Cimitero dei porfidi

da | Set 6, 2026

Alcuni estratti in anteprima dal prosimetro “Cimitero dei porfidi” di Filippo Tuena (Oligo Editore).

 

Ora ascolta bene: questi sono frammenti non perché siano cadute in pezzi strutture complesse o andate in frantumi opere compiute; appaiono come frammenti solo perché emergono come tali: frammenti. Voglio dire, sotto c’è una materia composita, uniforme ma variegata, creata da infinite modificazioni e che risponde a leggi fisiche opposte: da un lato sprofonda, dall’altro tende a emergere. 

[…]

La densità, il peso specifico, la materia
magmatica. L’uso che ne è stato fatto.
Qualunque sia il punto d’arrivo della mia indagine
devi rammentare che il coperchio
del sarcofago di Adriano
adesso è diventato la vasca battesimale
di Santa Maria Maggiore. Cambio di destinazione
abissale. Questo slittamento dà l’alfa e l’omega.
Così come che vi siano i sarcofagi dei re normanni
o vi sia stata la camera profiretica
del palazzo imperiale di Costantinopoli.

L’omphalon di Santa Sofia o le rote di San Pietro
e quel che s’è perso negli infiniti frammenti
dei pavimenti cosmateschi concorrono al medesimo
significato. Guarda in basso, di tanto in tanto.
Osserva anche le minutaglie e il modo
in cui assemblano il verde e il rosso e il bianco.

Tracce di questo lavoro di precisione che contraddice
lo sgrosso degli scalpelli e del martello
e celebra il seghetto o il trapano per ridurre
a finitura i margini dei frammenti,
tracce di questo lavoro attraversano il continente
sino all’Inghilterra, documentando la passione
anche in viaggiatori antichi di ritorno da Roma.
Guardare dunque in basso
all’alternanza di porfidi e serpentini
o alle tortili colonne dei ceri pasquali, agli inserti
d’oro, alle paste vitree e al lezioso capitello finale
che ricama la sommità del manufatto.

[…]

Alla fine ogni cosa scorre e ci passa sopra e se non avessimo un barlume d’intelligenza e non ci fermassimo a osservare quel che è rimasto con lo sguardo e l’animo di chi indaga davvero non rimarrebbe nulla di noi o della nostra esperienza.

È il porfido che crea una specie di separazione.
È nella sua natura e tutto concorre a questo.

L’uomo dalla voce vetrata, che ho scoperto essere un marmoraro, sta lucidando un frammento di porfido – un oggetto che è in casa e che doveva appartenere a una colonna non irrilevante da quanto si ricava dall’ampiezza della circonferenza e che, sempre nel sogno, emette un gemito ogni volta che il marmoraro passa lo smeriglio sulla superficie.

Filippo Tuena (Roma 1953) si è laureato in Storia dell’arte alla Sapienza; ha svolto la professione di antiquario sino a quando si è dedicato alla scrittura. Oltre a "Cimitero dei porfidi", di argomento artistico ha scritto anche "Stranieri alla terra" (Nutrimenti 2012), "Le Galanti" (ilSaggiatore 2019), i testi dedicati a Michelangelo, riuniti in "Michelangelo" (ilSaggiatore 2025) e diversi saggi e contributi sul collezionismo cinquecentesco.