Anni ombra

da | Lug 12, 2025

Questi testi fanno parte di “Le interazioni fondamentali”, sezione del prosimetro “Anni ombra”, pubblicato dall’editore Polidoro (collana ‘interzona’, diretta da Orazio Labbate, 2025).

 

Le quasi realtà

Osservando ogni immagine del cosmo,
percependo la consistenza del tessuto arabescato,
auscultando la sottile potenza del respiro,
in questo io si ricapitola l’incognita
sottesa al tuo perenne movimento.
Hai già acceso la lampada bluastra, è iniziato
un giorno della tua vita, non memorabile,
freddo come il cotto su cui poggi i piedi,
alzandoti invariabilmente,
adattandoti ai bisogni fisiologici,
auscultando la faticosa cadenza del respiro.
Là ammassi di gas, tenebra azzurra,
là esplosioni di idrogeno, aloni di elio,
là lo splendore attorno al buco supermassivo,
e insieme qui accade il tuo breve
sperare, la prospezione del tuo sottosuolo.

“Continui a non ascoltarmi persino mentre tu
mi accarezzi il lobo e un lembo della guancia,
e pronunci parole delicate e vane,
un tiro di dadi e l’azzardo,
un aprile crudele come la mia mano,
un tetto sfondato, da cui penetra il tempo”.

Ma dentro la spirale, quella abnorme,
quella sopra e sotto ogni cosa,
quella che fa precipitare, collassare,
compattare le particelle sino a farle
massa, perché c’è anche il tu provvisorio?

“Secondo il modello standard, non dovreste
esistere”, ma cosa sono gli anni, questi passati
tra una foto con tua madre e una visita
alla sua tomba, tra l’accettare quel silenzio
e il sentirlo in ogni organo, tra il chiudere
gli occhi e l’esplodere del tuo caro multiverso.

Tutto per nulla, forse, l’inflazione e la
fluttuazione e l’epitelio composto
forse da un codice casuale
e la malattia esantematica e
quella morte, forse, altrove inaccaduta.

La radiazione dell’attimo dopo
la singolarità di tutti gli infiniti
perché la credi vera più dell’incubo
che ti attraversa la notte, quando
sei in preda a te stesso, più evanescente
dell’ultimo fotone, più della tua costante

decadenza, entropia, disappartenenza?
Perché ti induci ancora a scrivere
delle tue povere quasi ipotesi di realtà?

 

***

Trittico dei corpi in attesa

Forse non basta chiedere ancora il silenzio
e neppure l’omogeneità delle opere
e delle parole. Questi salti obliqui,
questi segnali oscuri, mimati con i versi
eterogenei sono tutto,
le metafore in atto
mentre condenso la vita nel mio corpo
insaccato nella poltrona troppo verde
e infuso di immaginette incongrue, gli schienali
inclinati delle sedie grigie, il quadro avvolto dal cellofan,
il pitale bianco, il rollator del malato, il cerchio nero
del ventilatore falso Dyson,
ma non è così, non è
pura superficie, questo digitare vagante costruisce
il ponticello tra quelle cose e
questo mio essere inevitabile
commento.

 

Come si conoscono davvero i corpi?
Non nel fottere, residuo di ogni imperfetta
concrezione del kaos, né nel bacio o nella carezza
metonimie del puro volere.
Devi percorrere ogni pigmento delle membra
vecchie da cui in un momento remoto
è scaturita la tua morula vitale,
e invece sono adesso mero cascame, macchie
cheratinose, pezzi di gengive vuote, e tu
devi amare questo, spingi in un punto e aspetti
la risposta, ‘ho male’, ‘non ho male’,
non c’è male, non c’è il male.
Eppure tanto di più sarebbe penetrare
dove si sono addensati ricordi-incubi-intermittenze
e la spinta a divenire si è assestata nei desideri
che hanno attraversato il tessuto neurale,
i gangli, i movimenti esteriori e quindi
hanno informato i suoi miti, semplici, complici,
non certo semidei o culturisti o beatrici, appena
la facoltà di generare fino a che il coito
si esplicava, e questa carcassa di ossa e filamenti
rossi agiva, non come adesso
non come qui.
Qui la pelle è squamosa, atopica, passiamo
la crema rigenerante, il marroncino della macchia
scompare sotto il fluido cremoso bianco
come la vita che provvede a rinforzare,
ma non copre la cicatrice del pacemaker
senza i cui battiti questo corpo sarebbe marcito,
e lui lo sa e ha scelto, preferendo il continuare
al dover morire.
Soprattutto gli ematomi
indicano che è vivo. Non hanno storia.
Sposta quella gamba butterata,
la tiene tinca per paura di cadere
nel vuoto abissale sotto il letto,
trenta centimetri che dividono
il suo vegliare inerte disteso
dall’essere stato quel corpo.

