Conversazione inedita con Dario Bellezza

Roma, 1977

D. B. Vedi, una primizia: La Storia in francese e vedi il risvolto… Queste poesie della Morante, Alibi, non le ho mai viste… Adesso te le cerco, te le faccio vedere… Chi è? Ah, ciao Luca. Ieri sera non sono venuto perché stavo male. La mattina poi adesso, sai, mi alzo con un mal di cuore… devo andare dal cardiologo. Credo che sia un fatto nervoso, ho preso due pasticche… lentamente mi è passato, ma ho paura che mi si spezzi il cuore, non credi? No, il cuore mi pare che batte regolarmente, ma ho un peso, un mattone sul cuore: che cos’è?… Ma è pericoloso? Come si fa a stabilire se ho l’angina? Con l’elettrocardiogramma? Ma io penso che è un fatto nervoso: certe mattine ce l’ho, altre no; e poi ci penso a questo peso e allora mi aumenta, è legato alla depressione. Questa medicina è innocua? Poi da un po’ di giorni ho anche la colite… è un fatto nervoso… mi sento vittima di me stesso. Ciao Luca, ci vediamo.
Che mi devi chiedere?

G.S. Ma siamo qui…

No, non facciamo salotto… ma stai già registrando? da quando? che vipera, ma che vuoi fare? vuoi rovinarmi? vuoi farmi un ritratto in piedi, anzi seduto…

Perché, ti senti seduto?

No, pensavo al Ritratto in piedi di Gianna Manzini; e poi io vorrei apparire al massimo e sembrerà il minimo…

Ma sarai sempre il massimo…

Di chi? Di Renzo Paris?

Ti confronti con i tuoi coetanei?

No, io non mi confronto con nessuno, solo con i morti perché sono gli unici che mi consolano e mi consentono di scrivere, perché ogni volta che penso ad un vivente sono spinto da un irresistibile desiderio di suicidarmi… non si può sperare di stare in compagnia di certi contemporanei perché mi sembrano atroci e volgari; forse apparirò anch’io così a loro, però, insomma, un po’ di grandezza!

Ieri mi dicevi al telefono che ti sentivi Baudelaire redivivo… ci sarà la metempsicosi?

Ma io lo dicevo con ironia per prenderti in giro…

Ah, sì? E perché no?

Ti ringrazio… sento che sarà la mia ultima intervista, sento il cuore…

Be’, sarebbe un colpo…

Già, ma chissà, non è che ho un grandissimo corso nel mondo letterario… ho mal di testa… questa angina pectoris è atroce.

Ma ce l’hai sempre?

No, se la notte non mi sveglio, no… sono spaventato, non dalla gente, da me stesso, dalla mia incapacità di reagire, dal fatto che mi sento solo, che vorrei cambiare vita…

Ma non hai molti amici?

No, nessuno; ho amici telefonici, e poi nel mondo letterario ho solo nemici…

È già qualcosa, forse…

Ogni scrittore che mi viene presentato so che diventa un mio nemico: per esempio so che il giovane Scartaghiande sarebbe diventato un mio nemico, non gli ho fatto niente, chissà, forse per rivalità; infatti mi imita un po’, vero?

Li hai mai visti questi fumetti pornografici di omosessuali? Ma che vuoi fare? La seduta dallo psicanalista? Vuoi che faccio associazioni volontarie o involontarie? Sulla vita o sulla letteratura?

Ma, non è la stessa cosa, alla fine?

Qualcuno lo dice, ma io credo che una cosa sia scrivere, un’altra vivere, non riesco a fare le due cose contemporaneamente.

I tuoi romanzi non raccontano le cose che hai vissuto, Campo dei Fiori, gli amici omosessuali, una vita bohèmienne come può esserlo negli anni Settanta?

Rinnego quello che ho scritto finora, tranne alcune poesie, tutto quello che ho scritto mi sembra orrendo. Quell’eccesso di vitalità non lo sento più… e poi non so parlare di me… non parlo mai di me.

E nei tuoi romanzi, nelle tue poesie non parli sempre e solo di te?

