Coccodrillo n. 3: La sedia vuota di Alberto Rollo

Coccodrilli
a cura di Giorgio Nisini

Il terzo coccodrillo di questa rubrica è firmato da Alberto Schiavone. Il dedicatario è Alberto Rollo, con cui Schiavone condivide, oltre al nome, un comune passato per Feltrinelli e un’attività di scrittura che si alterna a quella editoriale. Non compare mai la parola morte, ma tale assenza amplifica per contrasto un sentimento di perdita e di nostalgia da cui non è possibile sottrarsi. In questa impossibilità si configura il senso e il valore di un ritratto ante-mortem, genere letterario che fa della simulazione – e dell’autenticità che scaturisce da quella simulazione – il suo punto di forza. Ecco perché mi sembra superfluo aggiungere che ogni morte immaginata in questo spazio è frutto di pura fantasia.

Coccodrillo n. 3: La sedia vuota di Alberto Rollo

Ho incontrato Alberto Rollo la prima volta nei corridoi del primo piano della casa editrice Feltrinelli, nella sede di via Andegari. Il primo piano a quel tempo era occupato dall’Ufficio Stampa e dall’Ufficio Commerciale, di cui facevo parte. Alberto planava sovente laggiù dritto dal quarto piano dove vi erano gli Editoriali, gli Uffici della Direzione e gli appartamenti della Famiglia.
Alberto camminava veloce, è una delle prime caratteristiche che ho registrato. Gambe e braccia lunghe, testa e torace piccoli. Un fenicottero bianco e solo nell’impressione di Giacometti. Alberto.
Frequentavo i libri e l’editoria da almeno dodici anni, conoscevo il suo nome e osservavo la sua fama. Non ne ero mai stato incuriosito davvero perché alcuni nomi dell’editoria, come dei Grandi Mestieri, rimangono appunto solamente dei nomi che ci pare di avere sempre conosciuto. Un po’ come quando per la prima volta si passeggia per New York e, accidenti, siamo proprio lì dove avevamo sempre pensato di dover essere. Ma non importa andare oltre.
Alberto Rollo era lì, sangue e molte ossa. Leggevo i suoi “ciao” intuendone la destinazione, presuntuoso nel capire a chi quel saluto fosse dato per dovere, piacere, noia.
Lo salutavo, io, con formale devozione, lui ricambiava. Ci stavamo annusando. Quando mi impose il “tu” ebbi un moto di orgoglio. Avevo dimostrato qualcosa. Ma non era niente.
Perché l’altra caratteristica di Alberto che subito dovetti imparare era che lui era di tutti. Era l’amico di ognuno e colui che tutti andavano cercando. Fuori dal portone di via Andegari il mondo delle pagine scritte lo inseguiva, tirava la giacchetta, gli chiedeva opinioni. E lui aveva giacche ampie, lo trovavi nel luogo dei Principi eppure gli sentivi pronunciare i nomi sconosciuti degli insetti.
Una vivacità intellettuale che solamente adesso comprendo nella sua grandezza. Alberto Rollo ha imparato e forse poi insegnato la teoria del movimento, utile a non morire. Tanti al suo posto sarebbero rimasti fermi a farsi guardare. Invece il suo dono, la sua forza, è sempre stata quella di tenere con una mano il tesoro che aveva sotto di lui, e passare con l’altra mano, il braccio più lungo, a cercare oltre.
Non c’è mai stato lo spazio di una seduta in una carriera terminata in una scrivania comoda.
Alberto ha circondato le sue creature, questi fragili omini che chiameremo scrittori, della consapevolezza dell’esclusività. Non li ha mai abbandonati, e quando loro si sono sentiti abbandonati era per una colpa altra, non certo di Rollo. Perché è il cognome che ha superato poi il nome, come stendardo nobiliare.
L’inamovibile Rollo che tiene una sedia importante come quella della Feltrinelli. Ma che invece si muove, studia, origlia, impara a sessant’anni. Bestemmia. E si alza da quella sedia.
Ho ascoltato molto, nella nostra amicizia. Pranzi e cene e chiacchierate camminanti. Telefonate tenere e perciò virili. Incursioni dentro due anime maschili senza proprietà, consapevolmente irrisolte. Ascoltavo, sempre, come non sempre o raramente ho fatto.
Ecco, imparare è ciò che ogni anno in più, nell’andare, ci pesa. Alberto lo ha sempre fatto con una disciplina rognosa, forse anche non gradita. Ma lo ha fatto. L’ho sentito spesso parlare di autori incomprensibili, annate indigeste, suoni inspiegabili. Ma era lì a cercarne un perché. Risolvevo, io, troppo spesso, in un vaffanculo. L’anagrafe me lo permetteva. Eppure lui pareva alloggiare tanta parte di mondo nel motto dei camerieri della riviera romagnola, quando si incontra uno strano: “c’è anche lui, capiamo perché”.
La sedia di Alberto Rollo è rimasta vuota e poi lui ne ha trovata un’altra. Alberto ha trovato un’altra sedia laddove tutti gli stavano lasciando il posto a sedere degli anziani sul tram. Mi parlava di un uliveto, di una Liguria in cui passare del tempo “ma non come i vecchi”. Ma di un’altra cosa aggiunta al mondo delle cose. Le cose fatte. Perché nella solitudine popolata di pensieri valgono spesso le cose fatte.
E rende ancora più amaro e goffo questo miope mio addio l’avere in mano il suo libro, il suo romanzo intimo, biografia collettiva sentimentale e severa, “Un’ educazione milanese”. Unico libro di cui lui non seguirà l’uscita e l’isteria. È andata così.
Complicata e difficile arguzia, studiata intimità, lignea iperbole del mondo che non esisterà più.
Ora che non c’è si può dire anche che Alberto era parecchio stronzo. Ma è doloroso persino recuperare questo fiato fetido e faticoso, perché altrove non troverò Alberto Rollo. Raccontare e farsi raccontare, ecco il marmo.

10/11/2017
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