Andalusia della voce

da | Gen 31, 2026

Alcune poesie in anteprima da “Andalusia della voce” di Fabio Scotto, appena uscito per Passigli.

 

PICCOLA CARMEN 

Ho spento il televisore
Ho spento la luce
Parlo a voce alta al buio
Non prego nessuno
di fare nessuna cosa
per nessuno di noi
Soffro di andalusia della voce
trecce raccolte in danza
Mani violentemente a frusta
roteando Gades
In tintinnio le rondini
le fauci gli alabastri
E fauci di rondini
E rondini di alabastri
in lenta inesorabile gravitazione
da piagare
l’ombra
È venuta quella sera
che chiamavi dal muricciolo Carmen
Madre e figlia
le loro risa taglienti
Allontanare l’occidente
È venuta
di richiamare il vento al suo ventaglio
Muore. Sapore labbra di mirtillo
Sangue dolore sangue
Dolorosa strada

 

 

LA TRISTE ALLEGRIA
a Juan Gelman, in memoriam

I

Come suona tu lengua devastada?
Dove dormono le api schiave della notte?
Parli da un silenzio d’anni tinti di manioca
I rami danzano al vento cieco dell’Orinoco
L’amore? Un fuoco tra i cespugli dopo la pioggia
Sudano gli occhi all’odore del verde
steso come pece tra gli artigli del buio
Eri febbre succosa offerta ai tucani
voce per storie millenarie emerse dagli abissi
Horatio Nelson, Callaghan, Ted Molloy,
Ducasse, Emilio Jáuregui
sbucavano dal niente come anime di carta
rubate al fango della storia
L’indio dell’Amazzonia conosce la pelle dell’albero
beve al frutto d’alba degli arbusti
fugge la stretta mortale dell’anaconda
emerso dai flutti torbidi della corrente
Perfino il niente ha il volto scuro della pioggia
sul sentiero cieco dei passi
Fábulas come statue di cera sulla strada dei morti
vittime del sogno soffocato di ogni rivoluzione
Sono marmo senza nome insultato dal vento
La notte urla la sua canzone al petto nudo delle madri
il guerrillero inciampa nel suo pensiero
sono ombre le sue scarpe in fuga braccate dai gerarchi

 

II

La scena, un’orchestra con la madre e un coro
Un albero della vita e un soppalco con cubicoli
Il figlio è scomparso. Plaza de Mayo
le madri a lutto invocando giustizia
il figlio bello amor/dando su amor para que amor conozca
la madre-coro in ginocchio nel fango
con i generali a torturare i corpi
lanciati in mare come pacchi postali da aerei criminali
Non hanno ali le lacrime sul cristallo dell’asfalto
il sangue brucia e non trova scampo
il sole a ogni tramonto, nell’ora andina
che spegne ogni fiato nel nero pianto orfano di luce
Hai in gola una maravilla dolorosa
sai il suono dei ferri della tortura
le mani del ratto e dell’obbrobrio
l’umido dei feti buttati nell’immondizia
la foga dello stupro, dei cavi elettrici ancora ardenti
sui testicoli. Le menti in delirio
del carnefice offeso dalla parola amore
Tu, il cuore in subbuglio nel grigio delle costole
apri le braccia al freddo del metallo
gridi senza voce le parole del fuoco
per quel che è tuo e ti hanno sottratto
fino all’esilio, carapace tenace,
per le strade d’Europa
fumandoti le dita tra le nebbie

 

III

Parigi, la rue des arts inventa aprile
nel cielo piovoso un uccello cancella il volo gridando
Qui l’anunciación di tanta triste alegría
Il mattino sono coltelli di ghiaccio sulle gote
e piovi su ogni bocciolo intirizzito
con la sete delle rondini sulle fontane del Luxembourg
Esistere. L’uomo si chiede se ancora humanidad
sopravviva tra i fantasmi del meriggio
nel cuore cavo della pietra
sui boulevards distesi come arterie
sulla pierna azul del pensamiento
Le auto corrono verso l’estremo del giorno
la gente s’affolla nei caffè, sgomita sui marciapiedi
Il fuoco in ogni sguardo alla posta
Parigi ha un corpo avido e una fétida piedad
Seduto su una panchina
il whisky a indorarti i baffi d’ozio e nicotina
scuoti la voce tossendo al freddo
con gli occhi buoni del cane abbandonato
E pensi alla tua terra martoriata
ai canti dell’indio tra le selve
al sapore porteño delle parole amate
uccise dall’estate, dal nero abbandono
Poi ti volgi a me, come quel giorno a Morelia
con José Emilio Pacheco e rivedi Roma
i suoi tramonti rosa degli abeti
Crudele la sintassi, se non afferra il nome
nascosto nella pelle delle siepi
E tremi fumando nell’ora solforosa de la mundo
se l’alma non è né burra né celeste
Poi venga pure la peste
La voz maravillosa dell’amata

 

 

A ETEL ADNAN

«La mer me téléphone […]
Les maisons ont perdu leurs bras»
“L’Apocalypse arabe” (2021)

 

Siamo nell’acqua. Estate
Lodève riluce del suo incanto
La tua voce sferza l’aria
piovono parole come macerie
del massacro interminabile
ossa, cadaveri, brandelli di carne
dal macello permanente
del Medio Oriente

Sole che aguzza i denti
sole che cuoce bene
le sue carogne al fuoco della storia
Sei canto, sei grido, sei memoria
Ti esce dalla gola un volo di farfalle bianche
Poi dalle dita un sangue ridente
sparge sulla tela la sua sindone viola
forma lacera d’ogni forma

Stasera sei questo vento
Respiri in ogni fronda
da Beirut all’altrove
Viva in tutto quel che muore
E che si muove