Scrivi questo: sono davvero esterrefatto dalla vita, ho paura di tutto, credo che farò una brutta fine, non perché ho paura di venire ammazzato, ma perché non posso più entrare in un luogo chiuso, tutto mi sembra orrendo, forse solo la natura… dovrei trasformarmi in uno scrittore bucolico, arcadico, ho sbagliato tutto… non mi interessano più gli umani, le psicologie. Forse perché sto diventando maturo, non mi interessano più le psicologie, le complicazioni, gli aspetti dell’umanità, le loro complicazioni… Vorrei dedicarmi ad un albero, un fiume, scrivere dei sonetti, cose perfette, senza sbavature, strette nella forma, mi interessa la forma, non la vita.

Ti considerano un vitalista…

Ognuno subisce parecchi torti, il mio è quello di essere frainteso; e comunque quando leggerai il mio prossimo, e ultimo, e definitivo romanzo che sto per dare al mondo capirai.

Perché? Cos’è?

È un oracolo. È la storia di un assassino, che per non assassinare se stesso, cioè per non suicidarsi, assassina un altro, la persona che gli sta accanto. E poi è la morte della scrittura, della mia scrittura.

Nel senso che non scrivi più?

Ho portato alla dissoluzione quelle mie poche capacità stilistiche che avevo utilizzato prima.

Ti senti morto come autore?

No, come persona umana, vittima della società italiana.

Non ti rimane che scomparire dal mondo…

Lo farò, penso che gli altri non mi meritino.

Allora li punirai.

No, la mia vendetta sarà l’indifferenza assoluta, se sopravviverò. Credo che scrivere non è un mestiere; non potrei fare come Cassola, Manganelli, che scrivono sempre, a ripetizione. Voglio che la mia vita prenda altre forme. Per questo non posso fare come i professori che scrivono, perché non sono capaci di uscire da se stessi.

E tu cosa vorresti fare?

Morire, oppure mettermi a fare il mercante di schiavi, il tenutario di un bordello, oppure iscrivermi al partito, scrivere per commissione. Siccome oggi è solo il partito che potrebbe darmi una committenza come facevano i principi nel Cinquecento, potrei fare una berlinguereide, così a freddo; quello che vuole la società: poeta di corte, poeta giullare, servo dei potenti; quando è tutto finito, non c’è la giovinezza, non c’è l’amore, non c’è la vita, non c’è più niente, accetta il duro destino.

Cioè l’integrazione?

Sì, la morte, la morte civile.

Ma se diventi il vate civile?

Proprio per questo: il successo uccide. Tutti i tromboni sono morti.

Tu il successo l’hai avuto presto…

È per questo che sono già in via di estinzione… Che successo ho avuto? Quello di morire di fame? Quello di essere additato a pubblica vergogna? Poi ricevo telefonate anonime; qualche giorno fa sono venuti dei ragazzi a dare calci alla porta, a minacciarmi. Infatti viaggio molto adesso, vorrei partire per sempre.

Vorresti lasciare Roma? La Roma dei tuoi romanzi?

Proprio per questo, Roma la vedo come l’inferno, voglio dimenticarmi quello che ho detto, che ho fatto. Credo che per me ci vuole un necessario, urgente bisogno di silenzio; per me la parola ha esaurito ogni belluria, ogni significato. Vorrei vivere in paesi dove parlano lingue che non capisco, essere ignaro, perdermi in questo flusso verbale incomprensibile… devo uscire da questa dimensione in cui sono caduto, di assoluto artificio: vivo in una dimensione artificiale. Sono finto, melodrammatico, il recupero dell’autenticità a Roma non lo posso fare… naturalmente sto parlando solo di problemi esistenziali che sono gli unici che mi interessano in questo momento. Potrei smettere di scrivere in qualsiasi momento, lo faccio solo per bieche ragioni di guadagno, e non ho paura di dirlo. Forse molti della mia generazione sono ancora alla ricerca di un editore, ma io non mi considero di nessuna generazione, tanto meno della mia generazione: mi considero vecchissimo.

