Gite d’autore / 2 – Appunti per un viaggio

Gite d’autore / 2 – Appunti per un viaggio

Questa immensa telescrivente… Dev’essere qui dall’origine. Dalla nascita della casa. Riempie tutte le stanze, e nessuna è abbastanza grande per contenerne una parte intera. Potrei dire che è una telescrivente decimale, con un 7 periodico che si ripete di stanza in stanza. Ma le stanze non sono infinite. Anzi, nel mio progetto di ristrutturazione c’è un vestibolo sconfinato, poi, una scala di pietra di Rapolano, un soggiorno con angolo di cottura, un piccolo bagno, una camera­biblioteca, un’altra scala, e finalmente la grande uccelliera. O meglio, la Sconfinata Uccelliera, che è lo specchio celeste del vestibolo a piano terra.
A cosa serva la telescrivente non lo so di preciso, ma mi piace il suo ticchettio. Mi piacciono i suoi tasti di bachelite. Forse mi serve per parlare con me stesso e con Tanino, che senz’altro ha l’orecchio sinistro appoggiato alle volte del sottosuolo, e il piede destro sulla cupola terminale di qualche antica città dell’altro emisfero.

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E dunque: il dislivello tra pianterreno e primo piano è di trecentocinquantanove centimetri esatti. Gli scalini sono ventuno. Trecentocinquantanove diviso ventuno fa diciassette centimetri e un millimetro.
In realtà quel malevolo muratore è andato in su e in giù secondo la sua incomprensibile ispirazione. Ha fatto dieci alzate da sedici centimetri virgola nove, due alzate da diciassette virgola uno, quattro da diciassette virgola due, due da diciassette virgola tre, una da diciassette virgola quattro, una da diciassette virgola cinque e una da diciassette virgola sei. Naturalmente ha mescolato i numeri a caso. Così, purtroppo, un diciassette virgola cinque è finito tra due sedici virgola nove. Così, purtroppo, per due volte consecutive, esisteranno, in eterno, sei millimetri in più tra il quindicesimo e il sedicesimo scalino, e, purtroppo, sei millimetri in meno tra il sedicesimo e il diciassettesimo. E io, lo so con certezza, finirò per inciamparci tutte le volte che ci penso. Ossia sempre.

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Lei signor muratore è un mostro.
Non glielo dico con leggerezza di cuore e con povertà di spirito. No, io l’ho studiata bene, come si studiano doviziosamente le malerbe tra i crisantemi. E nessuno mi può convincere che lei non lo fa apposta a misurare così male il mondo. Mi dirà che una casa non è il mondo, e in questo le do ragione, ma anche il mondo non è una casa, e gli strumenti di misura forse non sono mai appropriati e anzi si contraddicono.
Io però ho controllato tutto con una squadra millimetrata e una piccola lente di ingrandimento. Ho messo l’occhio esattamente nel centro della lente e mi sono accucciato sotto gli scalini per evitare il più piccolo errore di parallasse. Ho lavorato con una calma infinita. Ho lavorato confidando nella vicinanza di Dio che infatti qui si è incarnato.
No, io non sono sconfitto anche se lei mi farà zoppicare per sempre su questa scala. Io non sono sconfitto perché il male non resta appeso per i piedi quando lo butto dalla finestra. Il male vola. È un piccione dal petto nero e dalle ali color carciofo. E lo sa Dio come pungono sul colmo dell’aria e sulle pendici dei ponteggi pericolanti, quelle ali dirimenti (o non dirimenti?). Lo sa Dio se oltre le penne temperate c’è qualcosa che imbroglia (o non imbroglia?) la rosa mistica dei venti. Io, nel mio piccolo, credo che il cielo sia governato dalla placida precisione delle livelle a bolla d’elio. Le cosiddette Livelle del Paradiso.
Mi creda, signor Lattanzio, solo un cielo perfettamente in piano può conservare gli angeli, senza farli precipitare nelle bassure della casa a ogni tocco di vento. Altro non saprei aggiungere. Ma neanche togliere.

