Ci penso ogni notte, volubile ora…

Pubblichiamo una poesia di Sa‘di di Sciraz (XIII d. C.), una tra le figure più importanti della letteratura persiana classica. La traduzione è di Domenico Arturo Ingenito. Segue una nota del traduttore.

Ci penso ogni notte, volubile ora
di andare altrove: via domani dalle tue mani.

Ma sul far del giorno il primo passo fuori porta
mi ricorda del nostro amore, amore mio,
e non lascia che al passo segua altro passo.

Vedo ognuno innamorarsi d’ogni cosa e d’ogni volto
ma per chi mai se non te potremmo noi appassionarci?

Solo questo ti basti, te lo dico:
che mai nello specchio delle mie fantasie
l’effige d’altri volti fatti corpo
si tinse come te di bellezza.

Ricorda l’amore struggente di Vāmeq per ‘Azrā di Paros
si rinnova oggi in noi quell’antico racconto.

È tempo ormai che rose e giacinti ricolmino le valli
per giardini se ne vanno le genti cantando.

Nuove pene ogni mattino nel tempo dei giorni
non importa – mi dico – se il dolore si aggiunge al dolore.

Ma sarà per me poi solo questa la vita?
Va bene, sopporto quest’oggi, e anche domani.

هر شب اندیشه دیگر کنم و رای دگر
که من از دست تو فردا بروم جای دگر
بامدادان که برون می‌نهم از منزل پای
حسن عهدم نگذارد که نهم پای دگر
هر کسی را سر چیزی و تمنای کسیست
ما به غیر از تو نداریم تمنای دگر
زان که هرگز به جمال تو در آیینه وهم
متصور نشود صورت و بالای دگر
وامقی بود که دیوانه عذرایی بود
منم امروز و تویی وامق و عذرای دگر
وقت آنست که صحرا گل و سنبل گیرد
خلق بیرون شده هر قوم به صحرای دگر
هر صباحی غمی از دور زمان پیش آید
گویم این نیز نهم بر سر غم‌های دگر
بازگویم نه که دوران حیات این همه نیست
سعدی امروز تحمل کن و فردای دگر

*

Sa‘di di Sciraz (XIII secolo d.C.), poeta, mistico e viaggiatore, è – al pari di Petrarca per l’Italia – il cristallizzatore del canone lirico persiano. L’aurea mediocritas che pervade le sue opere caratterizza la quintessenza dell’identità culturale persiana a mezzo millennio dalla islamizzazione dell’Iran e all’indomani della tragica caduta del califfato abaside avvenuta nel 1258 con la devastazione di Baghdad per mano mongola. Sebbene le sue opere didattiche in prosa e in versi (Il Roseto e Il Profumeto) abbiano, nel corso degli ultimi due secoli, attirato gran parte dell’attenzione dedicata all’Autore in Iran come in occidente, le sue seicento canzoni (ghazal) di carattere omoerotico, naturalistico e spirituale, costituiscono un corpus lirico tanto perfetto – diffuso e imitato per sei secoli dall’Indonesia ai Balcani – da poter essere annoverato tra i più luminosi pilastri della storia poetica mondiale.

Quel che della poesia di Sa‘di sconcerta il lettore persofono di ieri e di oggi, così come il poeta che con lui si confronta (per non parlare di chi lo traduce), è la trasparenza adamantina del suo stile, che scorre sulla pagina negli occhi e nella voce come fosse acqua sorgiva. Il termine coniato dai critici classici per descrivere la fluenza del suo stile è il concetto di “inaccessibilmente semplice” (sahl-e momtane‘); quel che l’ossimoro designa è un tipo di testo che, per quanto appaia a prima vista di facile lettura e imitazione, in realtà presenta una insuperabile perfezione stilistica, retorica e ritmica.

Nelle canzoni del poeta scirazeno, il ritmo delle immagini e il ritmo dei suoni si alternano in un equilibrio dove nulla appare superfluo e tutto è ornamento significativo per la creazione di senso e movimento di passioni. I distici di Sa‘di procedono per accumulazione e distensione di immagini temperate a filo d’acqua, quasi fossero masse di colore offerte allo sguardo in una forma cromatica contemplativa in cui la giustapposizione di riquadri e sfumature nasconde le tensioni abissali della materia.

Quanto di armonico e disarmonico è presente nel mondo del visibile e dell’invisibile, dell’angelico e del puramente umano, nella poesia di Sa‘di giunge a una perfetta sintesi di natura ed eros concepita come forma di antropologia visiva. Nel regno dello sguardo – presenza ossessiva nella lirica sa‘diana – l’equilibrio formale perviene a un sostrato teorico che non solo è asse portante della poetica dell’Autore, ma è anche spina dorsale di tutto quel neoplatonismo estetico che ha influenzato l’esercizio lirico dei secoli successivi: se le forme del mondo sono un ponte – presenza metaforica – verso la Verità trascendente, allora quel che è dotato di forma materiale e transeunte come corpo umano e corpo di natura deve farsi necessario oggetto di contemplazione perché l’essenza del Vero sia penetrata.

Il discorso d’amore, così modulato da Sa‘di attraverso l’occhio di un Io lirico come finestra sul mondo che dal cuore si specchia nell’invisibile, diventa miniatura squisitamente umana proprio per quel giusto mezzo aureo che fa di questi testi la traccia della pratica universale dell’attesa e dell’incontro.

Domenico Arturo Ingenito

22/07/2013
7 commenti
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La bellezza si commenta da sola, caro Mammadreza, e la grazia, se non di sé, d'altro non è paga. Le auguro una gloriosa estate, magari accompagnata da qualche bel verso sa'diano. Domenico A. Ingenito
25 Luglio 2013, 00:54
Un lettore
In alcuni blog però i commenti si trasformano in un delirio e diventano un pretesto per parlare... Mi capita di leggere certe cose a volte che sembrano scritte proprio da chi non ha altro da fare tutto il giorno. E poi, mi scusi, ma perchè non commenta questa poesia prima di fare osservazioni sul sito?
25 Luglio 2013, 00:31
Mammadreza
Sarà pure una rivista nota D., ma qualche commento in più testimonierebbe l'interessamento di certi ambienti per tal altri come quelli vostri, come il tuo, e se non altro la capacità di aspergere cultura letteraria da parte della redazione-dirigenza.
24 Luglio 2013, 23:12