Ciò che il mondo separa

da | Giu 22, 2021

Cinque poesie in anteprima da “Ciò che il mondo separa” di Francesca Matteoni, collana “Le Ali” a cura di Fabio Pusterla, Marcos y Marcos, 2021.

 

la strega parla

Vinco il tempo nel mio spazio.
Lo creo solido e verticale.
Un telo di lamiera di traverso
al cielo.
Polvere dove era il sangue
polvere a compattare il male.
Chiudo una ciocca nel pugno –
nessun liquido, nessun sudore.
Io dico parole.
Purezza, perfezione.
Io ti dico chiudi l’orecchio
a ogni altro suono
chiudi il tuo corpo
nella mia mano.
Chiudi le cosce, le braccia
lascia salire alle tempie le spire
del mio volere.

Crescere è sempre tradire.

 

*

Higgiugiuk la lappone

Il cane chiese che quando diventa vecchio bisogna impiccarlo: non deve essere ucciso in altro modo. E bisogna impiccarlo con una fune sottile, che stringe velocemente, perché non soffra. Chi impicca bene il cane e non lo ha maltrattato quando aveva un lavoro pesante ed era stanco, quello sarà fortunato con i cani. E chi non ha rispettato l’accordo avrà cattiva fortuna con i cani. E nel giorno estremo il cane è il primo accusatore – poi vengono gli altri animali che sono stati alla mercé dell’uomo – e accusa chi lo ha fatto lavorare troppo duramente e gli ha affidato carichi pesanti e in più lo ha picchiato. Quella povera bestia non ha la bocca per dire che non ce la fa a tirare, e perciò è costretto a tirare e a portare anche cose così pesanti che quasi gli tolgono la vita, e anche l’uomo sente il doloroso gemito che quasi gli attraversa il midollo e le ossa, a chi non è troppo duro di cuore. E questo devono ricordarlo tutti, di non essere troppo duri con chi sta sotto, siano uomini o animali.

Johan Turi, Vita del lappone

 

*

(il viaggio)

Ci muoviamo verso nord.
La luce estiva ha una fibra liquida
per ore dissolve la notte –
la luna è un boccaglio nell’arancio.

Il vetro dell’autobus resiste incrinato
scanalato di traverso come da un ramo –
è per via delle renne, dice l’autista,
si fermano abbagliate sull’asfalto, i loro palchi
si schiantano nei fari. Sono grandi, sciocchi animali.
Le renne annodano i venti nel pelame –
noi entriamo nella terra diradata, i boschi
sbiancati verso l’acqua. Donne invisibili
slegano i grembiuli nel salmastro delle vele.
Fanno piccole barche di corteccia.

Le piante cercano il sole, si voltano – così
smettono di alzarsi, svettare –
strisciando sulle lunghezze
verso i poli.

C’è una sola strada in Lapponia.
La traccia di una mappa infantile, irregolare.
Ai lati la ruggine della tundra, le macchie
sagomate di animali – un vuoto pieno
di funghi, mosche, licheni – le radici dei fiumi
nell’acquitrino.

Siamo gli unici stranieri in partenza da Rovaniemi.
Gli zaini tra il poco bagaglio dei locali – ceste di vimini,
borse della spesa. Tutto quello che serve sono calzini doppi,
scarpe robuste, una giacca impermeabile perché il cielo
quassù è una tasca di pioggia – i pochi abeti lo tengono al soffitto come spilli.

Nelle ruote la terra penetrata
e nella terra storia di frammenti
cuciti come pagine sui vetri.
Si spengono negli alberi la musica
i demoni vicini della Russia
le steppe inafferrate del pensiero.

Ogni tanto un cartello sul greto dei sentieri
le case d’assi, i tetti acuti
l’orso impagliato nei parcheggi.
Un vecchio sale e ci fa cenno –
ha un bastone grezzo, gli stivali da pescatore.
Qualcuno si addormenta.

La lingua setaccia i suoni finché il senso
è indovinato nell’occhio, negli spigoli
dei volti, il contrarsi delle dita e poi nel motore
ronzante – spicchi di verde e grigio come pezzi d’alfabeto.

 

*

Lo Spirito del Prataccio

Dentro la casa c’è l’albero
e nell’albero la porta
conduce a un bosco d’impronte.

Una luce di terra e corolla
d’acqua riflessa in una foglia.
Ti conosco dal giorno in cui l’arco era un ramo –

dove andiamo è dove ritorno.
Se respiro il tuo mondo è frescura.
Prenditi cura di me.

 

*

Il prato

Nel passato c’è un prato notturno
dove un’anima viaggia in un’altra

fino a stormire. E nell’ombra
del prato una casa.

Respirano i licheni nelle mura,
l’acqua rigonfia le travi

pullula un’esistenza ignota
fra i pavimenti sfondati.

Io sono custodita dalla paura
nella casa che i vivi disabitano –

casa dello scoiattolo, casa della serpe
casa dell’insetto tenace, dell’erba

sradicata, più volte rinata nella bocca.
Io sono custodita, ma la paura

teme solo se stessa, ha una lama
spezzata dalla grazia nella testa.

L’uomo che io chiamo fratello
non entra, porta qualcosa come

un ricordo, un nido di tordo
da un bosco che lui non conosce.

Quando non voli, rema
attraverso le frange del tempo

trema quello che piange e sei tu
senza riva o catena.

Sali dentro gli steli o là fuori
nei sogni dove vedo il vero

come gusci raccolti o il sapere
che la crepa è l’intero.

Nel fondo del folto del prato
lascio una fede elementare.

Scavo col tempo una polla
per farci specchiare.

 

Immagine: Peter Doig. 


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