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Tra il quindicesimo e il sedicesimo scalino potrei mettere un segnalibro. Una foglia, una cocciniglia morta, una piuma, una spina. Non per me, per il mio domestico Tanino che qui non c’è mai, ma che potrebbe tornare dalla cantina dell’altra casa. L’ho lasciato laggiù perché non sempre si possono estrarre i domestici dalle profondità delle nostre altre case.
Comunque, a me piaceva molto viaggiare al suo seguito. Io lo mandavo avanti (a volte spingendolo dolcemente colla punta del piede) proprio come un antico servitore, con lo stoppino e l’acetilene in una mano. Illuminava i cunicoli e diceva cose di grande spessore notturno. Come tutti i domestici scavatori recitava a memoria i versetti di un oscuro sensale di Efeso. Ne canticchiava uno in particolare (credo per darsi un ritmo escavativo): “il viaggio all’ingiù o all’insù è lo stesso”. Vaticinava delle piccionaie sotto il cappello a punta della casa (di tutte le nostre case). Mi parlava del filo a piombo che scende dal parafulmine e poi diventa invisibile.

In realtà tutte le case posano sulla delicatezza dei sentimenti dei domestici, o si appendono a certi fili, come la luna di Melisso. Se tagli un filo che non è proprio dritto, la luna cade giù, e sotto, più sotto, si spalanca d’un tratto una città volante (generalmente Costantinopoli).
Proprio così – gemeva il povero Tanino tanto per assecondarmi – le mura dell’Impero d’Oriente sono tirate su con la calce aerea, tirate su dai calanchi insaponati, dalle Poltiglie di Aleppo. Ecco Tanino (confermavo), in basso calanchi e chiaviche, in alto spine di carciofo e punte di caffetano. Ogni casa sta in equilibrio tra la terra e l’aria. Chi la tira insù chi la tira in giù… (i muratori).
Poi vengono gli idraulici con quel loro terzo elemento per così dire “taletico”. Rubinetti e bidè. Sifoni e tappi a saltarello. Collegamenti con gli inferi. Gorgoglii.

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Ma non di questo ti volevo parlare.
Volevo dirti degli avverbi che qui crescono in ogni minimo cavillo dell’intonaco, nelle bolle di calce stesa male o bruciata dal clima inadatto a qualunque perfetta ristrutturazione. Volevo dirti del viaggio verso le piccionaie che un giorno o l’altro dovrà pure incominciare. Basta non inciampare lì dove metterò una piuma o una coccinella. Basta non farsi scoraggiare da Lattanzio, che giustamente, tenacemente, malignamente, mi guarda storto, mentre col cuore gonfio di sospetto lo guardo lavorare e sbagliare ab aeterno.

*Nella foto, un monotipo di Lino Mannocci.

“Gite d’autore” è un progetto curato da Andrea Cirolla.
Il primo racconto, di Francesca Serafini, è qui.
Seguiranno testi di Massimo Raffaeli, Carmen Pellegrino, Valentino Ronchi, Emmanuela Carbé (con la collaborazione di Francesco Pecoraro) e Francesca D’Aloja.

9 comments

  1. Dottor Bovary says:

    Io, Amato, se non avessi questo sonno che mi tormenta (anche ieri sera mi han chiamato a notte per una cavalla che sgravava), mi azzarderei forse in un commento a questa missiva sua. E anche se non sapessi niente di lei, mi accorgerei della sua sindrome costruttoria-costipativa, che tuttavia non le impedisce di fare dei bei respiri di parole. Ma vede, ciò che stamani mi colpisce è invece un’inezia (forse sempre mi colpiscono le inezie). Vedo che lei parla della casa sospesa tra terra e aria e poi arrivano gli idraulici con il terzo elemento acquatico. E il fuoco dove lo mettiamo? Ce ne siamo dimenticati? Vogliamo ignorare le salamandre? Il fuoco, Amato, è la peste delle case, sta lì in agguato per anni, nascosto nei fiammiferi, negli accendini, nelle bombole di gas, ma poi viene fuori, Amato, viene fuori e allora è troppo tardi, mi creda. Qui è sempre troppo tardi. Specialmente per combattere il fuoco quando viene.

