“All’altro capo” di Roberto Deidier

da | Nov 16, 2021

Nel movimento da un capo all’altro, in una prossimità concettuale ed esistenziale tra le estremità che non si fa mai conversione e riscatto per l’insistere di una dialettica tra gli opposti che non riconosce alcuna sintesi possibile, “All’altro capo” di Roberto Deidier – nel cono di senso aperto dal titolo – ottiene la sua unità e coerenza, esprime l’organicità dei suoi motivi ispiratori. “All’altro capo” è indicazione immediata di un “qui” e di “un altrove”, un altrove che viene declinato tanto come futuro (“Ma c’è un futuro pensabile, remoto/come un imprevisto, una terra promessa/che forse è solo un campo di battaglia/spazzato dal vento”) che come passato (ad esempio, tra le altre, la poesia Pastorale), un altrove non solo temporale, passato e futuro, “prima” e “dopo”, ma anche più metaforico inteso come un “dietro”, un “oltre”: può essere dunque le cose andate all’altro capo nel senso delle cose e delle persone perdute, non recuperabili, o anche delle cose sognate, immaginate, dei fantasmi della mente, delle cose fantasmatiche. Può essere ancora, l’altro capo del qui tangibile, ovvero il là, un oltre popolato di ombre, di non vivi (“Qualcuno ancora si muove,/ci viene incontro malcelando la tristezza/di non essere vivo, e facendo finta di niente”). Si succedono le tante figure dell’“altro capo”: le “terre abbandonate” in Medea; il presente nella sua evanescenza, “quel che vediamo/è solo un ologramma del passato” (Quando veramente accade); la trascendenza di un “Dio [che] non sa parlare, non ha lingua” (Scritto su un muro; l’arte e la poesia “ombra di una parola da una pagina all’altra”. All’altro capo è subito il segno di una dualità – questo capo e l’altro capo – dove il questo implica sempre l’altro che lo supera e viceversa, e nello stesso tempo, nell’altro c’è sempre un questo a trattenere. Ulteriorità dunque mai fino in fondo raggiunta, alterità mai fino in fondo preservata: dualità senza salvezza. All’altro capo si dà fondamentalmente come trama di opposizioni il cui riscontro puntuale restituisce lo spessore e le diverse variazioni dell’altro capo: davanti (o in contrapposizione) al fare, il non aver potuto fare e il non poter fare (“e lunghe spiagge sotto la scogliera/dove d’estate non sarai mai scesa”, Canzone per Marilyn); davanti al darsi e all’esserci materiale, il non esserci fino all’impossibilità (“Non potevano esserci aquiloni –/non c’era una spiaggia dove correre”, Fotografia della tovaglia, dove si può evidenziare il tema ricorrente della spiaggia come impossibilità di ogni destinazione); davanti alla presenza, l’assenza e la mancanza (l’intera sezione Chimica dell’abbandono); davanti al tempo da vivere, il tempo che fugge (“I limoni cadono sempre./Li ho sotto gli occhi, e parlo già al passato”, La limonaia); davanti alla luce, l’ombra e il buio; davanti al corpo, il fantasma; davanti al vicino, il distante (“perché è lontana la città lasciata,/lontano il tempo che t’invita a fermarti,/già distante è la prossima città”, Canzone per Marilyn ); davanti alla realtà, il sogno e la fiaba (“C’è un giardino, sul retro: la mia fiaba”, Schopenhauer, dove la fiaba è significativamente associata al retro, al retro del giardino – della realtà – nell’opposizione concomitante davanti-dietro); davanti all’attualità, il passato e il ricordo; davanti al vero, l’inganno (Una poesia sul Natale) o il miraggio (“tutta questa purezza sarà presto un miraggio”, Punta della Dogana Vecchia); davanti alla voce, il silenzio (“e infine il silenzio invade i fili, i muri,/ le sinapsi e la voce non esce,/ neppure fossimo nel regno dei morti”, Bacon); davanti alla veglia, il sonno (“nel sonno ho ricomprato la mia casa”); davanti al pieno, il vuoto e la sottrazione; davanti alla vita, la morte (come nei funerali evocati nella poesia V delle Cinque Poesie e in P.B.). Tra i due poli di ognuna di queste opposizioni si mantiene un rapporto che non si può sciogliere in favore dell’uno o dell’altro; i due poli camminano insieme, l’uno non può cancellare l’altro: l’altro capo non è allora una via di fuga, non può sottrarre a questo rapporto. Questo rapporto è propriamente una “tensione” (“è ciò che si racconta è una tensione”, La stanza azzurra): è sospensione, attesa (“la mia attesa, come stia in agguato la paura”). Come avviene nell’amore, “nostro ponte sospeso”, “vuoto [che] si fa mondo” e mondo che si fa vuoto, in una inestricabilità tra gli opposti che inchioda a una condizione, appunto, di inevitabile sospensione. Questo capo e l’altro capo, in tutte le loro declinazioni, rimandano dunque sempre l’uno all’altro, immancabilmente: “il ricordo, quando balbetta, è pur sempre un rumore” (il ricordo, l’altro capo, non libera, non apre al silenzio, imbriglia ancora nel rumore, in una poesia di chiara matrice schopenhaueriana). Non vi può essere pertanto salvezza assoluta, solare, pienamente positiva: i due poli opposti vivono insieme, l’esistenza si ritrova così cristallizzata in una condizione di sospensione, di perpetua tensione tra di essi. Il dominante tono elegiaco del libro si spiega proprio con questo clima di attesa e di sospensione che lo avvolge interamente. Lo stesso vale per l’arte tutte le volte che gli affidiamo il nostro desiderio di consolazione, le nostre speranze di salvezza: la pittura, molto presente nel testo (gli è dedicata un’intera sezione, Atelier Valadon), e la poesia, se ci sottraggono “a tutta questa miseria” (Dalie nelle nicchie) è semplicemente perché sono “l’ultima illusione” (ibidem). Lo stesso concetto è espresso nella bellissima Variazione su una poesia di Nina Cassian dove “l’orizzonte è un alfabeto in viaggio”: a differenza della poesia originale della Cassian, ripresa da Deidier, dove si coltiva la speranza attraverso la poesia di giungere a un approdo confortevole, qui non c’è arrivo, non c’è destinazione possibile, la poesia e l’arte ci mantengono sospesi nel viaggio.
Esemplare, in questa cornice, è la poesia Pastorale, che appartiene alla sezione Tre Elegie:

