Alejandra Pizarnik, L’altra voce. Lettere 1955-1972

A cura di Andrea Franconi e Fabio Orecchini, esce per Giometti&Antonello L’altra voce, una raccolta di lettere di Alejandra Pizarnik, che riunisce una corrispondenza durata dal 1955 al 1972. Pubblichiamo tre lettere: a Antonio Requeni, Ivonne Bordelois e Silvina Ocampo.

A Antonio Requeni

Antonio Requeni (1930) è un giornalista e scrittore argentino. Dal 1958 al 1994 collaborò con il giornale «La prensa». Fu vicino di casa di Pizarnik sin dall’infanzia e fu la persona che la indusse, tramite i propri racconti, a trasferirsi a Parigi nel 1960. I quattro anni trascorsi a Parigi furono decisivi nella maturazione della poetessa. In un’intervista Requeni descrive così il suo ritorno, nel 1964, a Buenos Aires: «[…] era cambiata, anche fisicamente: i suoi tratti si erano induriti, era divenuta cupa, come torturata. La graziosa bambinetta che accompagnavo a casa di notte tornando dalle riunioni […] era divenuta una donna distante. […] Quando mi comunicarono del suicidio, mi fece male ma non mi sorprese. Alejandra era carne da suicidio. Era sempre stata una poetessa ossessiva, ma la sua ultima opera aveva un tono esasperato che lasciava intravedere la fine. In una delle ultime poesie scrisse: ‘basta fare la coda per morire’».

 

senza luogo né data

Antonio: allora l’angelo che firma con il mio nome mi ha dettato questa poesia per te

C’è sole fuori.
È solo un sole
ma gli uomini lo guardano
e poi cantano.

Io non so di soli.
So il canto dell’angelo
e il sermone caldo
dell’ultimo vento.
So urlare fino all’alba
quando la morte riposa nuda
nella mia ombra

E piango, avvolta nel mio fiato,
sventolando fazzoletti nella notte
e danzando con navi assetate
di realtà.
Io nascondo chiodi
per beffare i miei sogni infermi.

C’è sole fuori.
Io mi vesto di ceneri.

*

senza luogo né data

Carissimo Antonio:

Perdona il ritardo epistolare e se ti ho dato l’impressione di averti dimenticato. Non so se hai sentito tutte le volte che ti ho pensato, dovrai pur essertene accorto in qualche modo – un suono nell’aria, un profumo, qualcosa insomma che te lo stava comunicando.

Ho ricevuto la tua lettera il giorno stesso del mio arrivo. Mi è giunta come una mano amica e mi ha dato una gioia enorme.

Cosa posso dirti di Parigi che tu già non sappia? Sono innamorata di questa città e delle sue viuzze che parlano, cantano. Non faccio altro che camminare e guardare e imparare a guardare; ho conosciuto alcuni giovani poeti e pittori francesi; ammetto di provare una certa nostalgia del castigliano, tanto parlare francese mi stordisce. Per consolarmi scrivo poesie – mi si scrivono. Credo che il francese sia fatto più per essere letto che parlato o ascoltato. La vita quotidiana (è quella che vivo io?) o qualunque cosa sia è dura proprio come mi avevi annunciato. Ho traslocato perlopiù: di stanzetta sinistra in stanzetta allegra fino a ricadere, finiti i soldi, nelle fauci della famiglia. Meglio però che la mia charmante mamma non sappia dei miei traslochi, non farebbe altro che preoccuparsi. Per ora non andrò in altri paesi, non solo per l’assente e assurdo denaro, ma anche e soprattutto per il mio amore per Parigi e desiderio di conoscerla profondamente.

Non ho utilizzato ancora gli indirizzi che mi hai dato. Sono patologicamente timida quando si tratta di incontrare persone che non conosco. Quelle che conosco non sono molte, ma per il momento sono sufficienti, e poi che male può farmi un po’ di solitudine in più? E poi, come sentirla la solitudine se non faccio altro che camminare, vedere quadri, teatro, cinema, ecc.? E poi (come vedi c’è sempre un «e poi» – e speriamo ce ne siano ancora per tanto tempo) ho pensato molto, mi sono conosciuta un po’ di più (il che è sempre triste) e ho fatto, credo, qualche progresso nelle cose di dentro.

Ho conosciuto Simone de Beauvoir. Ci siamo incontrate a Les Deux Magots e abbiamo parlato per ore. È molto affascinante e amichevole. Ho finito per raccontarle della mia stanzetta e della mia esaltata adolescenza. Forse la incontrerò di nuovo. Ho anche conosciuto Octavio Paz, che vedo abbastanza spesso. Della Parigi notturna non so niente… mi rende triste l’idea di tornare – benché mi riempia di gioia quella di rivedere (rivederti) le persone che amo – ma rimanere qui a tempo indeterminato è difficile, tanto più che l’unica mansione che può svolgere una straniera è troppo infernale, prendersi cura dei bambini o cose simili, il che significa dare il mio tempo (l’unica cosa che possiedo) in cambio di qualche miseria. Eppure, anche se è così cara, questa città ha qualcosa che permette a chiunque di cavarsela in qualche modo. E se così non fosse, se una o uno non riesce a cavarsela, che cosa importa in fondo, visto che le viuzze parlano e cantano? Ti lascio, a molto, molto presto, con un grande abbraccio,

Alejandra

Non prendermi come esempio, sono davvero un esempio pessimo, e scrivimi appena puoi, così saprò con certezza che mi perdoni per il ritardo.