  2. nedo vannini says:

    Vedo che lei, veterinario Bovary, non conosce la pietra di Rapolano. Oppure non ha letto attentamente il testo. Le pare che uno preciso come Amato si sia dimenticato il fuoco? Le pare che uno attentissimo al minimo errore di parallasse ignorasse la natura focaia degli scalini? Guardi Bovary, Amato è uno un po’… “diversamente intelligente”, glielo dico da psichiatra (non entro nei dettagli perché il segreto professionale è quello che è), ma nel cuore degli scalini ci guarda, glielo assicuro. Ci guarda anche troppo, mi creda.

    dottor nedo vannini psichiatra

  3. Dottor Bovary says:

    Be’, io mi aspettavo che mi rispondesse Amato, ma visto che mi risponde lei, dottor Vannini, allora parlerò con lei. Lei è un delegato? Non so se son contento di parlare con lei. Va be’, lasciamo perdere. Io della pietra di Rapolario non so niente, non l’ho mai sentita, però è vera questa natura focaia delle pietre. Ci son delle pietre da queste parti nei campi, che le chiamano pietre molasse perché ci fan le mole, tanto son dure. E con le mole hai voglia tu di fare scintille, quindi torniamo lì, al fuoco. Io non lo so, può darsi che abbia letto distrattamente, ma insomma sono un veterinario di campagna e vorrei che si parlasse un po’ più chiaro, con rispetto parlando, non stiamo a fare tanti giochi di parole che poi ci portano a sperderci nelle notte gravide di cavalle come queste, tutte le notti una cavalla che sgrava, dottor Vannini, ma se la immagina la vita che faccio? Mia moglie sempre in giro, bella che non le dico, vestita tutta di chiffon, con le parures e gli embellissements, e io in giro per le stalle a sgravar bestie… lo sa quanto mi prendono in giro, porcaccia la miseria nata da un cane? Lo sa? E mi sta a parlar di Rapolanio. Mi scusi, sa, se alzo un po’ la voce, stasera ho alzato anche un po’ il gomito.

  4. dottor vannini psichiatra says:

    Caro collega,
    io lo lascerei perdere Roberto Amato. Un paziente impenitente e nello stesso tempo penitenziale… Capisce bene che io non posso addentrarmi troppo nel segreto professionale, sennò mi levano il camicino della felicità. Ma insomma, siam qui noi due, e sarà bene far tutto tra di noi. Voglio dire che il luogo mi pare adatto per una discreta e limitata cospirazione. Io la sua vita di veterinario di campagna la capisco sa… La capisco perché ho l’ambulatorio in una baracca tra gli ortivi del pistoiese (pur essendo lucchese di elezione o di adozione). Sto lì per via dei Landini. Cioè: la campagna non la capisco ma in pratica vivo aggiogato a una coppia di trattori degli anni venti. È una passione che ho ereditato da mio nonno Gigino il barbiere che teneva un Superlandini nel retrobottega con la scusa di farci i capelli (sul seggiolino girevole) ai discoletti. Ma lasciamo perdere, sennò perdo il filo del discorso. Dunque, caro collega, le dicevo che qui si potrebbe cospirare in tutta tranquillità. Nessuno ci legge, nessuno ci controlla . Amato credo si sia murato semivivo in quella sua casa invasa dalla telescrivente. Chi sta meglio di noi Bovary?

