A matéria do poema – Poeti portoghesi contemporanei /1

Nuno Júdice (Mexilhoeira Grande, Algarve, 1949) è uno dei poeti più autorevoli della Penisola Iberica, ha vinto i premi più importanti per la poesia di lingua portoghese e  (insieme a João Cabral de Melo Neto e Sophia de Mello Breyner) è uno dei tre poeti di lingua portoghese insigniti del Premio Reina Sofía per la Poesia Ibero-americana, il più importante che un poeta della Penisola Iberica possa ricevere. Ha pubblicato numerose opere di narrativa e saggistica. Tradotta in varie lingue, la sua poesia è fruibile anche nella Collana Poésie/Gallimard.

Della traiettoria poetica di Júdice (che inizia nel 1972 con A noçao do poema) è stato detto in numerose occasioni che affonda le radici nei temi consueti della sua poesia: l’amore, la poetica, il tempo, offrendone una rilettura. Ad essi si deve aggiungere, nei libri più recenti, la preoccupazione per la storia, di cui Júdice rivisita, non senza ironia, determinati episodi, per umanizzare o mettere in luce le ragioni di certi personaggi storici.

Uno degli assi portanti della poetica di Júdice è la disamina della realtà per comprenderne e spiegarne i meccanismi, anche quelli di ciò che ci unisce: i sentimenti umani. Conviene qui fare riferimento alle parole del poeta stesso, estrapolate da un recente articolo di Ricardo Marques (1): “il vero gioco non consiste nel dissimulare l’argomento, bensì piuttosto del dissimulare il proprio gioco”. E aggiunge: “vedo la mia poesia come una lunga poesia che è iniziata a metà degli anni Sessanta e che ancora non è terminata. Con tutto il rispetto per i cambiamenti, non c’è nulla di peggio che cambiare”. Grazia alla sua sottile ironia, alla forma discorsiva, al linguaggio accessibile e alle combinazioni contrastive, la poesia di Júdice si fa gradualmente da sé, fino alla definizione del fenomeno poetico stesso e alla costruzione del reale.

Juan Carlos Reche
Traduzione dallo spagnolo di Chiara De Luca

1. In «Revista do Centro de Estudos Portugueses», v. 32 n. 48, Jul-Dic 2012, Universidade Federal de Minas Gerais.

***

De A matéria do poema, Ed. Dom Quixote, Lisboa, 2008

ASSIOMA POETICO

Ci sono due ipotesi di senso oltre
quella che la poesia indica: la prima,
parla di ciò che sento;
la seconda, a ciò che penso di quel
che sento. Ma l’altra ipotesi, che
non è nella prima né nella seconda
posibilità, è quella che parla di ciò che
penso di quello che sento e, d’altro
lato, di ciò che sento di quel che penso. Se
non so, per certo, qual è delle due la più certa,
è perché ciò che c’è di più certo è
l’incerto, e quanto più è incerto tanto più
lo sento come certo. Giungo, perciò,
a una conclusione: la terza ipotesi
deriva dalle prime due, e ciò che
penso mi fa sentire che sento solo
perché penso, però potrei anche
pensare che lo sento solo perché
non c’è senso senza sentimento.

*

AXIOMA POÉTICO

Há duas hipóteses de sentido para
além da que o poema indica: a primeira,
diz respeito ao que eu sinto;
a segunda, ao que eu penso do que
sinto. Mas a outra hipótese, a que
não está na primeira nem na segunda
possibilidade, é a que fala do que
eu penso do que sinto e, por outro
lado, do que eu sinto do que penso. Se
não sei, ao certo, qual delas é mais certa,
é porque aquilo que é mais certo é
o incerto, e quanto mais incerto mais
o sinto como certo. Chego, por isso,
a uma conclusão: a terceira hipótese
decorre das duas primeiras, e o que
penso faz-me sentir que só sinto
porque penso, embora também
pudesse pensar que só o sinto por
não haver sentido sem sentimento.

