All’altro capo

da | Mar 9, 2021

Pubblichiamo un’anticipazione del libro All’altro capo di Roberto Deidier, in uscita per Lo Specchio Mondadori.

 

L’ombra della finestra sulla parete azzurra
All’alba, il profilo nero della bottiglia,
La santità del silenzio dopo l’amore
Forse li hai portati nel respiro
Del sonno, forse hai sentito
Quanto ero sveglio per non aver creduto
A un miraggio che durava,
Arreso infine a una stanchezza senza sogni.

 

PASTORALE

Prima del millennio poteva attraversare i campi,
Perdersi sui tratturi senza paura di forare
E fermarsi al ponte sui fiumi aspettando le bisce.
Si orientava seguendo in lontananza le colline
Impaesate di finestre raggianti in pieno giorno.
Poi vennero i geometri, coi ferri del mestiere:
Aste, macchine fotografiche, mappe giganti
E furgoni che si portavano via con la terra
Un passato paziente. Da quel suolo altri giganti
S’affrettavano a uscire come i morti al giudizio,
Prefabbricati. L’orizzonte fu rotto per sempre.
Anche adesso ha nella testa un rumore di catena
Ma non può pedalare se non verso un identico
Compimento. Scrive, l’aria è fresca e in questo giardino
Ombre d’alberi e animali s’inseguono sull’erba.

 

 

Del suo stridere insistito la poiana
Non conosce le altezze, né quali risuonano
Nelle frequenze del nostro orecchio interno.
Perché grida, e se il suo canto la orienta
Al sicuro tra le rocce o nel folto delle prede,
A che la vista, e comunque affonda
Con chirurgico dolore nella macchia…
E noi che insistiamo a gettare
Oltre pareti di granito il nostro acuto greve
Quando amore volta le spalle o si nasconde,
Davvero cosa, cosa crediamo di aver visto nel folto?

 

 

FREQUENZE LIBERE, I

Queste facce impassibili scorrono sul vetro
Come la maschera di Agamennone sullo schermo
Del National Geographic. Porto soltanto
Questo passato muto negli intrecci quotidiani
Al di sotto di Roma. Sono ferme ma è come
Se dondolassero insieme la loro nenia,
La stessa, pericolosamente e senza senso.
Queste facce non hanno odore, coperto
Dall’insieme dei fiati del mattino.
Non sorridono. Sono macchine
Precise lungo binari precisi.

 

 

LA STANZA AZZURRA

I

La violenza di una parola caduta nel vuoto,
Il silenzio murato dei giorni imprecisi,
Quando ogni forma s’annulla nel sonno
E ancora ondeggia su un orizzonte incosciente.

Era lui o il suo ricordo? L’avrebbe trattenuto
Nella luce ormai fatta, quello scatto fantasma,
Quel fermo immagine tornato a tradirlo
Come un amore sordo, senza legge.

III

Nella stanza azzurra non c’era più nessuno.
Quell’estate Giove Venere e Mercurio
Erano un solo orizzonte celeste
Sopra quello del mare. Non sapeva

Quanti anni avrebbe compiuto. Una ferita
Di superficie era rimasta sul letto
Come il timbro di una lettera chiusa,
Scritta in una lingua ignota a entrambi.

 

 

ALTRA PASTORALE

Un paesaggio origami, labirinto
Dove piovono fuoco e rocce, saette
Che un dio lontano non sa più provocare,
Ma le tue mani
Impegnate nella recita dell’innocenza.
L’armonia di un cielo senza stagioni
Pesa sulle fughe e le rincorse
Fino alla sorpresa di un varco,
All’illusione furtiva su un esile schermo.
Sono chiuse o aperte
Quelle finestre ridotte a un riflesso
E perché non si affaccia nessuno?
La battaglia che smuovi non è tua,
Ma non lo sai.
Quanti anni avrebbe compiuto. Una ferita
Di superficie era rimasta sul letto
Come il timbro di una lettera chiusa,
Scritta in una lingua ignota a entrambi.

 

 


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