Consulat d’Argentine
11, rue Madrid
Paris 8e
France

Lo stile quasi telegrafico della lettera è dovuto al fatto che sono le 3 del mattino. La prossima sarà più lunga.

***

A Ivonne Bordelois

Ivonne Bordelois (1934) conobbe Pizarnik negli anni ’60, a Parigi. Insieme realizzarono articoli, reportage (tra cui un’intervista a J.L. Borges) e traduzioni (molto conosciuta fu quella di Y. Bonnefoy). La corrispondenza tra Pizarnik e Bordelois va dal periodo parigino (1960-1964) fino al 1972. Ricorda Bordelois in un’intervista: «A Parigi era abitata da una specie di energia, fu un momento positivo e quando tornò i suoi libri di poesia ebbero molto successo, ottenne il Premio Municipal di Poesia, cosa incredibile, vista l’età, il sesso, e le poche pubblicazioni. […] dopo poco ottenne la Borsa Guggenheim e andò negli usa. Voleva tornare a Parigi ma J. Cortázar e O. Paz erano coinvolti ormai nella polemica sulla rivoluzione cubana e le dispute con Vargas Llosa, non c’era posto per lei […]». Queste lettere permettono di seguire alcuni tra gli episodi chiave nella vita della poetessa: il soggiorno a Parigi (1960-1964); il ritorno a Buenos Aires; la prestigiosa borsa Guggenheim (1965-1968) e la possibilità di lavorare come ricercatrice coltivando i propri studi; la comparsa del suo libro più importante, Extracción de la piedra de locura (1968); la fulminea discesa verso El infierno musical (1971).

senza luogo né data

diario inedito (le parti che ti ho letto chère gorda)

24 febbraio – 1963

Nel mio caso le parole sono cose e le cose sono parole. Poiché non possiedo cose, o meglio, mi è impossibile conferire loro una realtà, le nomino, e credo nel loro nome (il nome diviene reale e la cosa nominata sfuma, diventa il fantasma del nome). Ora so perché sogno di scrivere poesie-oggetto. È la mia sete di realtà, il mio sogno di una specie di materialismo all’interno del sogno.

(ti ripeto che al tempo del libro non avevo coscienza di questo).

 

22 febbraio

Parole. È tutto ciò che mi hanno dato. La mia eredità. La mia condanna. Chiedere che la revochino. Come chiederlo? Con le parole.

Le parole sono la mia assenza particolare. Come la famosa «propria morte» c’è in me un’assenza autonoma fatta di linguaggio. Non capisco il linguaggio, ed è l’unica cosa che possiedo. È come avere una malattia o esserne posseduta senza che da ciò derivi alcun incontro, perché l’ammalata lotta per conto proprio – da sola – con la malattia, che fa lo stesso…

… Questo silenzio delle parole è l’orrore, è la vertigine allo stato puro.

 

8 gennaio

Pericoloso momento quando il poeta smette di dire io per indicare le cose esclusivamente. Transizione tremenda: ne La Lucarne ovale Reverdy dice io e si lamenta, protesta, ironizza. E adesso parla di lampade spente e persiane chiuse. In verità, dire io è un atto di fede. Niente di più desolante di una poesia che indica le cose per ciò che esse hanno di muto, di inerte.

La poesia si converte allora in un gioco, alla ricerca di parole belle che non significano nulla (penso a Góngora). Quando il poeta non enuncia sé stesso né si innalza per celebrare o maledire, appare il silenzio della pura disperazione, dell’attesa senza fine. E tuttavia è ancora canto, è voce, è dire invece di non dire. È ancora una prova di fede. L’ultima.

Lettera di C.C.: «La vita si ritrae a volte come un’onda; e bisogna resistere alla cattiva ispirazione di collezionare conchiglie… questa fuga disperata verso ‘quello che non volete dire’ è una fuga al rovescio, come quelle fughe d’amore che in realtà sono delle cacce. In principio tutto questo è assurdo, perché la poesia come l’amore cominciano soltanto quando ogni lotta è stata abbandonata. Ma questo avviene soltanto all’ora prescritta, come il risveglio alla fine di un sogno».

Ma chère, sto morendo di sonno per cui sarò breve e poi a dormire. Sono stata a «Cuadernos»: per la poesia tradotta mi hanno dato 49 franchi che onestamente dividerò con la piccola Queta. Arcienagas vuole Pasternak e già mi ha spiegato in che modo. Non mi sembra male l’onorario che ci hanno dato per una sola poesia. Di Pasternak me ne ha chieste due. Vediamoci presto. Sarebbe bello fare qualcosa toujours le dimanche, chez marie-jeanne-des-anges.