***

LA VALIGIA DEL POETA

Álvaro de Campos pensava a preparare la valigia. Era [sempre
in viaggio, perciò la valigia era sempre ai piedi del letto, e [lì
c’era il vestiario che gli sarebbe servito una volta sbarcato [dal-
l’altro capo del mondo, che fosse laggiù, o più vicino, che [vi si
fermasse o meno. Tavira, Glasgow, Londra, o Cairo, e [chissà dove
ancora, con ragazzini biondi o senza, o almeno con quella
Cecily che, posso confermarlo, lo aiutò a fare la valigia [l’ultima
volta che s’imbarcò per Lisbona, e anche la volta che non [tornò
ad aprirla. Preparare la valigia; e tutte le valigie di viaggio, [solo per
non dover pensare a ciò di cui mi sto dimenticando, [quando
vado da qualche parte; e ciò che non ho mai dimenticato,
di sicuro, è stato di mettere nella valigia che stavo [preparando
quell’Álvaro de Campos, dell’edizione bianca, che è quella
di cui mi servo perché è lì che si trova il miglior Álvaro de [Campos,
messo nella valigia per l’Attica da Casais Monteiro e da [Gaspar
Simões, che sapevano il fatto loro, tipo come la valigia non [sempre
sia da preparare a puntino, ma è questo che dà gusto
a quelli cui spetta aprire le valigie degli altri, per scoprire
che ci sono calze spaiate, che una cravatta non si addice
alla camicia, e che chi necessitava dell’aspirina per [l’emicrania alla fine
ha un chewing-gum preso al duty-free shop, apparso nel [cartoccio
non si sa per quale motivo. È meglio, diceva Campos, [prepararsi
la valigia; forse perché non ne ha mai parlato a Pessoa? È [che
se Pessoa avesse saputo che Campos pensava che le cose si [dovessero
preparare, forse avrebbe trovato il tempo per preparare il [baule. Il problema
di Pessoa è che non portava mai il baule in viaggio con sé, [perché altrimenti
avrebbe dovuto prepararlo come si fa con le valigie. Odi [nel settore
delle odi, sonetti coi sonetti, e ogni eteronimo al suo posto,
senza nulla togliere né aggiungere. Ma al contrario della [valigia di Campos,
il baule di Pessoa rimase lì perché altri lo sistemassero, e [non sono mancati
mai preparatori perché il baule è grande, e dentro ci [entrano un sacco di mani.
Io sono uno che non ha bisogno di mettere la mano nel [baule, mi basta
l’edizione con il cavallino di Almada, e quante volte [montai sulla sua
groppa per correre alla sfilata, senza sella né esercizio, per [quei campi
che Campos aveva aperto, ogni volta che chiudeva la [valigia e partiva
per altro, o anche quando tornava, perché era la valigia a [non allontanarsi
mai dai suoi piedi. E ancora è una fortuna per noi, che non [dobbiamo scegliere
tra la valigia e il baule, né dobbiamo preparare nulla [perché, in queste
cose della poesia, l’arte è nell’ordine con cui il poeta
disordina tutto.

*

A MALA DO POETA

O Álvaro de Campos pensou em arrumar a mala. Andava [sempre
de viagem, e por isso a mala não saía de ao pé da cama, e [era para lá
que ia a roupa de que ele iria precisar quando [desembarcasse do
outro lado da Terra, se fosse para lá, ou mais perto, se por
cá ficasse. Tavira, Glasgow, Londres, o Cairo, e sabe-se lá [que mais,
com rapazinhos louros ou sem eles, ou ao menos com essa
Cecily que, posso confirmar, o ajudou a fazer a mala da [última
vez que embarcou para Lisboa, e tão bem a fez que ele não [voltou
a abri-la. Arrumar a mala; e todas as malas de viagem, só [para
não ter de pensar do que é que me estou a esquecer, [quando
vou para qualquer lado; e aquilo de que não me esqueci,
de certeza, foi de meter na mala que arrumei
o Álvaro de Campos, o da edição branca, que é aquela
de que me sirvo porque é nela que está o melhor Álvaro de [Campos,
metido na mala da Ática pelo Casais Monteiro e pelo [Gaspar
Simões, que sabiam o que faziam, mesmo que a mala nem [sempre
estivesse arrumada como devia ser, mas é isso que dá sabor
a quem tem de abrir malas que não lhe pertencem, e ver
que há meias que não estão certas, que uma gravata não [condiz com
a camisa, e que quem precisa de aspirina para a dor de [cabeça afinal
tem é pastilha elástica de uma loja de conveniência, que [apareceu
no embrulho não se sabe porquê. Mais vale, dizia o [Campos, arrumar
a mala; mas por que é que ele não falou nisso ao Pessoa? É [que
se o Pessoa soubesse que o Campos pensava que as coisas [deviam estar
arrumadas, talvez tivesse arranjado tempo para arrumar a [arca. O problema
do Pessoa é que não viajava de arca atrás dele, porque se o [fizesse
teria de arrumar a arca, como se arrumam as malas. Odes [no lugar
das odes, sonetos com sonetos, e cada heterónimo no seu [sítio,
sem nada a tirar nem acrescentar. Mas ao contrário da [mala do Campos,
a arca do Pessoa ficou para que outros a arrumassem, e não [têm faltado
arrumadores porque a arca é grande, e cabem lá dentro [muitas mãos.
Eu é que não preciso de meter a mão na arca, porque [basta-me aquela
edição com o cavalinho do Almada, e quantas vezes não [montei
nele para correr à desfilada, sem sela nem treino, por esses [campos
que o Campos abriu, de cada vez que fechava a mala e [partia
para outra, ou mesmo quando voltava, porque a mala é [que não saía
de ao pé dele. E ainda bem para nós, que não temos de [escolher
entre a mala e a arca, nem temos de arrumar nada porque, [nestas
coisas da poesia, a arte está na arrumação com que o poeta
desarruma tudo.

