Bestiario d’amore

da | Set 26, 2025

In anteprima dalla riedizione di “Bestiario d’amore” di Rossana Ombres, da poco uscita per Graphe edizioni, con introduzione di Andrea Breda Minello, presentiamo tre poesie.

 

NOTTURNO

Oggi ora in questo momento il mondo mi vola addosso.
Non ho fatto, nei giorni passati,
che guardare paesaggi
lagune isole moriture colline tronfie ancora per poco
lunghe soporose arcate accudite da gechi e lumache:
morti arcaici animali premurosi di morte cose. Questo,
tutto questo
si vede quando già
il proprio sangue naviga lontano, doppia
nella tempesta il capo Horn
quando il rossore della carne
avvilisce nella grotta del vampiro, e il seme
della continuazione
appartiene a provette grafiche
sospese in un laboratorio sotterraneo.

Le carte sparse in questo tavolo, come somigliano
alle suppellettili della morte:
questo foglio è una tibia sguarnita
e questo quaderno una lampada dove l’olio finì in fretta
in una chiarata convulsa e sbilenca;
le altre robe scritte sono abiti che il defunto
non può più indossare
e vanno per il robivecchi.

L’abito che vedete qui, usatelo per vestire il cadavere
aggiustategli sopra una ciocca di fiori che tolga
lo stantio di questi vecchi materiali da costruzione.
Vi sorrido e vi saluto col fazzoletto
affacciata da una casa lontana.

 

 

BUCHSTABENGEL PER LA MANO SINISTRA

Anche Raziel, angelo lessicale, nel suo
silenzioso ritratto si gonfia di pioggia e decade
nel limbo delle allegorie cimiteriali. Poiché io sono
la lumaca non ancora eliminabile del mio suicidio
la casa che mi porto in testa m’intriga nell’ordito
ammirevole delle sue sete fossili:
ma come per uno sciocco errore
del computer, tutte le voglie vòltano all’incontrario.

La mano destra scrivente è già marmo
resta viva
la mano sinistra che tace.

 

 

FU COSÌ CHE SCRISSI UNA POESIA D’AMORE

«La sola possibilità» disse l’elfo (la notte
del sogno diventava larva dolcemente incline
a svolgersi in cosa smagliante, forse farfalla
di lenzuola vivaci e agitate)
«la sola possibilità dunque»
ripeté, come nelle fiabe dove l’elfo è l’aiutante
dell’eroe o della principessa e dice due volte le cose
per farsi meglio intendere
«è quella di tralasciare chiose e rimandi, ipotesi
di costruzioni, proposte di progetti
di non usare un lessico dubbio di non giustificare
nel grembo di compiacenti problematiche…»
Ebbe una pausa, quindi: «Voglio dire » e qui l’elfo
s’inceppò «ci sarà ben un modo! Ma attenzione»
(e il suo tono di aiutante magico
divenne minaccioso, come nelle fiabe quando
l’eroe o la principessa corrono un pericolo)
«DEVE ESSERE UNICO
E PER QUESTA SOLA VOLTA!»
Alzò un dito, come sempre gli elfi e gli angeli, e
stette zitto.

Fu così che scrissi una poesia d’amore
minuziosa, accesa di fiammelle come
un competente addobbo natalizio
di tinte tranquille ma conturbato
da velenosi gusci tutt’attorno, e in alto
c’erano escrescenze stellate che esprimevano luce,
e fronde di pino
spalancate a diversi piani come le braccia di Visnù,
reggevano lucidi involti
anelanti cannella e naftalina.

In questa cornice – diciamo floreale –
(benché dal notturno aspetto interno
risultassero anfrattuosità diaboliche)
era buona cosa mettere un sogno: e il sogno
fu pronto subito.

Che sogno! Mutante, astuto, vaneggiato
da sognarsi con la corsa in gola e le dita
formicolanti terrore di tetti, di cieli
inadatti a reggere, d’acque profonde.
Più che a un sogno amoroso somigliava
nel suo assetto d’attesa
all’embrione di un incubo.
Non c’erano le parole che piacciono a chi intende
cose d’amore, e neppure c’erano i volti adatti:
il tuo esprimeva il rapporto matematico costante
dell’astronomia
il mio un momento d’assenza del delirio.
Tutto quello che dicevamo
era incomprensibile: di strane
accentuazioni, di levigate consonanti…
le nostre vocali sorgevano con uncini e tagli
allacciati fieramente i dittonghi
nella preparazione di una danza rituale;
c’era un tripudio grammaticale ed anche
un piovoso rimpianto dei suoni accesi
delle sorgenti di luce della voce.
Poi
lentamente cominciò il delirio.

Un grosso ariete dal vello d’oro
cadde in mezzo alla stanza
si sentiva suono di campane
e un persistente odore di essenza di garofano:

dalla finestra ben si vedeva che piovevano rane
e che era apparsa una cometa screziata
di una porosità perfino ributtante:
come una chioccia la cometa gialla
si portava dietro
un manipolo di asteroidi riuniti a cicatrice…
«No» disse l’elfo. «No, assolutamente.
Qui ci sono ipotesi dubbi asterischi di pausa
annotazioni a margine dall’aspetto così tetro,
alberi natalizi glossati da posticci e una brutta luce
che non promette niente di buono! QUI
BISOGNA RICOMINCIARE DA CAPO!»

Fu così che scrissi una poesia d’amore
sul dettaglio aquilino di un quadro incontrato al Prado
perché fosse legata alla realtà e in ogni parte
a sua volta un dettaglio
e anche le parole adatte venivano
e non mostravano grammatiche astruse
scheletri di vocali e consonanti
(sgattaiolavano semmai con pudiche preferenze…).
Ecco che tutto era al suo posto
luccicante, gentile
e quello che tu dicevi (mosso in tante cornici)
era un continuo prezioso indovinello
risolto e da risolvere, una specie di nuovo
gioco ondulato, intimo e felice.

Quante cose trovavo! Suppellettili sublimi
degradate dal tempo a opache conchiglie
coccarde di un rosso molto provocante
mortificate in sacchetti antitarme
uno scoiattolo rannicchiato in vitro e sette frammenti
di una seducente coppa etrusca trafitta dal fulmine
di un’estate concitata,
frasi musicali messe a macerare in decotti di salvia.
Da un lungo sonno fetale vidi nascere i tuoi pensieri
ancora in posa di arco
e distendersi con infinita precauzione.

E su tutto, bellissimo da vedere
un ritaglio rosso
sicuro come l’ultima parola del mondo:
che così, disintossicato dalle colonie di termiti
che vi avevano eretto alcune blasfeme pievi,
ebbe forma di sangue e di sole
molecola soda e brillante.

Fu così che scrissi una poesia d’amore
unica e per quella volta sola
e la chiamai poesia d’amore:
l’elfo, come gli competeva, segnò una data
e un luogo fidato
ch’io lasciai
devotamente accesi;
fu possibile darle, grazie all’elfo,
un segno esprimibile e precisi lineamenti.

Fu così che scrissi la mia poesia d’amore.