Ci sono molti poeti giovani che attentano ai primati…

Ma io credo che pochissimi siano poeti; in un secolo, poi, credo che di poeti ne nascano tre o quattro al massimo, anche se nelle antologie scolastiche ne entrano una cinquantina. Cordelli ha commesso l’errore di dare identità a persone che non ne avevano e che perderanno dieci anni della propria vita dietro a questo… e quando si sveglieranno uccideranno Cordelli.

Parlami delle donne della tua vita.

Forse perché ne ho avute tante, cioè poche, è facile parlare. Che posso dire? Ho paura delle donne. Penso che siano dei diavoli, che siano astute e menzognere. Penso che il femminismo ha dato loro una garanzia, una assicurazione, una falsa identità che fa perdere loro tempo in problemi di massa invece di impegnarsi in ricerche individuali.

Ma io volevo che parlassi delle tue donne.

Le mie donne sono quelle che hanno rifiutato il codice piccolo-borghese del femminismo; hanno scelto la deriva, non sono strette in un’idea borghese della vita. Essere borghesi è il massimo dell’orrore, dell’osceno. La Ginsburg per esempio, è una borghese. Ma sai, sono domande private… cosa vuoi sapere? Le mie donne: sembra il titolo di un romanzo. La mia prima donna è la letteratura che si allarga e diventa poesia, saggistica, e poi la vita. Non voglio parlare di queste donne perché ho sempre fatto molta pubblicità a loro, e nessuna a me. Ormai siamo separati per sempre, non ho rimpianti, né nostalgie; solo indifferenza; e con questo romanzo le ho esorcizzate, ho esorcizzato il mostro che è la donna. Bussano… Aspettano l’assassino, e invece arriva un cane che dice di essere la voce del regno di Dio, meno male qualcuno che porta la buona novella.

Insomma non vuoi parlare delle tue donne, vuoi parlare solo di te…

Per la donna è il male, il vuoto, però penso anche l’uomo ha contrabbandato tutto, ha fatto tutto, e invece le donne faranno, andiamo verso una società dominata dalle donne. Per questo io che sento una vocazione al rogo, alla santità, so che il rogo potrà essere acceso solo da un’enorme massa di femministe che fanno fare al poeta la fine di Giordano Bruno. È una morte bellissima, un’estasi…

Essere incendiato dalle donne ti piace… ti hanno insegnato di più gli uomini, o le donne?

Mia nonna, soprattutto; gli uomini non mi hanno insegnato niente. Io vivo in una dimensione materna, non cresco, non sono uno che cresce, diventa adulto, non cresco alla virilità.

E Pasolini? Non è stato un “padre”?

Pasolini mi ha influenzato meno di quanto gli altri pensano o io faccio credere. C’è stata un’identificazione di carattere letterario, quand’ero ragazzo. Poi quando l’ho conosciuto… e poi lui non voleva essere un padre, anzi voleva essere figlio, perché lo invecchiava. E infatti la polemica con gli studenti del ’68 nasce proprio dal fatto che non voleva sentirsi padre: e allora li attaccava da fratelli maggiori e non da figli.

E Penna?

Penna è un grande poeta, ma non poteva certo essere un “padre”. Se non intendi una paternità in senso psicologico, ma culturale, allora potrei dirti che i miei padri sono stati Stendhal, Leopardi, Proust, Mozart, moltissimo Mozart; gli altri musicisti, Schubert, Beethoven, Verdi, Brahms, Bach, ma il piacere di sentirli è annullato dalla voglia di sentire Mozart.

In quel tuo ricordo di Pasolini e Penna su “Nuovi Argomenti”, viene un po’ fuori una maggiore vicinanza a Penna piuttosto che a Pasolini, questo vetrificare la vita invece che metterla continuamente a repentaglio come faceva vitalisticamente Pasolini…

Ma io mi sono molto mimetizzato per scriverlo. E comunque io sono tentato sempre tra queste due anime: il sacerdozio della poesia, il sacrificio di ogni altra cosa come hanno fatto Penna e altri poeti del Novecento, Saba, Ungaretti, oppure questa prolificazione di gesti, questo manierismo pasoliniano per cui si fanno tante cose, come faceva Cocteau, che manifesta grande vitalità senza fare le cose però allo stesso livello. Sono atteggiamenti letterari diversi; e oggi tutti vogliono fare la poesia, il romanzo, il saggio, il professore, la regia, nessuno ha più la pazienza di sacrificare una vita.

