Per quant’è lungo un bacio /4

da | Ago 22, 2014 | Senza categoria

E’ quel supplemento di storia, che non dipende da lui, a rendere più bello il più bel giorno del torero. Il 5 agosto 1934 Ignacio ignora che il destino gli ha dato otto giorni.
Gloria.
Vive l’ultima gloria nella tarde del 5 a Santander davanti a un pubblico che esalta con una faena eccezionale. Per il primo toro gli vengono concesse due orecchie, la coda e una zampa. S’alza a quel punto un signore nel tendido, gridando ciò che da una vita Ignacio sogna di sentire e poi può veramente smettere per sempre:
“Così toreava Joselito!”
Lo spettatore entusiasta è José Marìa de Cossío.
Ignacio fa la vuelta al ruedo per salutare il pubblico. Cerca con gli occhi gli amici poeti, in vacanza a Santander, e ha un tuffo al cuore: con loro c’è Marcelle e lui non lo sapeva.
Poiché quella sera non possono incontrarsi, le spiega a telefono che mancano soltanto tre corride al termine della stagione: “Cela fait, je renoncerai définitivement à toréer”. Marcelle trascriverà queste parole mentre terrà per sé le promesse che accompagnano l’annuncio. E’ questione di giorni.
Invece il supplemento della storia termina così, in una distanza meno compatibile di quella fra due che stanno lontano, perché è una distanza di prossimità, con reciproci sguardi fra l’arena e gli spalti e le voci sul filo di una linea. Si lambiscono senza toccarsi.
Quand’è destino. Che s’insiste a fare.

Gli estremi giorni di Sánchez Mejías da allora seguono una bizzarra scivolata. Parte subito per Pontevedra dove s’esibisce l’indomani con due celebrità: Belmonte e Domingo Ortega. Nel tendido c’è Ortega y Gasset. Sarà un pomeriggio insulso e terribile. Belmonte va a finire un toro con il descabello alla cervice, ma per una cornata la spada schizza tra il pubblico e uccide uno spettatore sul colpo. Il medesimo incidente fu immaginato da Gómez de la Serna nel romanzo sul torero Caracho e rende il senso della tragedia: “Davvero quando si muore per una simile fatalità vuol dire che si è talmente segnati dalla Provvidenza che la morte non ammette replica”. Si è vittima del gioco di dadi cui si dedica la Provvidenza “con la sua lama affilata”. “Albergava in tutti gli animi quest’idea della fatalità, perciò la folla era rimasta ammutolita per non saper gridare contro niente e contro nessuno”. Tutti soffrirono la “ferita acutissima”, osserva, “come provocata dalla punta del lungo compasso con cui la Provvidenza traccia i cerchi delle esistenze”.

Il compasso che disegna la vita di Ignacio sta per completare il cerchio: incontra sul treno per Madrid il matador Ortega, ferito in un incidente d’auto, e il suo impresario gli chiede di sostituirlo l’11 agosto nell’arena manchega di Manzanares.
La morte aspetta nella terra dell’amato don Chisciotte e preveggenti suonano le considerazioni fatte un giorno alla Columbia University.
Ignacio aveva già fissato le ultime corride, una il 10 a Huesca e l’altra il 12 nuovamente a Pontevedra. Con l’inclusione di Manzanares diventa un tour de force. Dopo ci ripensa e vorrebbe rifiutare, ma ha dato la parola. Una serie di circostanze incupirà le cose: resta per un equivoco senza la sua cuadrilla, all’albergo di Manzanares gli assegnano la camera numero 13, poi è costretto – cosa che un torero non fa e lui fa la prima volta – ad andare personalmente al sorteggio dei tori.
Sul volto mostra segni di una stanchezza infinita. Un giornalista riferisce che “cominciò la sua faena di malavoglia, più annoiato che mai, come se non lo riguardasse, come se il toro che gli avrebbe dato la morte non fosse presente. Ignacio non fece niente per evitare la cornata. Niente”.
Granadino lo aggancia alla coscia destra vicino alla barrera e lo solleva fin quasi al centro dell’arena. Lui s’aggrappa alle corna gridando ai colleghi indicazioni per distogliere il toro. Come noterà García Lorca nel Llanto, in quei momenti non chiuse mai gli occhi:

no se cerraron sus ojos
cuando vio los cuernos cerca.