  5. Roberto Amato says:

    Caro dottor Vannini,
    non capisco perché insinuarsi in questo mio territorio. Io sono stato invitato qui dal dottor Cirolla (che mi risulta essere un pedagogo o per meglio dire un istitutore demaniale), il quale mi ha garantito il pieno possesso se non altro della mia casa (regolarmente accatastata).
    Quanto al veterinario Bovary deve esserci uno scambio per così dire di camici. Io conosco benissimo Alessandro Bovary, ma posso garantire che non è affatto un veterinario ma un medico condotto in pensione che si ostina a girare la campagna lucchese (di notte) con un enorme borsone nero assolutamente vuoto (garantisco). Talmente vuoto che non si capisce come possa conservare quella sua forma gravida. Forse è osservando per giorni e giorni questo suo borsone pieno di nulla che Bovarì si è convinto di passare le notti a sgravare cavalle.

  6. Dottor Bovary says:

    Eh no, caro Amato, qui mi altero! Già io volevo fare il medico chirurgo specializzato in taumaturgia universale e mi ritrovo a far questa vita grama pestando di notte la merda di vacca perché non ci si vede mica bene neanche con i moderni lumi a petrolio in queste stalle dove ristagna un odore – caldo, per carità – ma un odore che non le dico… dunque mi ritrovo a sgravar vacche e cavalle notte e dì nonostante le mie aspirazioni universali (e anche, se mi permette universitarie) e ora lei mette anche in discussione la mia professionalità, la mia età e pure la compiutezza portatile del mio borsone veterinario!! Eh, per tutti i diavoli, il mio borsone è colmo di tutti gli attrezzi atti a tutte le evenienze che possono pararsi innanzi a un veterinario di notte e che non sto ad elencare perché sono troppi e io sono modesto di naturale e non voglio infliggere umiliazione a chicchessia mostrando tutte le nomenclature che conosco. Le basti sapere che per fare l’inventario di ciò che c’è nella borsa, bisogna saper contare almeno fino a millecinquecento e io, modestamente, lo conto.

  7. nedo vannini psichiatra says:

    Non mi ricordo più di cosa stavamo parlando, caro veterinario Bovary. Mi pare si stesse cospirando contro qualcuno… Mi pare… È che l’ambulatorio mi rattrista. Sì, mi ha sempre depresso l’ambulatorio. E i Landini? I Landini mi danno sollievo? Non saprei. Anzi, sì, sì… saprei… Saprei che cosa farci, io, con questi trattori che bene o male vivono alle mie spalle, lì, nel prolungamento abusivo dell’ambulatorio. Se non fossero dei trattori accidiosi e invecchiati precocemente li spedirei a demolire quella sgomentevole casa, tutta piena di telescriventi. In fondo Amato è un mio paziente da tanti anni e mi ci sono affezionato, anche se devo dire che non è un buon paziente. Come diceva Asclepio, col tempo ci si affeziona anche alla tigna. In verità sì, sì son tutte affezioni che dal cuoio capelluto penetrano nei primi strati dell’encefalo, e lì se non si provvede cronicizzano. Mah… si provvede per modo di dire. Io la testa a Roberto Amato gliela lavavo sempre col cherosene, e a intervalli prestabiliti. Gliela lavavo proprio personalmente, perché lui è uno che va seguito. È servito a qualcosa?
    Bisognerebbe discuterne un po’ tra noi, dottor Bovary… Lei mi pare davvero una brava persona.

  8. Roberto Amato says:

    Vorrei precisare due cose. Poi smetterò di frequentare i magazzini di questa stimata rivista:

    1) Io non mi sono MAI sottoposto a trattamenti psichiatrici, né ho MAI conosciuto di persona il dottor Nedo Vannini. Conobbi diversi anni fa suo fratello Roberto, un rappresentate di articoli religiosi (chincaglie da sagrestia) con il quale, purtroppo, ho la sventura di condividere il nome di battesimo.

    2) Il veterinario Alessandro Bovary invece lo conosco bene, e lui sì è stato un paziente assiduo (perlomeno vent’anni) del dottor Vannini.

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