Andrea Zanzotto, La Pasqua a Pieve di Soligo

ALEPH Da quali chiuse o antri, da che chiese o macelli,
da che prati infiniti, polveri, geli, velli,

da che eczemi diffusi, da che parestesie
diffuse, in che paresi in che cloni in che mie

o tue carenze alterne, mie o tue semipresenze,
riapparizioni di straforo, giochi di sbiechi e intermittenze,

rifiorisco siccome fatuo vanto di riscrivere
losquisito insatellirsi, al non vivere, di ogni vivere,

rifiorisco per dire peste: a calcolo e a sorte –
vivo sarò la tua peste, morto sarò la tua morte?

A chi vado rifacendo il verso di Lutero,
a che bordello a che serra di dèi, a che cimitero

di mostri e dèi e deesse tuttafiga
che lungo lungo l’orbita mi aspettan messi in riga?

Ma di nessuno e di nulla bestemmio: i miei porchi
segnano solo la stretta dove, o me stesso, ti torchi.

BETH Ed ecco – un suono virginee tristezze, come erbette da cena
come pungenti venti pasqualini e vini agretti, mena;

è il tempo del Passaggio, del (Signore): piangete
e gioite meco voi che di erbette avete fame, di vini sete,

è il tempo dei sonni levissimi e solo agitati
dal tenero désir sognifico dei bimbi-futuri-vati.

È il tempo tuo, (Signore), che fa e disfa il bianco e il blu
nei fossati pei cieli sui monti e oltre e più.

Fa’ o Signore che – ma il tuo fare cos’è?
Fa’ o Signore che – ma non vedo perché.

[…]