***

UNA POETICA IN SOFFITTA

In mezzo alle cose vecchie cerco quel che
è nuovo. In ogni fine vedo un principio;
e tutti i cocci ritornano a comporsi,
anche quando mancano frammenti, o non
si sa a quale metà l’altra metà appartenga.

Con la poesia è lo stesso: la faccio con le
parole vecchie, quelle che sono piene
di muffa, quelle un tempo gettate in un canto
del dizionario. Alcune cose non so cosa
vogliano dire; altre hanno detto tante volte
la stessa cosa che ormai ho perduto il senso.
di ciò che dicono. Ma se le ricompongo, nel verso,
ciò che sento ha sempre un altro senso.

Questa poesia, per esempio, non ha in sé
nulla di nuovo. Le parole sono semplici,
banali i significati. Ed è per questo che,
in mezzo a loro, cammino in cerca di
cose nuove; e quando arrivo alla fine,
vedo un principio, e so che tutto torna
a comporsi, come se qui nulla mancasse.

*

UMA POÉTICA NO SÓTÃO

No meio de coisas velhas procuro o que
é novo. Em cada fim vejo um princípio;
e todos os cacos se voltam a colar,
mesmo quando faltam pedaços, ou não
se sabe a que parte pertence a outra.

É assim com o poema: faço-o com as
palavras velhas, as que estão cheias de
bolor, as que foram atiradas para um canto
do dicionário. Algumas, não sei o que
querem dizer; outras, disseram tantas vezes
o mesmo que já perdi o sentido do que
dizem. Mas quando as colo, no verso,
o que ouço tem sempre um outro sentido.

Este poema, por exemplo, não tem
nada de novo. As palavras são fáceis,
os sentidos são óbvios. E é por isso
que ando, no meio dele, à procura de
coisas novas; e ao chegar ao fim,
vejo um princípio, e sei que tudo se volta
a colar, como se nada aqui faltasse.

***

Da Geometria Variavel

EMA E MATILDE

Giorno dopo giorno, queste frazioni che sono il tutto,
mutano, crescono, trasformano lo sguardo
che le contempla, e si conformano all’immagine
che devono essere, prevista già dal giorno in cui
nacquero, perché non si dica che
si sono ingannate le stelle, come si
inganna chi le vuole contare. E loro, in
differenti a ciò che è differente da loro
si distraggono solo con ciò che distraggono
come altalene che si spingono sapendo
che dovranno tornare, e pupazzi che
parlano sapendo che devono tacere.
Sono loro a non farlo, quando il tempo
che le spinge le porta dove, ogni giorno,
essere è già non essere, e ciò che dicono
essere niente è sentir dire ciò che si deve
intuire, finché non inizieranno a dire
ciò che, per ora, non smette di ciarlare.

