi ed epigrammi”, pp. 783-798; e “Verso libero e metrica nuova”, pubblicato l’anno seguente su «Officina» e anch’esso raccolto in Saggi ed epigrammi, pp. 799-808.

(2) Si tratta di «Gulliver», titolo provvisorio della rivista internazionale franco-italo-tedesca nata da un’idea di Maurice Blanchot. Nel 1961 un gruppo di scrittori francesi (tra questi vi sono Maurice Blanchot, Robert-Louis Antelme, Michel Butor, Marguerite Duras, René des Forêts, Michel Leiris e Maurice Nadeau) si riunisce per discutere della creazione di una rivista europea di critica letteraria e politica. Sul fronte italiano aderiscono all’iniziativa Vittorini, Calvino, Leonetti e Masolo, meno attivamente, Fortini. Tra i tedeschi sono invece Ingeborg Bachmann, Günter Grass, Uwe Johnson e Martin Walser. Gli editori che appoggiano l’iniziativa sono Julliard (poi sostituita da Gallimard) per la Francia, Suhrkamp per la Germania e Einaudi per l’Italia. Tra 1961 e 1963 una ricca corrispondenza e un paio di riunioni tra i partecipanti permettono di stabilire i dettagli del progetto: trimestrale, la rivista sarà pubblicata in tre edizioni tradotte nei tre paesi. Si tratterà di un esperimento di letteratura transnazionale, che nell’ottica di Blanchot dovrebbe condurre alla formazione di quella «communauté inavouable» di cui egli farà il ritratto nel saggio omonimo del 1983. Malgrado gli sforzi, «Gulliver» non sarà mai pubblicata: la morte di Vittorini, i costi editoriali imponenti e alcuni screzi tra le parti segnano il fallimento del progetto. Alcuni dei testi raccolti compariranno sul «Menabò» 9, nel 1966.

(3) Cfr. la poesia di Fortini “Weltgeschichtlich”, dove si legge «[…] Era | difficilissimo, vivere. Noi, | per fortuna, avevamo una villetta | a Cavi di Lavagna; ed i decenni | passano in fretta».

(4) La raccolta di saggi Einzelheiten è pubblicata nel 1965 da Feltrinelli con il titolo “Questioni di dettaglio”.

(5) Nel novembre 1961, all’uscita in Italia di “Mutmaßungen über Jakob” (Considerazioni su Jakob), l’editore Giangiacomo Feltrinelli invita Johnson a parlare di fronte a un pubblico di giornalisti. Fuoriuscito dalla DDR da ormai due anni, ci si attende da lui che faccia alcuni commenti sul muro di Berlino, eretto da pochi mesi. Johnson, che si trova in Italia grazie a una borsa offertagli dalla Bundesrepublik, accetta. Durante l’incontro, le critiche tanto attese non arrivano: Johnson ritiene che la decisione politica della Germania Est sia coerente, se non addirittura comprensibile. Di fronte a una simile affermazione alcuni intellettuali della Germania Ovest, tra cui Hermann Kesten e Heinrich von Brentano lo accusano pubblicamente di tradimento. Il finanziamento viene interrotto ed egli è costretto a lasciare l’Italia (Cfr. Gary Lee Baker, “Understanding Uwe Johnson”, University of South Carolina Press, Columbia, 1999, p. 3).

(6) Dall’allusione alla morte di Raniero Panzieri, avvenuta nell’ottobre 1964, possiamo supporre che la lettera di Fortini sia stata scritta alla fine dello stesso anno.

(7) Fortini si riferisce probabilmente a Al di là del mandato sociale, pubblicato in “Verifica dei poteri”, cit., pp. 168-186.

(8) «Un respiro al nulla». Rainer Maria Rilke, “Sonette an Orpheus”, III (Ein Gott vermags. Wie aber, sag mir, soll…), in “Sämtliche Werke”, Insel Verlag, Frankfurt a. M. 1988, I, p. 703.

(9) Nel 1963 Solmi e Panzieri propongono a Einaudi di pubblicare “L’immigrazione meridionale a Torino” di Goffredo Fofi. Rifiutato il saggio, Giulio Einaudi accuserà entrambi di sfruttare il proprio ruolo nella casa editrice per portare avanti la loro personale lotta politica: dopo un’accesa polemica che vede schierarsi Calvino, Bollati e Einaudi da un lato, Solmi e Panzieri dall’altro, Solmi e Panzieri vengono licenziati. Con questi ultimi Fortini – il cui rapporto con Einaudi si è fatto più critico negli ultimi anni, anche a causa delle scarse responsabilità che gli sono state affidate in quanto consulente –, condivide l’esigenza di sfruttare la fase di riorientamento della casa editrice in seguito alla rottura con il Pci per «sollecitare l’affermarsi di una nuova cultura, al di fuori, se non contro, quella dei partiti storici della sinistra» (Luisa Mangoni, “Pensare i libri. La casa editrice Einaudi dagli anni Trenta agli anni Sessanta”, Bollati Boringhieri, Torino 1999, p. 883). Il caso «Fofi» gli fornisce dunque un’ulteriore ragione per chiudere con Einaudi, con il quale riallaccerà i contatti solo nell’estate dello stesso anno. Per la vicenda, si rimanda a L. Baranelli, “Raniero Panzieri e la casa editrice Einaudi. Lettere e documenti 1959-1963”, «Linea d’ombra», novembre 1985, e Id., “Disavventure di immigrati a Torino. Un caso editoriale degli anni ’60”, «Lo straniero», 6, primavera 1999.

(10) Panzieri era nato nel febbraio del 1921; alla sua morte aveva dunque non 45 ma 43 anni.

(11) «Angelus Novus» (1964-1971) era la rivista di estetica di Massimo Cacciari e Cesare De Michelis. Nel n. 2 pubblicò il saggio di Enzensberger “Le aporie dell’avanguardia”, seguito da una “Postilla ad Enzensberger” di C. De Michelis.


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