Ma non è un’idea antica di artista… in America sarebbe un sopravvissuto…

Ma forse tu vedi l’aspetto folkloristico; quello che conta è il libro, il Libro; in queste interviste vuoi dare importanza al privato, ma tutto questo calderone esistenziale va in un altro luogo, si purifica, si trasforma.

Quindi gli scrittori non hanno privato…

No, gli si fa un torto quando gliene si attribuisce uno, perché è casuale; se non fosse casuale sarebbe tristissimo per lo scrittore. Se non è casuale che io sto qui, allora sarei queste cose e non gli incidenti della vita che mi hanno spinto in questo luogo.

Insomma vai verso la rarefazione…

Ma sì, anche perché penso che tutti scrivano lo stesso libro, magari con una struttura diversa, ma sempre lo stesso desiderio: un banale desiderio per me quello della morte, del cupio dissolvi… non è romantico, antico, è molto legato all’era atomica: è il mondo che vuole morire, io introietto i valori che mi dà il mondo dell’era atomica. E dei campi di concentramento, questi assoluti negativi. Ogni atto, gesto che compio su me stesso io vedo il campo di concentramento che c’è non perché qualcuno ci porta ma perché ci siamo già. Noi siamo tutti in un ghetto, le femministe in un ghetto, gli uomini, gli scrittori nel ghetto, i poeti non ne parliamo, se un poeta è omosessuale o femminista, allora siamo nel ghetto del ghetto, siamo nella follia che per me poi non esiste.

Non esiste la follia?

No, è una richiesta d’amore in un linguaggio indecifrabile.

Come passi le tue giornate?

Le passo aspettando qualcuno che mi visiti, che poi è sempre la persona sbagliata. Poi le passo non passandole, non sento il tempo che passa, purtroppo, il tempo non esiste, non l’ho detto io; vivo in una dimensione dove non c’è spazio o tempo per cui è un eterno presente; tutto si ripete ossessivamente, è la coazione a ripetere sempre allo stesso modo. Per questo basterebbe vivere un giorno solo e capisco dunque quegli scrittori che rappresentano il giorno; è il quotidiano quello che trionfa nella giornata, però non riesco a vivere nel quotidiano perché sono nevrotico, quindi lo rimuovo. E infatti anche nei miei scritti non c’è il quotidiano, è fuggito via urlando; ma i critici non l’hanno capito. Intendiamoci, i critici non capiscono mai; scrivo un libro per chi? Io non scrivo per qualche critico. Mi piacerebbe avere un grosso successo commerciale, pensa che volgarità, per fare strippare i miei nemici: pensa, ci sarebbero suicidi a catena.

Ti annoi mai?

Sempre.

E di te stesso?

Sì, anche, mi trovo molto noioso.

Non trovi mai niente di divertente?

La vita mi è piaciuta finché sono stato timido.

Fino a quando sei stato timido?

Fino a tre o quattro anni fa.

Cosa ha mandato via la timidezza?

La morte, l’idea della morte, la solitudine.

Prima non ce l’avevi?

No, perché ero giovane. Secondo me questo libro sarà un ritratto di nevrosi.

Forse è già una tautologia dire degli scrittori che sono nevrotici. Tu non pensi di essere nevrotico?

Sì, ma mi angoscia solo per il fatto di avere disturbi psicosomatici, angina, coliti, mal di testa, tutte cose che testimoniano che il mio corpo non funziona bene.

Non sei mai felice?

No, non so cos’è la felicità; non sono mai stato felice.

Stai come al solito recitando…

Ti è venuto questo dubbio? Ma anche la recita è un fatto nevrotico, un sintomo. Io sono la mia recita, è un processo verbale.

Insomma non ci sei più, sei scomparso, dove sei finito?

Io sono il mio linguaggio.

Cioè esisti solo quando scrivi.