*

EMA E MATILDE

Dia após dia, estas frações que são o todo,
mudam, crescem, transformam o olhar
que as vê, e fazem-se a imagem que
hão-de ser, prevista já no dia em que
nasceram, para que não se diga que
os astros se enganaram, como se
engana quem os conta. E elas, in-
diferentes ao que não é com elas, só
se distraem com o que distraem, como
balouços que se empurra sabendo
que hão-de voltar, e bonecos que
falam sabendo que se hão-de calar.
Elas é que não, quando o tempo que
as empurra as leva para onde, cada
dia, estar é já não estar, e o que dizem
nada ser é ser dito o que se tem de
adivinhar, até começarem a dizer
o que, por agora, não passa de palrar.

Nota: Ringrazio Matteo Veronesi per i preziosi consigli e le suggestioni che mi hanno aiutata a sciogliere alcuni nodi di questi testi. Chiara De Luca

Da A te, che chiamo amore, Kolibris 2010. Traduzione di Chiara De Luca

INNO

Riconosco la voce errante e distante, il soffio
sommerso nella voluttà dell’ombra, il castano chiaro
dei capelli sterili in un ritratto di epilogo. Ri-
conosco la fredda cifra dell’acqua, la notte perduta
nel respiro degli angeli, nel grido sorgivo dell’oca.
Questa notte sospesa di un deliquio di nebulose,
pietrificata dal fremito dei preludi, frettolosa
amante nella discesa all’abisso, avanzò, marea,
breve e sommerse l’oscura nudità delle stelle nel
finito oriente dello sguardo. Riconosco la rupe
del desiderio d’eternità assopito, un fluttuare
di precipitazioni nel ritmo delle palpebre, il si-
lenzio, vago magnete dell’impazienza. Mormorio
di genesi nel posarsi delle dita, orlo dei confini
nell’abdicazione del gesto. Magico cerchio divino.

*

HINO

Reconheço a voz errante e longínqua, o sopro
mergulhado na volúpia da sombra, o castanho claro
dos cabelos estéreis num retrato de epílogo. Re-
conheço o frio número da água, a noite perdida
num hálito de anjos, no fontanário grito do ganso.
Essa noite suspensa de um desmaio de nebulosas,
imobilizada pelo tremor dos prelúdios, apressada
amante na descida do abismo, avançou, breve maré,
submergindo a obscura nudez das estrelas no
finito oriente do olhar. Reconheço a falésia
do dormente desejo de eternidade, um flutuar
de precipitações no ritmo das pálpebras, o si-
lêncio, vago íman da impaciência. Murmúrio
de génesis num pousar de dedos, rebordo de limites
na abdicação do gesto. Mágico círculo divino.

***

L’OMBRA DI EROS

La terra ha confini che conosciamo male; sento
le prime gocce di pioggia, pesanti, contro il vetro,
e una voce mi parla di quell’ignoranza, spiegandomene
il senso. «Immagina la forma dell’essere di cui
desiderasti l’essenza; prestale un corpo, la figura
concreta che oserebbe lo scultore, la tunica immateriale
dell’umanità; anima le sue labbra: e
lascia che formulino la prima domanda. Ah,
e se un grido d’amore ti ferisce le orecchie, prega
per gli amanti per i quali l’istante si trasformò
in eternità: dal loro respiro all’unisono
scaturì questo mormorio che scivola sul viso di pietra,
come acqua, in una simulazione di vita. Cedi
all’illusione suscitata dalle apparenze, nell’ambigua
duplicità dello spirito. Ruba, a quelli che il notturno
abbraccio confonde, l’immagine dell’amore, il sentimento
che nulla delinea, l’oscurità della tenerezza, e disegnali
senza rimorso – malgrado l’inverno – nella bianchezza
di un verso.»
La notte non impedisce che il suo viso
torni visibile, sorridente, nel piacere lento
della malinconia. Gli occhi, per i quali la sorpresa del [giorno
è un’antica astrazione, si abituano a fissare
l’anima ansante del desiderio – breve aspirazione che
intorpidisce i sensi, spingendone i passi furtivi
fino all’estasi di un sogno inquieto e propizio:
lo abitano le ombre pallide e alate che il fogliame
degli argini ricopre; e vi permane quella i cui capelli
si asciugarono alla febbre delle veglie. Dentro di te, ancora
vive; e un pensiero vago corrisponde, a volte, al suo [lamento –
come se la luce repentina nel profondo della casa
potesse farla tornare, senza il sudario della poesia,
nell’ansia nascente della primavera. «Dimenticami», dice
intanto, «restituendomi al rifugio del nulla.» Così,
il giorno tornerà alla sua improbabile esistenza; e
il primo canto degli uccelli esilia la sua voce
nell’insalubre cammino della memoria.