Abbracci e scusa gli errori ma muoio di sonno.

Alejandrita

***

A Silvina Ocampo

Silvina Ocampo (1903-1993), personalità tra le più rilevanti nella letteratura argentina, è legata a Pizarnik da una relazione molto particolare: un’amicizia che con il tempo si converte in vera e propria passione da parte della giovane poetessa, come danno testimonianza alcune tra le lettere qui presenti. Moglie di A.B. Casares e amica di J.L. Borges, fu l’ultima di sei sorelle, la maggiore delle quali, Victoria, fu la fondatrice della rivista «Sur».

 

Buenos Aires, 3 aprile 1970

Chère musicienne du silence, per favore, non dire: Che decadenza! Scrive con una penna a sfera! perché si tratta di uno dei fortuiti giochi del caso. Domenica scorsa ho (si è) scritto un dialogo tra marionette. La mia preferita era – come puoi immaginare – una marionetta notoriamente minuscola che a una domanda sulla sua identità dice di essere «soltanto un nano» di nome Zacarías Bienvenido Cipriano, autore di una pièce teatrale chiamata come lui, cioè: Il pompon. Il mio testo prosegue con altre peripezie non meno importanti per l’umanità, fino a che (mi si) scrive / scrivo questa frase:

la fata è sbronza – disse il pompon.

Che dirti se hai già sorriso e sentito ciò che ho sentito io, quando ho letto sorridendo la mia frasettina? Ma – per tutti i Mani di Coleridge! – è appena suonato il campanello ed è saltato fuori un amico a colpi di «sono felice e ti ho portato un regalo». Il regalo era una scatola con cosette che adoreresti anche se nulla supera la grazia di questa deliziosa pennina con la punta che sembra rivestita da… un pompon! Tenerissimo, azzurro, invernale, anelante di neve e… «ça chauffe le coeur», ho detto a te e al mio amico.

Questa banalissima scena ha segnato la fine di una settimana di: devo buttarmi dalla finestra.

Lo stesso amico, che era appena arrivato da Parigi, mi ha dato una registrazione «per te dal tuo amico Julio (cortázar)». Ieri sono andata chez Olga – che ha lo stesso enorme registratore di Julio – e, nonostante il pompon, l’asma non mi dava tregua, non mi lasciava più, non voleva che io respirassi come, ad esempio, la mia «assistente», la quale, l’ho saputo oggi, porta questo nome: Emma Victoria Paz.

Comincia il nastro. Alla 2ª frase mi metto gli occhiali scuri. Alla terza mi metto a disegnare e a fingere che mi importa soltanto di questo pupazzetto (Zacarías?) scappato dalla mia penna. È semplice: Julio mi parla come al telefono: è tale ora, faccio tale cosa, è arrivato il tuo libro Nombres y figuras (il volumetto d’argento stampato nella Madre Patria che ci ha messo al mondo), lo guardo, lo apro; il titolo della prima poesia è un blues di Bessie Smith, non l’hai ascoltato a casa mia? Aspetta, la rileggo – e la legge a voce alta, dal vivo, e la commenta e io piango come 1339 cuccioli appena nati – non so se Olga si è resa conto che continuavo a disegnare senza vedere più niente perché il pianto era come la pioggia quando scivola sui vetri della finestra. Com’è semplice e tremendo, Sylvette, questo incontro tra me e Julio nello spazio o nella ferita di un solitario libretto destinato a nessuno. Cerca di andarlo a trovare, il suo n° è nell’elenco, digli che avendo pianto grazie a lui sono riuscita a respirare come la regina delle respiranti, digli che il solo fatto che lui, Julio, esista in questo mondo, è una ragione per non buttarsi dalla finestra.

Julio, tu, Adolfito, Octavio… Sento che siete qui (così come quando Hölderlin una notte «mi ha detto»: «Stai piangendo perché l’amore è morto (per te, ovviamente). D’ora in poi non amerai che ombre. E quindi?». Scusami: in realtà lo ha detto con parole più belle) e mi dico: Loro sostengono il tuo mondo vertiginoso e in più ti aiutano a respirare come nessuna medicina può farlo. Ma insomma, quanti yo-yo che ci sono in questa lettera!

Perdonami Silvina, la mia Silvina, quella che sei per me, e quale immagine meravigliosa… – lo sai. (Se ti viene voglia di mostrare questa lettera a Julio non mi oppongo, al contrario; ma neanche, ça va de soi, ti sto suggerendo di farlo…)

Sei a Parigi? Se riesci – casomai tornassi in nave – a comprare carta da lettere, tant mieux. Ricordo che ce ne erano di belle alla Papeterie Montparnasse, vicino al Café Dome. Non dico di comprarla per me ma per te. Pensami tenerissima. Accetta due baci da colei che ti è essenzialmente fedele:

Sacha