La rudimentale infermeria di Manzanares è inadeguata alle cure che gli occorrono. E’ Ignacio stesso a suggerire ai medici, intimiditi dalla sua fama, cosa fare nei primi momenti. La ferita ha l’ampiezza di un pugno. Chiede di chiamare un’ambulanza per trasferirlo a Madrid, dove lo aspetterà il rinomato dottor Segovia che intanto viene rintracciato. Succede pure che il veicolo si guasti nel tragitto e perda tempo prezioso. Lui resta lucido nonostante la forte emorragia, fuma un paio di sigarette e rassicura gli amici che lo assistono. Arriva nella capitale alle cinque del mattino ed è operato dopo una trasfusione. Segovia avverte che ci sono gravi complicazioni infettive.
La muerte – scrive García Lorca – puso huevos en la herida.
Ha deposto le uova sotto forma di una cancrena gassosa con un’atroce agonia durata la giornata del 12 e la notte successiva. Il torero muore il 13 mattina, delirando, ma le ultime parole con un filo di voce sono:
– Gesù, Gesù!

Federico non si sente di vederlo né Ignacio vuole che lo vedano da morto. Forse perché ricorda Joselito, forse pensando alla parte che gli toccherebbe questa volta in una fotografia, ha chiesto di coprirgli il viso appena dopo.
C’è un’immagine nel Llanto confermata da chi fu presente e gira attorno a un termine che ogni napoletano conosce e riconosce in spagnolo, una di quelle “parole di lunghissima agonia” ritrovate nella città da Gómez de la Serna:
tavuto. Bara.
Il letto è una bara con le ruote:

Un ataùd con ruedas es la cama
a las cinco de la tarde.

Tremendi spasmi soffre Ignacio e scuote il letto a rotelle che sarà tavuto. Esasperato dal dolore riesce persino a scendere. Più persone s’avvicendano per tenerlo fermo e confortarlo mentre il letto, vibrando, si sposta assieme a lui.

(Avevo, credo, undici anni quando vidi il primo morto: la professoressa di matematica. Non ricordo chi e per quale necessità portò gli alunni a casa sua. Una bambola pallida stava sul letto matrimoniale e pareva come molti cadaveri rimpicciolita, la stessa persona eppure diversa).

Bravo toro! Bravo!
Adios murderer.
Mueren por que son unos sàdicos de mierda ignorantes e incultos. Son un retroceso en la evoluciòn humana.
Uno menos…
Que rico, es delicioso ver como se muere esta gonorrea…
Son of a bitch, you got what you deserved, cunt!
Un enfermo mental asesino menos.
Se muri
ó como el asesino que era.
Nice one bull! He won’t be tormenting animals anymore!!!!!!!!!

Questi sono solo alcuni tra i commenti al filmato che mostra su Youtube l’agonia di Paquirri, incornato il 26 settembre 1984 nella cittadina andalusa di Pozoblanco. Frasi simili sono postate sotto la morte di ogni torero, più numerose dei giudizi pietosi o elogiativi. Nel significato originario, ricorda Fernando Savater nel saggio Tauroetica, “barbaro” è colui che non fa distinzione fra le bestie e l’uomo. “Per accettare i paragoni di cui si servono gli oppositori della corrida”, dice, “dobbiamo equiparare i tori agli uomini o agli esseri divini, cioè modificare il concetto abituale di animalità”. Non è l’etica, che si occupa solo delle relazioni fra gli uomini, ma la sensibilità personale a regolare la compassione verso gli animali. Continueranno le polemiche, altri libri e articoli si scriveranno pro o contro la corrida, chi esaltando il significato di quest’effimera e artistica vittoria sulla morte, chi condannando la sua crudeltà, anche se “sappiamo – ricorda Savater – che nei mattatoi e nelle aziende avicole gli animali non si divertono affatto, ma non l’abbiamo mai potuto provare perché nessuno vende biglietti per quel tipo di spettacoli”. E “il piacere della corrida non sta nel vedere l’animale soffrire, perché se così fosse frequenteremmo i mattatoi e non le arene”.

La letteratura, come l’amore, scade quando cede alla diatriba, perché il racconto diventa pamphlet e una relazione sentimentale si trasforma in foro giudiziario, dove due fanno a turno il pubblico ministero e l’avvocato cercando o respingendo ipotesi di colpa.

