Cinque poesie in anteprima da “Alla giusta stagione” di Pietro De Marchi (Edizioni Casagrande, 2026).
UNA COSA CHE MI PIACE
è leggere
i libri già letti da altri,
trovare tra le pagine
un vecchio biglietto del tram,
vedere i segni in matita
lasciati sul margine, chiedermi
se anch’io avrei sottolineato
quel verso, quella rima,
quell’incrocio di parole
tra irlande verdi e grigie terre nuove
WHAT’S IN A NAME?
Se allora mi avessero chiesto
qual era il mio animale preferito, forse
avrei detto il narvalo, l’unicorno dei mari.
Non so che cosa più mi attraesse,
se la forma del corpo, bombata
come quella d’un missile,
con quella zanna appuntita, attorcigliata
a spirale, lunga e stretta come un’asta,
una lancia che trafigge,
o non piuttosto la parola stessa, il nome
del cetaceo, così carico d’echi,
di risonanze foniche. Dicevo narvalo
e pensavo navajo, nervoso, narciso, narcosi…
Ma che cosa avrei detto se avessi saputo
che il nome del narvalo deriva
dalle antiche lingue nordiche,
e significa qualcosa come ‘balena
cadavere’, per via del colore della pelle
che assomiglia al pallore
di quando si muore?
IN TALI FRANGENTI
L’interrogativo è sempre lo stesso: «Che fare?»
Sperare nei tirannicidi, nella rivolta delle masse,
nella resipiscenza dei meno fanatici,
nella diplomazia internazionale,
nello sciopero delle Lisistrate,
nel buon esempio degli apostoli di pace?
Sullo scandalo di tutte quelle morti
si misura non so se la nostra viltà,
di certo la nostra impotenza.
Non so neppure se in tali frangenti
scrivere una poesia serva a qualcosa.
Non serve neanche la prosa.
COME LA PANTERA DI RILKE
“Ihm ist, als ob es tausend Stäbe gäbe
und hinter tausend Stäben keine Welt”
(Rainer Maria Rilke, “Der Panther”)
Nella vita fuori, dicono, faceva il guardaboschi,
con il sole o con la pioggia tutto il giorno all’aria aperta.
Ma ora ha la mente in disordine, la memoria a brandelli,
non dice una parola, non parla più a nessuno.
Solo cammina, tutto il giorno cammina
avanti e indietro, e non si ferma mai.
Chissà che cosa pensa quando arriva all’inferriata,
guarda fuori, si volta, poi riprende il suo giro.
Rivedrà le sue piante, le sane e le malate,
gli abeti d’alto fusto, i sentieri interrotti nel bosco?
O vedrà anche lui solo sbarre e cancelli, sbarre e cancelli,
e nessun mondo fuori di qui?
NEI TERRESTRI CONFINI
E lì fuori il paese con le case e le strade
e tutto intorno la corona dei monti ancora orlati di neve
e al di là la pianura con il fiume che corre rapido al mare
e infine l’orizzonte e le nuvole
e così zoomando e speculando
arrivi in un nanosecondo al sistema solare, agli spazi
interstellari, alle galassie remotissime
a cospetto delle quali non siamo
che minuscola materia pensante
ma già qui nei nostri terrestri confini
siamo tutti poco più di niente
e non c’è altro da dire
e va bene così
Pietro De Marchi (1958) ha insegnato lingua e letteratura italiana all’Università di Zurigo. Per le Edizioni Casagrande ha pubblicato tre libri di poesia: "Parabole smorzate" (1999), "Replica" (2006, Premio Schiller), "La carta delle arance" (2016, Premio Gottfried Keller), e due raccolte di racconti: "Ritratti levati dall’ombra" (2013) e "Con il foglio sulle ginocchia" (2020).