Loro, però, consumando il mistero che libera i cuori
dalla notte, avvicinano le labbra. Che parole
inutili risusciteranno altro amore in quello
che il presente cinge?

*

A SOMBRA DE EROS

A terra tem limites que mal conhecemos; ouço
as primeiras gotas da chuva, pesadas, contra o vidro,
e uma voz fala-me dessa ignorância, explicando-me
o seu sentido. “Imagina a forma do ser cuja esséncia
desejaste; empresta-lhe um corpo, a figura
concreta que o escultor ousaria, a túnica imaterial
da humanidade; anima os seus lábios: e
deixa que eles formulem a prime ira interrogação. Ah,
e se um grito de amor te fere os ouvidos, reza
pelos amantes para quem o instante se transformou
em eternidade: da sua uníssona respiração
brotou esse murmúrio que escorre pelo rosto de pedra,
como água, numa simulação de vida. Cede
á ilusão que as aparências suscitam, na ambígua
duplicidade do espírito. Rouba, a esses que o nocturno
abraço confunde, a imagem do amor, o sentimento
que nada define, a obscuridade da ternura, e desenha-os
sem remorso – apesar do Inverno – na brancura
de um verso.”
A noite não impede que o seu rosto
se torne visível, sorrindo, no prazer lento
da melancolia. Os olhos, para quem a surpresa do dia
é uma antiga abstracção, habituam-se a fixar
a alma ofegante do desejo – breve aspiração que
entorpece os sentidos, conduzindo os seus passos furtivos
para o êxtase de um sono inquieto e propício:
habitam-no as sombras pálidas e aladas que a folhagem
das margens abriga; e nele permanece aquela
cujos cabelos secaram na febre das vigilias. Dentro de ti,
ainda vive; e um pensamento vago corresponde, por vezes,
ao seu lamento – como se a luz súbita no fundo da casa
a pudesse trazer de volta, sem o sudário do poema,
no anseio nascente da primavera. “Esquece-me”, diz, no
entanto, “devolvendo-me ao refúgio do nada. “ Assim,
o dia tornará a sua existência improvável; e
o primeiro canto dos pássaros exila a sua voz
no insalubre caminho da memória.

Eles, porém, consumando o mistério que os corações
liberta da noite, aproximam os lábios. Que palavras
inúteis ressuscitariam outro amor nesse
que o presente cinge?

***

PIANO

Lavoro la poesia sopra un’ipotesi: l’amore
che si versa nel bicchiere della vita, fino a metà,
quasi potessimo berlo in un sorso. E in fondo,
come il vino torbido, lascia un gusto amaro
in bocca. Chiedo dov’è la trasparenza del
cristallo, la purezza del liquido iniziale, l’energia
di chi cerca di vuotare la bottiglia; e la risposta
sono questi cocci che ci tagliano le mani, la tavola
dell’anima sudicia di avanzi, parole versate
in una stanchezza di sensi. Torno, allora, alla prima
ipotesi. L’amore. Ma senza consumarlo in un sorso,
aspettando colmi il tempo il bicchiere fino all’orlo,
perché possa sollevarlo alla luce del tuo corpo
e vedervi attraverso per intero il tuo volto.

*

PLANO

Trabalho o poema sobre uma hipótese: o amor
que se deseja no copo da vida, até meio, como se
o pudéssemos beber de um trago. No fundo,
como o vinho turvo, deixa um gosto amargo na
boca. Pergunto onde está a transparência do
vidro, a pureza do líquido inicial, a energia
de quem procura esvaziar a garrafa; e a resposta
são estes cacos que nos cortam as mãos, a mesa
da alma suja de restos, palavras espalhadas
num cansaço de sentidos. Volto, então, à primeira
hipótese. O amor. Mas sem o gastar de uma vez,
esperando que o tempo encha o copo até cima,
para que o possa erguer à luz do teu corpo
e veja, através dele, o teu rosto inteiro.

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).

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