Con le migliori intenzioni #2

(una rubrica a cura di Matteo B. Bianchi e Marco Cubeddu)

Le presentazioni dei libri sono notoriamente croce e delizia di chi scrive. Non c’è scrittrice o scrittore – dalla brillante promessa al venerato maestro, passando per l’enorme caravanserraglio di soliti stronzi – che non abbia almeno un trauma a riguardo. Dopo la serata “Mirto con l’autore” al Festival delle storie di Gavoi 2017, tra infiniti giri di bicchierini per gli autori invitati a raccontare sul palco i momenti più imbarazzanti della loro vita e per il nutrito pubblico di appassionati (o alcolizzati) seduti ad ascoltare, è nata la voglia di raccogliere aneddoti e riflessioni su quegli eventi tanto tragici quanto inevitabili che sono le presentazioni dei libri. Eventi dal finale a volte incerto, altre inaspettato, sovente disastrosi. Nonostante le migliori intenzioni.
Dopo il primo racconto di Matteo B. Bianchi, è la volta di Marco Cubeddu.

 

Diciamocelo un po’ chiaramente 

Diciamocelo un po’ chiaramente: nessuno pensa che fare lo scrittore sia un mestiere pericoloso. Fare l’agente della CIA è un mestiere pericoloso. Fare l’artificiere è un mestiere pericoloso. Fare l’assaggiatore del papa è un mestiere pericoloso. Fare lo scrittore, non lo è. Certo, tutti gli scrittori hanno visto Misery non deve morire (no, non tutti letto, ma almeno visto sì) e si sono baloccati col pensiero che, da qualche parte, nel mondo, ci siano fan sfegatate disposte a tutto per amor loro e dei loro libri. Ma se guardassimo il tasso di morti sul lavoro e stabilissimo, che so, che i manovali in nero sono al vertice della classifica dei lavoratori a rischio, potremmo ragionevolmente affermare che gli scrittori stanno dalla parte opposta, tra i mestieri più sicuri del mondo. Le ipotetiche fan maniache, ammesso che esistano, normalmente danno la caccia agli scrittori di successo, quindi la maggior parte di noi potrebbe sentirsi dannatamente al sicuro. Ma per bullarci con gli amici che fanno i pompieri e i divulgatori scientifici contro le superstizioni grilline, per fortuna ci vengono in soccorso le nostre tendenze suicide. Perché, lo sappiamo, scrittori e poeti tendono a farsi fuori con allarmante determinazione: Sylvia Plath, Hunter Thompson, Virginia Woolf, Cesare Pavese, Ernest Hemingway, Vladimir Majakovskij, David Foster Wallace… In fin dei conti, rimestare nel torbido delle loro esistenze, sentirsi connessi, con il profondo senso di vuoto che si cela dietro a ogni esperienza umana, è precisamente il loro mestiere. E se per mestiere senti così profondamente sfuggirti il senso della vita a ogni parola con cui cerchi di acciuffarlo, beh, un pensierino sul farla finita con questo cazzo mestiere e con la vita in generale ce lo fai per forza.

In quella che, pur nella sua brevità, posso considerare la mia esperienza professionale, mi sono convinto che, nella grande partita tra il vivere e il morire di scrittura, le presentazioni dei libri giochino un ruolo fondamentale. Nel senso che, se sei già lì lì per farlo, avvoltolato nelle tue riflessioni apocalittiche, ben pasciuto nel tuo sconforto esistenziale, prigioniero dei tuoi dubbi ossessivi (“dove ho sbagliato stavolta? È colpa dell’editore, dei lettori, o è tutta mia?”, “Quand’è che vivrò una vita da adulto presentabile?”, “Come pagarò la comportamentista questa settimana?”), ti capita la presentazione sbagliata, e BABAM, sei finalmente libero di non avere mai più a che fare con editor, uffici stampa, recensori, amici e parenti che non hanno letto mai nulla di quello che hai scritto ma non possono non chiederti, ogni volta che ti vedono, “A quando il prossimo?”, come se la tua vita non fosse già abbastanza patetica senza dover mentire anche sul tuo lavoro a chi del tuo lavoro non interessa un cazzo rispondendo “mi sto prendendo tutto il tempo necessario” (“mi sto prendendo il tempo necessario” is the new “SONOFOTTUTONONSCRIVO UNAPAROLADAANNIENONHONEANCHELAPALLIDAIDEADICOMEINIZIARE!).

C’è una particolare specie di librai/organizzatori di eventi che, secondo me, è in realtà pagato da mogli e mariti di scrittori e scrittrici, o da parenti, ex amanti, loschi figuri che non sono riusciti a pubblicare il proprio inutile libercolo, insomma, da chi ha qualche interesse ad assoldare professionisti per fare un po’ di pulizia tra i soggetti scriventi più fragili e sfortunati. Sicari, sostanzialmente, forse animati da quello spirito pietoso alla base di ogni professionista dell’eutanasia, ma pur sempre assassini a sangue freddo, mercenari armati di questa subdola arma fatale a ogni romanziere: non ti vogliono, nel migliore dei casi dimostrano di non avere la più pallida idea di chi tu sia e nel peggiore disprezzano apertamente ogni aspetto della tua persona pubblica (ci vuole poco) e privata (come la conoscono? Quale delle mie ex fidanzate ha parlato?). Però ti invitano. Ah, se ti invitano.