No, è il nominalismo, il non rapporto con il reale, la chiusura con il mondo; un giorno ho chiuso tutte le porte.

Allora parli solo con te…

No, non significa questo: è un monologo esteriorizzato. Dal sociale mi ritiro umiliato e offeso; non sono certo come gli scrittori degli anni Cinquanta, quella categoria che io detesto, che sentivano il bisogno di intervenire nel reale: il reale si giustifica da sé, e quindi stia lì, con i suoi messaggi: la Ortese per esempio si serve del reale. Io potrei fare delle dichiarazioni sul sociale, ma farei finta di occuparmene come fanno altri, compresi i politici.

Cos’è per te parlare di Campo dei Fiori, di Piazza Navona, degli omosessuali, non è una realtà ritagliata, precisa?

Questa è la forma, i volgari, rozzi, detestabili, contenuti. Li ho appresi e tra l’altro, come ti ho detto, rinnego quei libri. La caratteristica principale di uno scrittore dovrebbe essere la rarefazione, che non è una specie di classicismo, restituire la scrittura alla sua dimensione che non è quella della realtà; mescolarle, come ho fatto io, è una specie di precocità adolescenziale.

Insomma i tuoi romanzi erano mimetici…

Lettera da Sodoma è assolutamente inventato, attraverso una chiacchiera che ha dei riferimenti ma non è assolutamente mimetica, è solo inventata. C’era una forza che diventava espressionistica. Il carnefice è invece un passo indietro, quello sì mimetico perché lirico, sostanzialmente fallito: l’ho scritto del resto per problemi economici: Garzanti mi avrebbe fatto un contratto solo con questo manoscritto. Forse mi ribello alla mia immagine pubblica…

Sei stato considerato un poeta omosessuale…

Ma perché? Io non mi considero uno scrittore omosessuale solo perché uso l’omosessualità: uno è scrittore e basta. Poi le critiche sono state le più spaventose; io ho sempre privilegiato il progetto. Con Lettere da Sodoma avevo pensato a un ricalco ironico, un pastiche delle Ultime lettere di Jacopo Ortis, parodiandolo e mettendo in risalto tutto il melò della piccola borghesia italiana. Un mio primo romanzo mai pubblicato, La rapida ira, era un pastiche gaddiano, poi ho cercato di semplificare il mio stile. Non so, perché poi sono portato a darmi addosso, ma so non rispettare la verità, magari potresti dirmi perché è la menzogna. Ma è il vero che bisogna sentire, non il bello: sono vecchie categorie.

Vuoi fare proprio l’attore.

No, solo lo scrittore e dimostrare al mondo di essere l’ultimo a praticare questo sacerdozio. Per questo sono in polemica con tutta questa marmaglia di gente, penso che non siano scrittori, non ne hanno la struttura, l’abito.

Ti consideri un poeta o un romanziere?

Uno scrittore e basta, poeta non significa niente; alle gazzette poi ci si vende. Comunque penso che il mio libro migliore è quest’ultimo, che è una sintesi di prosa e versi, una summa.

E dopo che ci sarà?

Dopo un progetto molto ambizioso di scrivere un romanzo sul potere, su tutti i poteri, contro il potere.

Scrivi sempre, ogni giorno?

Vorrei scrivere cinque, sei ore al giorno, ma il cervello si frantuma, al massimo un’ora, sempre tranne quando viaggio.

Com’è che non stai ricevendo telefonate?

È la dimostrazione che non ho più amici.  È la condizione ideale per scrivere.

Non fai pettegolezzi, come al solito, la cosa mi stupisce…

Parlare di me mi sembra più interessante, poi sono spariti tutti… non c’è più nessuno… sono stanco… ho mal di testa.

***

NOTA: L’intervista inedita di Gabriella Sica a Dario Bellezza (1977) uscirà nel numero 34 di “Poeti e poesia”, a cura di Elio Pecora. Ringraziamo per la concessione dell’anteprima. La foto, di Giorgio Piredda, ritrae Dario Bellezza e Gabriella Sica nel 1977; segue la riproduzione di una pagina del dattiloscritto originale.

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).

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