Quel che conta, mentre la storia scorre, sono le storie che le passano sotto e s’assomigliano. Un’infermeria mal attrezzata, un torero ferito alla fine della temporada, la freddezza con cui dà suggerimenti al medico nonostante l’emorragia, l’ambulanza in corsa verso un ospedale. Le analogie, sebbene tante, si fermano qui tra il dramma di Ignacio e quello di Francisco Rivera Paquirri, il quale non giunge vivo al tavolo chirurgico di Cordova. La ferita ha reciso irrimediabilmente l’arteria femorale. “Dottore, voglio parlare con lei. La cornata è forte. Tiene almeno due traiettorie, una di qua e l’altra di là… Apra quel che deve aprire, il resto è nelle sue mani. E… tranquillo, dottore” dice Paquirri al medico Ramón Vila. E’ la prima volta che un matador in agonia viene filmato, che si sentono le sue parole. La cruenta ferita suturata, il traje de luces lacerato, il suo volto, l’acqua che beve, soprattutto la lucidità straordinaria che dimostra mentre abbandona la vita fanno il giro del mondo.
Poiché ci sono sempre storie nelle storie, si condensa in quella tarde anche la biografia di Pepe Salmoral, giornalista precario cordovese che al mattino del 26 settembre ha telefonato al redattore capo di Tve chiedendo se interessa un servizio sulla corrida a Pozoblanco. Lui andrà comunque con la videocamera. “No”, dice il collega, “salvo che ci sia un’incornata o qualcosa del genere…”.
Salmoral riprende tutta la sequenza nell’arena, poi riesce a infilarsi nell’infermeria e in ambulanza con la camera accesa. E’ lo scoop della vita e a un giornalista dispiace, ma non si scandalizza, se talvolta consiste nella tragedia di qualcuno. Dalla redazione centrale di Madrid, dove ha spedito il filmato, gli telefonano dicendo che diverse emittenti straniere ne vogliono una copia. Lui non chiede extra, casomai che il direttore lo consideri per il contratto a tempo indeterminato di cui è sempre in attesa. Tve gli liquida un compenso una tantum, ma non si parli di assunzione. Pepe Salmoral muore pochi mesi dopo aspettando il contratto. I precari nella sua situazione, successivamente, fanno causa e vincono.

Storie che s’assomigliano per forza, non le facciamo assomigliare noi.
Il 26 settembre 1984 il precario spagnolo, capitato nella morte di un torero, fa gli ultimi giri di giostra di una vita in attesa, trova il suo quarto d’ora ma neppure basta a ottenere il contratto. Il 23 settembre 1985, quasi giusto un anno dopo, un cronista precario napoletano che deve cercare e scrivere più degli altri, altra vita in attesa, è ammazzato dalla camorra sotto casa. Si pensa che sarebbe stato assunto.
Chi assicura prima. Chi crede poi.
Non facciamo assomigliare noi le storie, sono le storie che s’assomigliano. Quando ce n’accorgiamo a niente serve, ma lo dobbiamo scrivere.
Storie di toreri, precari, innamorati e paladini tra Napoli, la Spagna e dove solo Dio sa. Forse Ignacio aveva ragione che il mondo intero è una plaza dove chi non torea embiste, attacca come un toro con quanta forza può nella vita che gli è data, così breve alle volte.

Camminando per l’affollata via Toledo, venerdì pomeriggio 11 luglio, un magone prende tutti davanti alla Galleria, l’entrata recintata e ancora a terra schegge del cornicione che cadendo ha ucciso Salvatore, di quindici anni. Sul selciato tanti fiori, specialmente gelsomini bianchi, che sconosciuti hanno lasciato con biglietti e santini. Chi passa si ferma per curiosità o preghiera. Sui giornali si rimpallano responsabilità, riaffiorano leggi dimenticate sulla manutenzione del monumento, accuse morali, difese immorali.
Più in là, verso largo San Ferdinando, una signora spinge un passeggino dove non c’è il figlio, ma un barboncino bianco con le zampe nelle scarpe azzurre e vestitino in tinta. Nessuno rileva la violenza, anzi abbozzano qualche sorriso e lei probabilmente è una che abolirebbe i circhi, dove i barboni erano la razza preferita per il numero del cane sapiente. Quello che legge e fa di conto.
Il grottesco e la tragedia sempre s’avvicinano, ma una mente più sana non accosterebbe il bianco dei fiori al bianco del barboncino e un ragazzo ucciso da una pietra al passeggino che porta un cane travestito da bimbo. Ignacio, ma già Hemingway alla prima corrida, rilevarono le incongruenti calze rosa nell’abito del matador. E’ necessario ritrovare incongruenza in ogni cosa perché chi non la cerca, prima o poi, viene trovato da lei e si meraviglierà dicendo che non ci aveva pensato.

C’è una frontiera d’aria che separa il sole di largo San Ferdinando dall’ombra di via Chiaia quando la imbocco. Tu forse stai in questo momento fra sol y sombra nella plaza di Pamplona, dove aeroplanini di carta oleata ripieni di chorizo violano i confini della luminosità al richiamo degli amici.
Sono le sette, “l’ora triste di Napoli” secondo Gómez de la Serna, che la soffriva al pasar por Chiaia perché la gente comincia a disperdersi, “qualcosa di simile a quell’ora in cui morto l’ultimo toro si scioglie tutto il pubblico dell’arena e s’avverte l’amnesia del pomeriggio inutile, della corrida noiosa”.

Sono le corride dove non si può sognare, in quest’enorme plaza de toros che è veramente il mondo.

Parece que mi destino
es el de vivir so
ñando.
A vida que es toda sue
ño
la muerte no le hará da
ño.
M. Altolaguirre, Vivir soñando

[fine]

la prima parte è qui.
la seconda qui.
la terza qui.

Mario de Laurentiis (Napoli 1969 – Segrate 2666).