Prima del millennio poteva attraversare i campi,
Perdersi sui tratturi senza paura di forare
E fermarsi al ponte sui fiumi aspettando le bisce.
Si orientava seguendo in lontananza le colline
Impaesate di finestre raggianti in pieno giorno.
Poi vennero i geometri, coi ferri del mestiere:
Aste, macchine fotografiche, mappe giganti
E furgoni che si portavano via con la terra
Un passato paziente. Da quel suolo altri giganti
S’affrettavano a uscire come i morti al giudizio,
Prefabbricati. L’orizzonte fu rotto per sempre.
Anche adesso ha nella testa un rumore di catena
Ma non può pedalare se non verso un identico
Compimento. Scrive, l’aria è fresca e in questo giardino
Ombre d’alberi e animali s’inseguono sull’erba.

In questa poesia e nella sezione che la contiene si denuncia una condizione di infelicità che, nell’ottica della sospensione citata, corrisponde non tanto a una condizione di felicità perduta – la felicità non può essere raggiunta e dunque nemmeno perduta – ma più esattamente a uno stato di “felicità mancata”, secondo le parole del poeta stesso (“Scende sul marciapiede/come una felicità mancata”, Piovasco). Davanti alla città industriale fagocitante, che nella sua corsa famelica verso lo sviluppo cancella e divora tutto un deposito di valori e tradizioni, l’altro capo in questa poesia è il paesaggio contadino e rurale di un tempo, ma senza alcuna idealizzazione, senza idillio, senza che il passato evocato possa realmente rappresentare una via di fuga. Anche nella poesia Orsa Maggiore ritorna il tema della natura contrapposta alla tecnica e a un certo progresso disumanizzante, in riferimento, come in Pastorale, alla capacità preservata di orientarsi con i segni naturali e non con gli ultimi ritrovati dell’ingegno tecnologico. L’opposizione città-campagna, in generale, una città-metropoli dalle vaste periferie anonime, ricorre spesso nel libro, ad esempio in maniera emblematica nella poesia Un pomeriggio a Tunbridge Wells. Sebbene in controluce alla città dei capannoni industriali il poeta riesca ancora a leggere la campagna scomparsa, con le sue prassi e i suoi riti, la trasfigurazione del ricordo, che rende presente anche quello che non c’è più, non offre alcuna salvezza: il “compimento” è “identico” (Pastorale). La bicicletta è una spia interessante, da leggere in corrispondenza puntuale con Pastorale. Come il paesaggio naturale è stato sconvolto dall’aggressione di uno sviluppo economico che ha annientato l’identità profonda dei luoghi, “la nostra vera casa”, messa sottosopra “senza cura” dai “nuovi abitatori”. Anche qui, l’elemento positivo, nostalgico, si ricollega alla natura ed è costituito da una fotografia con “le nostre biciclette lungo il fiume”. La bicicletta rappresenta l’aspirazione – la (rin)corsa – verso un mondo che non c’è più, che è stato definitivamente e irreparabilmente superato. La bicicletta è presente con la stessa valenza in Pastorale dove allude alla traccia di un passato ancora vivo nella memoria (“Anche adesso ha nella testa un rumore di catena”), il cui ricordo però – l’altro capo – non può che arrendersi davanti alla brutale evidenza del presente (“Ma non può pedalare se non verso un identico/compimento.”), non offrendo alcun sollievo momentaneo ma intensificando semmai il rimpianto. In Pastorale ritroviamo, dunque, nella forma dell’opposizione città-campagna, la stessa sospensione che attraversa tutto il libro, declinata come tensione tra un presente chiuso che non soddisfa e la nostalgia di un passato che non salva – sospensione che obbliga l’esistenza a una condizione di continuo e irrisolvibile sfasamento: impossibilità di essere pienamente solo in un capo (che sia questo o l’altro), inevitabilità di un’oscillazione perenne e del vuoto che la sostiene.

(Roberto Deidier, “All’altro capo”, Mondadori, 2021)

Immagine: Roberto Deidier, foto di Dino Ignani. 

Fabrizio Ferreri è dottore di ricerca in Filosofia, Università Statale di Milano, e in Sociologia dell’innovazione e dello sviluppo locale, Università Kore di Enna. È socio della Società dei Territorialisti, dell’Associazione Italiana di Sociologia e di Riabitare l’Italia. Fa parte della Rete Nazionale di Giovani Ricercatori per le Aree Interne promossa dal Politecnico di Milano. Ha pubblicato Corpo a Corpo (Ladolfi Editore, 2019, con prefazione di Gabriella Sica) con cui ha ricevuto la menzione d’onore al Premio Lorenzo Montano 2019. È autore di Coscienza di luogo e sviluppo locale (Giuseppe Maimone Editore, 2018) e curatore di Case a 1€ nei borghi d’Italia (Dario Flaccovio Editore, 2021) e di Borghi di Sicilia (Dario Flaccovio Editore, 2018). È organizzatore insieme a Grazia Calanna del Festival e del Premio di Poesia Paolo Prestigiacomo - San Mauro Castelverde.


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