Quel periodo della mia vita magari non era esattamente il più sereno di sempre. Il pensiero di lasciare tutto e arruolarmi nella Legione Straniera cominciava a vacillare visto il pessimo stato di conservazione della mia gioventù e cominciavo a temere che, visto il gran numero di vizi, e lo scarsissimo equipaggiamento di virtù di cui ero dotato, la carriera militare potesse non risultare l’idea migliore per un futuro ricco di soddisfazioni. Così avevo accettato di partire per una trasmissione televisiva che, oltre a farmi viaggiare gratis senza pretendere che in cambio sparassi su popolazioni inermi (cosa che, suppongo, non possa essere garantita ai bravi legionari) speravo mi facesse vendere milioni di copie. “No, in TV fa vendere solo Fazio, uomo avvisato, mezzo salvato”, mi aveva ammonito un editor amico con gufesca preveggenza. Ma io non gli diedi retta. Pensavo che la TV avrebbe fatto interessare il pubblico ai miei romanzi. Invece, la sola conseguenza editoriale di questa esperienza, fu che distorcendo in eccesso la portata del mio sostanzialmente inesistente successo televisivo, alcuni librai, astuti come faine, decisero di chiedermi di andare a presentare il mio ultimo libro (“ma è uscito due anni fa, non se lo è filato nessuno allora, la trasmissione non ha spostato di una virgola il mio irragionevole passivo con l’editore, fare una presentazione mi sembra il modo migliore perché decida di dilapidare le mie ultime sostanze in anestetici per cavalli e…, “Ma no, che anestetici per cavalli, vieni da noi che da queste parti siamo tutti grandissimi fan di Pechino Express”).

Avrei dovuto intuirlo dalle sue insistenti domande su com’erano Tina Cipollari e Lory Del Santo dal vivo che qualcosa sarebbe andato storto. Quella libraia di un minuscolo paesino della Campania erano anni che voleva un vip. Aveva contattato chiunque. Non ci era andato nessuno. Alla fine, dopo aver ricevuto due di picche da tutte le peggio starlette televisive che avevano dato alla stampe un ambizioso librettino, le è andata bene con me, che per mia sfortuna starlettina non sono, ma dei libri li avevo scritti e in televisione – la libraia dovette ritenerla essere ragione sufficiente – ero pur finito. Solo che, per non accollarsi le spese di viaggio e pernottamento, sulla scorta dello stesso entusiasmo che l’aveva portata a invitarmi, mi vendette come un personaggio televisivo famossissimo al paese vicino, prossimo alla prima notte bianca della sua storia comunale dietro impulso della nuova rampante giunta a cinque stelle: “Qui erano tutti così entusiasti che abbiamo dovuto organizzare un tour, invece che una presentazione, sei contento? Ne fai due, vendi il doppio!”

Il vicesindaco, a quanto pare, non mi googlò. Si fidò della presunta fama internazionale che mi attribuiva la libraia del paese vicino (e, a questo punto, sospetto anche rivale, ma forse sono congetture), mi infilò in pompa magna nel programma della manifestazione “NOTTE BIANCA CON LE STELLE”, stampò migliaia di locandine col simbolo del Movimento sotto la mia faccia e si fece fieramente carico dell’infinita serie di treni regionali a vapore che mi ci vollero per arrivare fin là da Milano: “Mi raccomando, portami i biglietti del treno, che da queste parti ci piace tenere scontrini e ricevute di tutto”.
La febbre a 38 non aiutò. Arrivai febbricitante, con un mostruoso ritardo ferroviario alle spalle, appena in tempo per la prima canonica presentazione in libreria, esattamente uno di quei momenti in cui lo scrittore medio non sa se preferisce vivere o morire. E così vivi, per inerzia, finché la tua autostima non viene definitivamente annichilita dalla presenza in sala di una coppia di omosessuali orsi ansiosi di chiederti degli outfit di Tina Cipollari e dalla stucchevole intervista architettata dalla premurosa giornalista locale che, in evidente apprensione per l’avvento della menopausa, trova il modo di premettere a ogni domanda “Da donna felicemente divorziata, volevo chiederti…” e che tu sai benissimo che quando sarai abbastanza sbronzo finirai a scoparti tutta la notte per poi fuggire alle prime luci dell’alba con orribili immagini nella testa e il terrore di averle lasciato il tuo numero di telefono quando si è offerta di tenerti a casa sua per farti finalmente scrivere, con tutta calma, “il tuo grande romanzo”, così, tanto per spostare il fulcro della tua autocommiserazione, dal tuo fallimento professionale, al tuo fallimento come essere umano.

