Canzone erronea

Quattro poesie da Canzone erronea di Antonio Gamoneda, traduzione di Roberta Buffi, Lietocolee, 2017.

C’ERANO
vertigine e luce nelle arterie del lampo,
fuoco, sementi e una germinazione disperata.

Io laceravo l’impossibilità,
sentivo fischiare la macchina del pianto e mi perdevo nel [folto vaginale. Entravo
anche in urne poliziesche. Dimenticavo
così gli occhi bianchi di mia madre.
………………………..Vivevo.
Pare.
……….Vivevo.

Proprio ora bado distratto al mio rantolo. Non vi è in me mai
[memoria, né oblio; soltanto e semplicemente lucidità.

Sono scomparsi i significati e nulla ormai intralcia
[l’indifferenza.

Una volta per tutte, mi sono seduto
ad attendere la morte
come colui che attende nuove già note.

*

HO visto cuori abitati da formiche, e maschere
[carnali, e un serpente accarezzato da un giustiziere [indeciso,
e allodole prigioniere in rettangoli, e pavoncelle irose,
e madri
che baciavano catene.

Che mestiere difficile amare senza desiderarlo, annodare [l’acciaio,
[avvertire la bellezza dell’animale che piange e sopravvive in [viscere prive di speranza,
vedere un anziano che cammina e non sa verso dove e il suo [sfintere sanguina adagio sulla neve.

Questo fratello invernale, sono io stesso che fuggo via dalla [mia gioventù?
……………………………….Avverto
oli accorti, e stanchezza, e spine; lo smisurato ago sui miei [occhi.
………..Scendo
orientato da mensole. Non so. Vado, scendo
i gradini profondi della vecchiaia.
……………..Si vede:
la falsità è la nostra chiesa.
……………..Ormai
sto arrivando,
……………..ormai
arriverò.
……………..Adesso,
non so perché, devo cantare circondato da specchi.

Mettete a punto la vostra coclea, le vertebre successive
dell’ira dorsale, l’anatomia
conduttrice della paura.
Dice
questo la mia voce nella sua impostura,
……………………….dice:
Vivere è cosa strana, riposare nella collera. Larve illustri libano [nelle nostre vene.
……………….Vivere
c’è salvezza nel sandalo e neanche nelle radici torturate. È [indubbio,
non c’è salvezza nel legno.
……………….Raccomando pertanto
la più sublime indifferenza
………………Importa solo
agonizzare con una certa
dolcezza.
……….È
cosa strana anche l’agonia.
……….Eppure
alcuni animali copulano in maniera fugace. Persino io copulo con tenebrosi fiori, con le cifre astratte e, ancor più penetrabili,
[spesso,
con fossili azzurri e
anziane gialle.
………Ci fosse
una corda finale, le terze ombre
sarebbero penetrabili.
………Però no, non abbiamo
una corda finale.
………Nient’altro che
legno ammattito, sì, legno soltanto.

*

AMO il mio corpo; le sue vertebre spaccate
da acciai viventi, le sue cartilagini
bruciate, il mio cuore appena umido
e i miei capelli impazziti
nelle tue mani.
…………..Amo pure
il mio sangue attraversato da gemiti.

Amo la calcificazione e la malinconia
arteriale e la passione del fegato
che freme nel passato e le squame
delle mie palpebre fredde.

Amo lo stame cellulare, le feci
bianche infine, l’orifizio
dell’infelicità, le midolla
della tristezza, gli anelli
della vecchiaia e l’influenza
della tenebra intestinale.
……………Amo i cerchi
unti del dolore e le radici
dei tumori lividi.

Amo questo corpo vecchio e la sostanza
della sua miseria clinica.
……………L’oblio
dissolve la materia assorta
dinanzi ai grandi vetri
della menzogna.
…………..Ormai
tutto è concluso.
Non c’è causa in me. In me non c’è
altro che stanchezza e
uno smarrimento antico:
…………..andare
dall’inesistenza
all’inesistenza.
…………..È
un sogno.
…………..Un sogno vuoto.

Però capita.
…………..Io amo
tutto quanto ho creduto
fosse vivo in me.
…………..Amai le mani
grandi di mia madre e
quel metallo antico
dei suoi occhi e quella
stanchezza piena di luce
e di freddo.

………….Disprezzo
l’eternità.
………….Ho vissuto
e non so perché.
………….Ora
devo amare la mia propria morte
e non so morire.

…………Un grande equivoco.

*

CALPESTO la luce sulle discariche
di Cantamilanos. Arrivano
le mosche affamate. Libano
nel cotone sanguinante
degli ospedali.
……………..Vedo
lontani recinti: rovi
sull’erba nei pascoli
di Villabalter.
……………….Giunge ormai
l’ultima luce.
……………….Mi circondano
cause invisibili.
……………….Cammino
sulle orme nere
dei mendicanti.
Mi avvicino
alle fornaciaie.
……………….Poi
penetro in me:
oramai non c’è tremito
vivente in me.
………….C’è solamente la luce
che mi accarezza le ossa.

Sotto le volte, guardo
l’oscurità e non vedo
oscurità: vedo luce
nella sua negazione.
…………..Tale
è l’oblio: ricordo
disabitato.
…………..Tale è
il tuo corpo in me.
…………..Tu non piangi
pazza nell’amore. Non avverto
quel rumore delle tue palpebre
né i tuoi capelli che ardono
nelle mie mani.

…………..Da me sono
fuggiti i volti e
non mi riconosco.
…………..Ha
già smesso la menzogna
nel mio cuore?
…………..Sono io,
essere di solitudine, un corpo
vivo nella sua agonia?
…………..Sono
la somiglianza di un sogno?
…………..Per questo
è impossibile la certezza?
…………..Ora,
a Villabalter stanno
battendo campane.
…………..Chi,
ora, ugualmente, in me,
sta creando il silenzio?

Niente è vero. Nel sangue
non si nutrono insetti.
I grandi mendicanti mai
calpestarono le discariche.

A Villabalter non c’è
erba; l’erba fu
bruciata dal gelo
sotto i rovi.

…………..Chi
ancora adesso, con ostinazione,
pensa il tempo?
………….Non lo so.

Sempre è mai?
………….Forse.

Non importa. Non lo capisco
ma lo capisco.
………….È
un errore senza importanza.
Io sono un errore. Anche tu
sei un errore inabissato
nel mio cuore.
…………Lo vedi?

Sei il mio errore e ti amo.

Luce della mia agonia, vieni.

Immagine: Opera di Virgilio Carnisio.

28/11/2017
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