2040

da | Ago 26, 2025

Esce oggi per Crocetti la nuova raccolta poetica di Jorie Graham dal titolo “2040”, a cura di Antonella Francini. Pubblichiamo in anteprima, per gentile concessione di Feltrinelli, due poesie, “L’ultimo giorno” e “Pioggia tradotta”, tratte dalla sezione che apre il libro. La protagonista di questo racconto in versi sulla potenziale estinzione dell’umanità e della memoria umana è una narratrice solitaria in bilico fra un mondo scomparso e un futuro ignoto. I filamenti di memoria che raccoglie lungo il suo viaggio in uno scenario postapocalittico sono trame per una ricostruzione; le conversazioni che ricorda e riproduce sono denunce delle azioni e dei mali umani che stanno forse portando a un punto di non ritorno. Alla poesia e ai poeti, Graham dà in questo libro il difficile compito di preservare la memoria del mondo e risvegliare le coscienze. (A. F.)

 

L’ULTIMO GIORNO

lasciai la protezione
del mio piano & del mio
pensiero. Mi lasciai
andare. È speranza questa?

La luce fuggì.
Abbiamo un mondo
da perdere, pensai.
Fuggì l’estate.

S’alzarono le acque.
Come organizzarmi
ora. Dove trovo
l’ignoranza

necessaria. Come

non riassumere
ogni cosa? È mistero questo?
Questa complessa
assenza di disegno.

Nessuna somma per cui lottare.
Nessuna verità generale. Nessuna.
Come procedo senza
certezze. Come procedo

senza attività.
Nessun nord o
sud. Cosa dovrò
sovvertire. Dove
trovare il limite. Il
raro ineffabile
limite. Sotto
i numeri. Tramite e dietro

alfabeti e il loro brulicante alveare – qui,
in queste lettere.
Mi sporgo avanti
in cerca dell’aneddoto

che mi avvicini al

nulla. Non mi

mancano idee.
Riesco a vedere
come si ricompongono
i frammenti.

Riesco a essere
compagna umana
dell’umano. Non
sono scettica.

Cerco di entrare nell’in-
visibile. Dove i rami
dei salici
si piegano al mio

passo. Hanno un
sogno, penso. Hanno
desiderio. Così in alto
da terra vedo

troppo. Devo
scendere, devo
uscire dal raggio
dell’orizzonte. Sono

tracce di questa
estate o di quanti anni
fa? Queste erbe
rispuntate ora,

sono nuove? Questo
viene ricordato. Anche
mentre si cancella non
cancella la cosa

che era. E che ci diede.

Nessuno può dire intera la storia.

 

 

PIOGGIA TRADOTTA

Questo lo scrivo in codice perché non posso esporre o dire
la cosa. La cosa che dovrebbe essere, o vorrei
fosse
sondata scandagliata dissotterrata da questo silenzio, questo silenzio
sempre più fitto dove, una volta, lunghi steli sottili & fusti, prima
esili erbe, poi ramificati &
induriti, saldi &
robusti improvvisamente
tanto forti da sprigionare il visibile – leggibile per l’auto-correttore
risibile offre in fretta la mia
mente – così che devo farla recedere
loro, o qualunque cosa fossero,
crescevano. Ora
mi rivolgo di più ai morti,
ogni giorno più nitidi mentre m’avvicino,
nei loro strati setosi di
silenzio, il loro vasto oceano piatto,
rotolando sotto la luna piena,
che si gonfia, stria lo sfondo senza orizzonte,
e sembra estendersi per sempre
in quella direzione
ma cosa significa per sempre dove non c’è
spazio né tempo? Lo
respiro
e lo fisso. Respiro,
ho un dentro e
un fuori. Avrei dovuto avvisarti che respirare si è autocorretto
in generare. Pensavo di ignorarlo, ma che cosa strana
questo nostro espanderci,
diffonderci in pezzetti sempre più piccoli
nel mondo naturale
finché la nostra partecipazione è stata tanto rada
che siamo scomparsi, via.
Ricorda il codice, dice il via.
Ma io stavo dicendo
che arriverà la pioggia alla fine. Alla fine arriverà, dico in codice – &
capisci cosa intendo, vero?
È la pioggia che ho sempre atteso
perché solo ora
vedo cos’è
è bronzo sì quando il sole cerca di non tramontare
poi tutti questi platini che intrecciano la sua libertà
mentre scorre per trovare ogni fessura, allentare ogni
ultimo punto &
entrare. Toccherà ogni cosa. Farà di più del
di più. Di più dice la mia anima stupefatta, sì di più.
Si spingerà avanti & più profondamente avanti affinché tutto cresca.
E preghiamo ancora per questo.
Pensavamo non sarebbe mai arrivato.
Qualcosa è arrivato dice il codice.
Ma non è arrivato.
Non in realtà.
Pensavamo fosse un ideale.
Quindi deve arrivare.
Ma non è arrivato.
Come vorrei poter dire liberi. Eppure non siamo liberi
sembra. O lo siamo?
Ogni parola che uso l’ho usata prima.
Però non l’ho usata, no? Non l’ho esaurita, no? Quello che racchiude rimane
nascosto. E le parole
ricompaiono come
nuove. Pioggia, dico. Pioggia ora.
E l’oceano nero si mostra in infiniti dettagli sotto la luna.
Che importa se non tutto è illuminato.
Rimane molto perché molto rimane nascosto.
E tu, tu sei lì nel nascosto?
nulla è raro,
tutto risplende.
E tu là, raccogli ora queste parole & conservale come seme.
Aspetta la prossima pioggia.
Nel mondo perduto c’è chi sapeva se la pioggia
salvifica sarebbe
arrivata in tempo – se sarebbe
caduta davvero – non oltrepassandoci come previsione, come
foschia. Lo sapevano dagli
uccelli. Io
sono sempre qui con gli uccelli ancora per un po’.
Cosa dicono non lo so.
Si alza la polvere.
Arriva la sera.
Ascolto il cinguettio.
Ricordo il picchiettare improvviso della pioggia. Il suo fruscio sulla
terra dura.
Gli uccelli si posano.
Ora silenzio fra loro & un solo breve canto. Poi silenzio.
Dobbiamo aspettare tutti insieme.
Non c’è modo di sapere.
Non è arrivata.

 

NB: Per la traduzione della poesia “Pioggia tradotta” non è stato possibile presentare qui la grafia dell’originale, ci scusiamo per l’inconveniente.