 

Lo sguardo bloccato sulle mattonelle
acquistate ormai da innumerati anni,
sempre uguali a sé e alla forma del suo ricordo,
cosicché lui in quell’unico ricordo
si sente in pace, si ferma per rimanere
mentre possono crescere ad libitum la barba ispida,
i capelli grigi e fini, le unghie bordate di nero,
luttuoso terricolo sudicio
segno dell’aggrapparsi a questa materia
disposta a convertirsi in respiro e cellule e epiteli,
cosicché, di nuovo, lui si può alzare in quel suo ricordo,
condurlo con la sua debolezza nel cesso,
per emettere altra materia residuale e tanto elaborata,
e condurlo con la sua stanchezza nel letto,
scavato dal peso di quella massa lipidica e proteica,
da innumerati anni quiescente nel materasso di lattice,
su cui si blocca, per un periodo innumerato, il suo fabbisogno.
Io ci sono ma
io è qualcos’altro.

 

***

Appunti di diario post-Covid

 

Dopo ogni evento traumatico per una collettività, adesso addirittura per il mondo intero, ci si interroga su come le arti, e in particolare la poesia, possano rispondere adeguatamente. In questo senso, le parole più celebri restano quelle perentorie di Adorno sull’impossibilità di scrivere dopo Auschwitz se non compiendo un atto “barbarico”, cioè di inconsapevole fruizione di un bello diventato ormai velenoso. Eppure Celan volle scrivere per intercettare il nefando.

 

Per molti mesi tutti siamo stati mero tempo da riempire in uno spazio fisso, e ora dovremo riadattarci a luoghi che ci risulteranno estranei, produrranno l’Unheimlich come ciò che pensavamo nostro e torna a noi come altrui.

 

Adesso sembra cancellata, ma è in quella condizione che si attua lo sforzo per rendere percepibile un nucleo di senso altrimenti non evidente o addirittura occulto. Se fino a poco tempo fa pensavamo che la poesia andasse esclusivamente nella direzione dell’individualismo e del narcisismo, tipici della cultura occidentale, adesso questo aspetto risulta solo uno di quelli del poetabile.

 

Si dovranno trovare i mezzi per descrivere una condizione di continua metamorfosi, nella quale all’improvviso gli spazi e i tempi che pensavamo fossero in nostro possesso sono ridiventati degli apriori che ci condizionano.

 

Ci sentiamo in fondo come parti di una trasformazione, che in genere percepiamo come controllabile, all’interno delle nostre vite quotidiane, e invece non lo è: come in un mondo alla Escher passiamo dalla materia bruta alla costruzione razionale, dall’animalesco al civilizzato, dall’indistinto all’individuale – ma anche il cammino inverso.

 

Vita e morte combattono, altre guerre altre catastrofi cancellano i momenti d’essere della nostra pandemia, si archivia la lista di chi ha lasciato la vita in uno spazio asettico, circondato da persone sconosciute avvolte in tute e maschere protettive che impedivano ogni minimo contatto, viventi in ‘casse da vivi’.

 

Troppo spesso abbiamo sentito parlare di pandemie che non ci riguardavano, e ora torniamo a dimenticare. Stavamo lentamente prendendo consapevolezza del punto di non ritorno per il clima del pianeta, e ora rischiamo di compiere azioni ancora più aggressive, facendoci disfatti.

 

Almeno, cerchiamo di nuovo di trovare esattamente il nostro posto nella sequenza continua delle nostre metamorfosi.