Ma, purtroppo, mentre la focosa giornalista locale, con il suo chignon abbinato alla kefiah, mi allunga il biglietto da visita e io già vedo come finirà la serata e mi sento pronto ad accettare il mio osceno destino, ecco che dobbiamo spostarci al paesello a pochi chilometri. Dove la notte bianca è appena iniziata!

Per farla breve, il tronfio Vicesindaco giunto ad accoglierci fino alle porte del paese per scortarci nella piazza principale dove è stato allestito un palco per la mia “performance” (“performance”?, mi domando mentre annuisco e ringrazio di cuore per la calorosa accoglienza, ma di cosa diavolo stanno parlando?), resosi conto del raggiro (“ma come non sai ballare? E la Lucarelli non ti ha massacrato!”), e della mancanza di pubblico intervenuto per venire a vedermi interpretare quello che, a giudicare dalle locandine, sarebbe dovuto essere uno mio show di ballo alternato dai racconti del dietro le quinte di Ballando con le stelle (il Vicesindaco ci tenne a dirmi, prima di salutarmi con una stretta di mano in stile “senza rancore”, che lui la televisione non la guardava, “a parte Fazio”), non volle sentire ragioni dalla libraia: “Anche se questo ha fatto un’altra trasmissione televisiva dovrebbe essere famoso comunque no? Allora, poche ciance, questa cosa si deve fare e si farà”.

Fu così che, tra mille locandine con la mia faccia stampata sotto la scritta “direttamente da Ballando con le stelle…” in colori sgargianti appiccicate ovunque intorno a un palchetto improvvisato della cui stabilità, mi si lasci ammettere, sbagliai a dubitare, vengo raggiunto da un sassofonista locale, pronto a improvvisare, per attirare pubblico, un concertino di cover di Pino Daniele.
Non tanto i Buuuuhhh, Buuuuhh, mentre parlavo per qualche minuto delle differenze produttive e delle intenzioni narrative tra Pechino Express e Ballando con le stelle dietro le insistenti domande di un sovreccitato vicesindaco seduto in prima fila, tra una suonatina e l’altra, misero profondamente in discussione la mia stabilità mentale, quanto il generoso tentativo del sassofonista di condividere con me l’amore che la folla gli tributava durante le sue esecuzioni. A un certo punto, senza dirmi nulla, così, BABAM, mi passò il sax. Base midi di “Quando” in sottofondo. Io esito. Lui ammicca. Io sono terrorizzato. Lui sorride incoraggiante. Sfiato come una persona con gravi problemi mentali farebbe: con tutto me stesso. Con tutto il fiato che avevo in gola. E nei polmoni. Niente, neanche un imbarazzante e sinistro suono mi è riuscito di far emettere a quel dannato affare.
Il resto del concerto l’ho passato a lato del palco, in religioso silenzio, battendo il piede non troppo a tempo su “Neve al sole” etc, etc.

Dopo il commiato del vicesindaco, la libraia, molto meno imbarazzata di come avrei sperato si sentisse, mi informò che, purtroppo, per un “disguido tecnico”, la mia prenotazione in albergo a carico del comune nottebiancheggiante era stata annullata. Annullata? Come annullata? Annullata, purtroppo, son cose che succedono, le notti bianche, si sa, portano un sacco di gente, gli albergatori si confondono, e insomma, la stanza non c’era più. Ma. Ma? Ma una soluzione c’era.

La soluzione era la casa in campagna della (recentemente) defunta madre della libraia. Senza riscaldamento, ma vabbé, le coperte son belle calde. E senza scarico, ma vabbé, lì c’è il vaso da notte, sono certa che non ti formalizzerai. Buonanotte, torno a prenderti domattina, sentiti libero di fare come fossi a casa tua, ma io fossi in te non uscirei, è pieno di coyote, la notte, da queste parti.

Ed è proprio quando l’idea di farti sbranare da un branco di coyote, per smettere di sentire tutto questo insopportabile male di vivere che ti sei inflitto da solo quando hai avuto la brillante idea che non ti piaceva l’idea di un lavoro vero e hai cominciato a scrivere per vivere prende il sopravvento, e l’idea di concludere con uno spettacolare e dolorosissimo ultimo gesto artistico la tua deprimente esistenza editoriale terrena (chissà che il paradiso non sia un luogo in cui non esistano notti bianche ma tantissimi generosi lettori con il pallino del mecenatismo) non ti sembra affatto malvagia, che frugandoti in tasca alla ricerca di un’ultima sigaretta troverai una misericordiosa fonte di salvezza sotto forma di biglietto da visita.
Quando chiami, condividi la posizione e chiedi di essere venuto a prendere immediatamente, più che sapere esattamente come al solito come andrà, coltivi una speranza nuova. Speri. Speri sinceramente che quella giornalista locale “felicemente divorziata” ti salvi da te stesso, che faccia di tutto (ti spezzi le gambe, ti somministri anestetici per cavalli contro la tua volontà, faccia un po’ quel che le pare) per non farti scappare la mattina dopo e ti mantenga per il resto dei tuoi giorni a vivere una vita senza dover fare una presentazione di un libro mai più.

22/01/2018
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