Arte, industria, architettura & animali domestici

La poesia di Andrew Galan unisce ad una vena satirica e parodica un’immaginazione dai tratti surreali, portata all’estremo (con numerose affinità con David Stavanger, poeta di Brisbane). In The periphery assistiamo alla visione intima di una coppia sullo sfondo di una periferia metropolitana tramutata in oceano: «Perplessi nella conchiglia aperta/stanno in due vicini alla folla/finestre che raccolgono perle». Tra una surreale rilettura della Guernica di Picasso (Art, industry, architecture & pets) e un fantascientifico viaggio spaziale innescato dalla vibrazione musicale di uno scacciapensieri (Spaceship Twangdog), la poesia di Galan rilegge con occhi curiosi e disincantati la storia degli uomini e del mondo: «Dietro al motore di questa arca immagino la storia/della rotazione di ogni isotopo nel vortice».

A cura di Massimiliano Mandorlo

La periferia

Perplessi nella conchiglia aperta
stanno in due vicini alla folla
finestre che raccolgono perle
lui tiene la mano di lei riporta
all’orecchio la sua bocca senz’aria
lei gorgoglia minuscole trame di lettere
sollevando gocciolanti nodi in corsivo
che un lungo amo da pesca
fili dalla gonna di una medusa
e occhi di pesce rosso ingrandiscono
rosso riflesso si infrange sul blu
onde si scontrano
sulla linea dei grattacieli.

*

‘I disegni di due navicelle spaziali mostrano come le detonazioni di una bomba nucleare potrebbero innescarsi da una propulsione chimica come fonte di energia per un viaggio spaziale di lungo raggio – Freeman J. Dyson, Interstellar Transport, Physics Today 41, October 1968.

‘Per le quasi anonime vicende che riguardano il meraviglioso e condiviso scopo umano, noi dovremmo lottare’ – Joan Miró, Lettera a Josep Luis Sert, 1947.

Scacciapensieri spaziale

Faccio vibrare col dito la corda annodata alla sottile candela di legno tra le mie labbra,
insieme piegano l’aria in un ronzio ritmico, mentre nella mia larga salopette di jeans mi accuccio
sul pavimento grigio tra due portelli di metallo; un percorso si apre a un corridoio luminoso,
l’altro blocca con una gelida serratura l’accesso al nulla. Tre generazioni della mia famiglia sono esperte nell’uso del congegno che le mie dita stringono e sono cauto. La corda è rara e il suo legno, macchiato di sangue e saliva, si è assottigliato. Mi fermo da solo in questa sera mentre noi acceleriamo attraverso il vuoto verso il nostro destino generazionale, mio figlio è sullo scafo,
nel buio senza fiato. Sono passati secoli da quando abbiamo preso e poi abbandonato
la prima sonda dell’umanità; spedita con speranza nell’oscurità, puntata alla cieca per un contatto.

Faccio risuonare coi contorni della bocca la barra di metallo tra la mia vita e il resto.

Sulle anche, al caldo, con addosso sandali di legno mi raffiguro la profondità della stiva della nostra nave; i suoi edifici con pareti interne caleidoscopiche. Dietro al motore di questa arca immagino la storia della rotazione di ogni isotopo nel vortice. Il suono metallico si ferma, tossisco sul ponte spruzzando riso rosso di sangue. L’eco svanisce. Asciugo lo strumento dolcemente, avvolgo la corda risonante sopra di esso, inserisco il dispositivo nel profondo della tasca della giacca e mi alzo in piedi.
La nave cigolando pronuncia la mia età. Mi muovo per affrontare la porta esterna, le mani raggiungono entrambi i lati della porta di sicurezza, resto in piedi, premo il naso contro il trasparente e freddo oblò.

Fuori dal nostro guscio giallo vedo la mia nave gemella, la sua forma è di un blu sfumato, attraverso l’oblò vedo un cane. Lo osservo così come mi appare dalla carcassa metallica di fronte. Isolati dalle comunicazioni per un secolo, nessuno ha mai scoperto qualcosa sul suo vicino.
Nessuna espulsione di antenne sull’altra sovrastruttura per ritrasmettere il messaggio.
Nessun improvviso fuoco di risposta al nostro razzo che sfreccia per il centro della galassia in dissolvenza.
Nessuna filo stendibiancheria che suoni note fondamentali, nessun codice Morse appeso contro la notte.
Vedo solo il suo muso, il pannello traslucido di nebbia. E non lo dico a nessuno.

*

Arte, industria, architettura & animali domestici

Il mio stomaco si è trasferito
sei piani sopra, dove vivo
fisso una cartolina di ciò
che in Gennaio Picasso
accettò di dipingere.
Questa ziggurat al pianoterra
tre piani sopra e sotto
chiaramente rivolta alle pubbliche relazioni
mi trascina indietro, a volte
senza farmi mai voltare avanti
attraverso ogni boulevard
mentre procedo sento
chiaccherare e blaterare Marx e i Futuristi.
Sei piani sopra avverto oscuri rumori.
Lorca è alla porta. Gira il pomello. Ma ho mentito su dove vivo.
Vivo al pianterreno.
Sono diretto al sesto piano
e sto ballando
riferimenti spaziali che segnalano la mia posizione,
una lampadina ghiacciata con un serpentina di veleno
un toro e un cavallo
le loro urla quotidiane al mercato
sopra i pilastri che cadono
lontano dal grattacielo
sopra i curiosi
lontano dalla gente
che parla, parla e parla come motori a pistoni.
Ho mentito, non sto ballando.
Ma sento le mie gambe tendersi
come Van Winkle mentre legge correndo sul posto.
Quanti follower hai?
C’è una guida?
Cerchi quella parola?
Perché il 1937?
Non scrivere domande in poesia.
Ho mentito. Sono a letto e vorrei che il mio cane mi facesse visita.
Ho mentito ancora. Non ho un cane. Ma un gatto.
Questa è una poesia sul gatto.

NOTE:
Scacciapensieri spaziale ha un verso molto lungo di cui non è stato possibile riprodurre qui l’originale veste grafica. Ci scusiamo per l’inconveneinte.
Scacciapensieri spaziale: si è preferito tradurre in tal senso il titolo Twangdog, neologismo che unisce il termine twang (la vibrazione dello strumento) e dog.
Ciò/che in Gennaio Picasso/accettò di dipingere: la celebre Guernica di Picasso.
Van Winkle: riferimento al Rip van Winkle di Irving e parallelamente alle performances del poeta americano Ryan Van Winkle.

Immagine: Opera di Leon Polk Smith.

10/10/2017
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